lunedì 21 dicembre 2015

La segreta passione dell'Avvocato Cullen


Il giorno della festa del Ringraziamento Isabella Swan, tirocinante presso uno studio legale di cui Edward è socio, viene obbligata a fermarsi in ufficio.
Malgrado la cosa la metta di cattivo umore, incontrare da vicino il suo sfuggente e affascinante capo è un’occasione unica.
Edward Cullen infatti è come una leggenda, tutti ne parlano, soggiogati dal suo talento in aula e dal suo aspetto f
uori dal comune, ma nessuno, a parte i suoi collaboratori più stretti, ha di solito la possibilità di avvicinarlo.
Non ha tempo per gli amici, per la famiglia e soprattutto per l’amore. Ottimizza qualunque interazione umana e l’unico posto in cui mette il cuore è l’aula.
L’incontro casuale e inaspettato con la giovane Isabella sconvolgerà la vita del duro e freddo Edward Cullen?




«Swan! Dove stai andando?»
«Sono quasi le otto, Newton, sto andando a casa, a festeggiare il Ringraziamento».
Guardo quei suoi occhietti azzurri mutare dalla solita espressione da tordo senza cervello in una da sadico bastardo.
«Errore. Io sto andando a casa a festeggiare. Tu invece stai andando da Cullen a portare questi incartamenti su cui il fenomeno lavorerà tutta la notte»
«E perché dovrei farlo io, quando sei tu il suo assistente?»
«Appunto per questa ragione, carina. Io sono uno dei suoi assistenti e ho una laurea in mano, tu sei una povera tirocinante, obbligata a prendere ordini da tutti. Anche da me. Non fare quella faccina da cane bastonato. Ascolta... lui aspetta questi documenti per le 22.00 e tu avrai la possibilità di dare loro uno sguardo nel frattempo. Non è eccitante? Imparare dal maestro? Voglio dire, stiamo parlando di Cullen -non perdo una causa da cinque anni filati-...»

Per essere eccitante Cullen lo è decisamente, ma stasera devo andare a casa, mio padre è da solo, mi aspetta, ed è la festa del ringraziamento. Per Dio! Chi lavora in un giorno come questo?
«Ti prego...», lo imploro e gli spiego la necessità di raggiungere Charlie che mi sta aspettando per cena.
«Ma cosa credi, che gli avvocati stiano a guardare le feste? Quando sarai laureata non esisteranno ringraziamenti, feste del quattro luglio, natali e capodanni! Meglio che ti abitui all’idea. Chiama tuo padre e aspetta le 22.00. Poi vai da Cullen e portagli i documenti. Probabilmente ti chiederà di aspettare ancora o di aiutarlo.Ti sto dando l’occasione della vita, Swan! Dovresti ringraziarmi, non piagnucolare»
«Ma non glieli posso consegnare ora? Non ha appuntamenti questa sera. Li lascio lì e me ne vado.”
«Non puoi. Non prima delle 22.00. Non ti avvicinare nemmeno al suo ufficio prima di quell’ora. Intesi?»
«Perché?»
«Perché è meglio non contraddire quell’uomo, credimi».
Vedo che afferra la giacca e si dirige agli ascensori. Mi fa ciao con la manina, il bastardo, e scompare dietro le porte lucide in alluminio, lasciandomi sola.
Che il diavolo se lo porti ‘sto stronzo! Spero di incontrarlo in aula, quando sarò un’avvocatessa famosa, e di disintegrarlo senza pietà.

Butto la cartellina sulla scrivania e afferro il telefono per avvisare Charlie che questa sera non tornerò per cena. Avrà passato tutto il pomeriggio a preparare il tacchino, povero papà. Oddio, non è che sia davvero solo. Ha invitato Charlotte per festeggiare con noi, ma sapevo quanto ci teneva a che fossimo tutti e tre insieme quest’anno. Esce con lei da alcuni mesi e sembra innamorato, beato lui! A cinquant’anni ha ritrovato l’amore mentre io, a ventidue, sono ancora sola come un cane.

Che amarezza.

Non ho nessuna voglia di mettermi a leggere quei dannati fogli, anche se so che in effetti questa potrebbe essere un’occasione unica. Cullen non si fila di pezza nessun tirocinante, passa attraverso i corridoi come una folata di vento gelido e nemmeno ci saluta. Va e viene dai tribunali e quando è qui convoca assistenti e soci senza mai dare la possibilità a nessuno di noi, bassa manovalanza, di assistere. Forse ha ragione il tordo, non mi ricapiterà mai più una possibilità così, tanto vale sfruttarla.
Apro la cartella e mi metto a leggere gli incartamenti del caso. Un divorzio tra un ricchissimo petroliere di sessantadue anni e la moglie di venticinque. Andiamo bene. Lui ovviamente difende il ricco coglione che non ha firmato un contratto prematrimoniale. Man mano che scorro i dati cerco di memorizzarli. Voglio essere preparata e dire la mia nel caso mi chiedesse un parere.
Sogna Swan, sogna, tanto non hai altro da fare questa sera!
Alle nove e mezza mi reco nelle toilette femminili. Rifaccio il trucco, mi do un po’ di profumo, sistemo i capelli, controllo il mio tailleur. Per fortuna oggi ho indossato questa gonna e questa giacca. Mi danno un’aria seria e professionale. Mi presenterò a lui e, mentre gli lascio i documenti, gli dirò che li ho letti e che sono disponibile ad aiutarlo, se serve. Tanto ormai, serata persa per persa...

Mi incammino verso il suo ufficio e aspetto fuori, controllando il mio orologio ossessivamente.
Sono le dieci meno un quarto quando sento uno scambio verbale al di là della porta. La voce maschile è decisamente la sua. A questo proposito, non so se l’ho detto, ma credo che Cullen vinca tutte le cause non solo per la sua abilità in aula, che è assolutamente incontrovertibile, ma anche per il suo aspetto scandalosamente sensuale e per quella voce che sono certa riesca a mandare in confusione ogni giurata che si trovi ad ascoltarla.
L’altra voce è femminile, i suoni che produce non hanno niente a che vedere con gli aspetti professionali di cui sopra e, nel sentirla, realizzo che mi hanno fatta restare qui per più di due ore, la sera della festa del ringraziamento, perché Cullen stava festeggiando a modo suo, proprio con lei.
Ma che bastardo!
Mi appiattisco dietro l’angolo, affinché non mi vedano, e aspetto che l’ospite se ne vada. Dopo pochi istanti vedo uscire dall'ufficio una donna bellissima, alta sei metri, di cui quattro di gambe, dai lunghi capelli chiari, fasciata in un abito di seta che aderisce al suo corpo come una seconda pelle. Sul viso, perfettamente truccato, ha un’espressione, come dire... scopata di fresco.
Lei esce, il pesante battente in ciliegio dell’ufficio di Cullen, che costerà come l’intero arredamento del mio bilocale, si chiude, e io rimango sola, nel mio angolo buio, con una sensazione strana in corpo che va dal vagamente incazzato al depresso, passando per il francamente eccitato.
Mi guardo da capo a piedi e confronto la mia triste immagine con quella della Jessica Rabbit appena andata via. Scuoto la testa mestamente. Cosa mi credevo? Che uno così guardasse una come me? O che frequentasse una donna normale?
No, uno così può uscire solo con la sorella bona di Miss America.
E infatti.
Ma che diavolo me ne frega poi? Mica volevo impressionarlo con il mio aspetto. Oddio... forse ci ho pensato per un fugace attimo mentre ero in bagno, giusto quei venti minuti che ho speso nel rendermi carina. E comunque manca ancora un po' al mio ingresso in quell’ufficio. Posso tentare di migliorare la situazione.
Corro nuovamente nelle toilette, sbottono la camicia accollata che indosso, slego i capelli, ripasso le labbra con il rossetto. Mi sorrido.
«Buona sera, avvocato», fingo di allungare la mano, «Isabella Swan, tirocinante».
Sorrido. Mmmhhh gli occhiali no. Meglio levarli.
L’immagine sfuocata che lo specchio mi rimanda sembra molto più accattivante di quella nitida che vi vedevo un secondo fa.
Perfetto.
Dunque. Ripasso mentalmente la scena un’altra volta: entro, sorrido, mi presento con scioltezza, dico il mio nome, gli porgo i documenti con grazia e chiedo se ha ancora bisogno di me.
Sarà una passeggiata. Ho il PGA più alto del mio corso, sono un fenomeno.
Andrà benissimo!

Alle dieci in punto busso alla porta.

«Entra pure, Michael!»

Dio! Che voce! Vince ogni causa provocando orgasmi alla giuria e corrompendo le colleghe che si trova contro. È evidente. Ma io non mi devo fare distrarre!!! Devo solo entrare, sorridere, eccetera eccetera. Ce la posso fare. È facile.

Respiro a fondo.
Apro la porta.
Entro e sorrido, come da programma. Ma poi, all’improvviso... il dramma, il fato avverso, i tacchi maledetti che indosso e la mia proverbiale incapacità di camminarci sopra.
Inciampo sul tappeto pregiatissimo che ricopre il pavimento e, come in una scena al rallentatore che purtroppo non posso fermare, mi vedo cadere a terra, rovinosamente. Per non battere la faccia, lascio andare gli incartamenti che volano in avanti, disperdendosi nell’aria e ricadendo, disordinatamente, ovunque.

«Ma che diavolo succede? Chi è lei? Dov’è Newton?»

Sono a terra, a quattro zampe, nell’ufficio di uno dei miei capi, come Anastasia Steele nell’ufficio di Christian Grey. Solo che a lei non gliene poteva fregare una mazza dell’opinione del suo futuro focosissimo amante, mentre io qui volevo fare il figurone della vita. Inoltre, considerando chi è uscito da questa stanza solo dieci minuti fa, non credo che lui potrà trovare la cosa vagamente eccitante.
Il tono della sua voce, infatti, non è per niente rassicurante. E non vedo nessuna mano gentile arrivare in mio aiuto.
Mi rimetto in piedi e, non appena sono di nuovo sulle mie gambe, sento un rumore sinistro provenire dalla suola delle pregiatissime scarpe del mio capo.
Cazzo, ha fracassato gli occhiali da vista che tenevo in mano!

«È sorda signorina? Le ho chiesto chi è lei e dov’è Newton»
«Piacere», allungo la mano per presentarmi, ma lui mi fissa, immobile, incazzato nero.
«No»
«No? Cosa?»
«No, non provo alcun piacere in questo momento. Ha appena lanciato sul pavimento la mia causa di domani. E io continuo a non sapere chi sia lei»
«Stavo giusto per presentarmi, infatti. Isabella Swan, signore»
«Il suo nome dovrebbe dirmi qualcosa?»
«Sono tirocinante presso il vostro studio da sei mesi»
«Cristo, una tirocinante! Domani licenzio quel coglione», sussurra frustrato, a bassa voce.
«Sono d’accordo. Intendo... su Newton... parlava di lui... vero?»
«Vedo che la sua prima dote è la lealtà, signorina», risponde lui ironico.
«L'onestà, signore. Newton è in effetti un... un...»
«Coglione?»
«Quello!»
«Non riesce a dirlo?»
«Certo che ci riesco. Non vedo, però, perché ripetere una parolaccia»
«Lo dica, allora. Dica Michael Newton è un grandissimo coglione...»
«Non mi sembra il caso. È comunque un mio superiore... e... un conto è pensarla una cosa così, un conto è dirla...»
«Sta davvero studiando per diventare avvocato o è uno scherzo di mio fratello? No, lasci perdere, non risponda!»
Lo sento mugugnare qualcos’altro tra sé e sé riguardo al fatto che tutto il suo buon umore se ne è andato a puttane e altre cose senza senso e decido che è meglio stare zitta.
«Raccolga i fogli da terra, li rimetta in ordine, e poi se ne vada».
Obbedisco e cerco di fare il più velocemente possibile mentre lui si mette al computer e inizia a lavorare senza più guardarmi. Sono praticamente di nuovo a quattro zampe, per fare prima e per vedere meglio i fogli che sto raccogliendo, quando tra gli incartamenti trovo anche un biglietto da visita.
Nel frattempo il suo telefono squilla e lui risponde... in francese.
Rimango ferma e cerco di contenere l’orgasmo che spinge tra le mie gambe, senza preavviso.

Cazzo, sono come Morticia Addams quando Gomez attacca con le frasi in spagnolo!

Ma il francese è peggio! Molto peggio.

Ma chère Victoria ...
Tanja était parfait...
Je voudrais Janet, jeudi prochain...
Deux heures, comme toujours...
Merci, ma chérie...

Guardo il biglietto da visita... "Victoria’s Secrets"
Non sono la prima del mio corso senza una ragione. Per quanto il dio normanno, qui, mi creda una deficiente, so fare due più due. Un’agenzia di escort, che prende il suo squallido nome da un brand di biancheria intima e dal nome di quella che probabilmente è la titolare. Patetici. La magnifica bionda, di nome Tanja, era una escort. E giovedì prossimo ne arriva un’altra... Janet!
Allora è davvero un po’ come Grey, il mio capo! Un perverso che ama fare sesso a pagamento.
«Ha finito... come ha detto che si chiama, già?»
«Isabella Swan»
«Ecco, Swan. Ha finito?»
«Ci sono quasi...»
«Si muova, su! Che altrimenti domani mando lei in aula al posto mio»
«Non credo farebbe una grande differenza»
«Sta scherzando, vero?»
«Ho letto gli incartamenti e il suo cliente è...»
«Un altro coglione, lo so. Ma io lo tirerò fuori dai casini anche questa volta. Vincerò come sempre»
«Se lo dice lei...»
«Dubita di me?»

Silenzio di tomba.

«Non mi ha sentito? Dubita di me?”
Mi rimetto in piedi e la mia lingua parte da sola. «Il coglione è a capo di una multinazionale, quindi non è pensabile farlo passare da coglione, eppure ha sposato una donna che all’epoca aveva ventiquattro anni e che di professione faceva la cameriera a Las Vegas. Senza un contratto pre matrimoniale. La sera stessa che l’ha incontrata. Purtroppo per lei il coglione è un coglione, ma capace di intendere e di volere. Un uomo che si fa guidare dalle parti basse più che dal cervello... e la legge non prevede sconti a chi usa quelle per mettersi nei guai...»
Cullen sorride, divertito, e mi guarda per la prima volta con occhi attenti, come se mi studiasse. Sembra avere ritrovato, per una misteriosa ragione, il suo buon umore.
«Mi piace Swan. Ha detto per ben quattro volte coglione e ha avuto il fegato di dubitare di me. Domani lei mi accompagnerà in quell'aula. Le mostrerò come si fa a salvare il culo di un coglione che si fa guidare da... come le ha chiamate? Ah, sì. Dalle sue parti basse.
Indossi un tailleur più moderno, non questa roba anni ottanta che mi deprime troppo. E raccolga i capelli in una acconciatura alta e ben tirata. Sexy e severa. Per il trucco ci siamo... magari qualcosina in più ma niente di volgare. Non dimentichi un blocco per appunti. Voglio che la vedano lavorare al mio banco»
«Grazie... io...»
«Brava. Fa bene a ringraziarmi. In fin dei conti le sto regalando una lezione di giurisprudenza pratica che pochi hanno l’onore di ricevere. Ci vediamo qui alle 7.30 in punto».

******

«È perfetto. Ti sta una meraviglia»
«Non lo so, Alice, mi sembra così... così... corto e... stretto e scollato...»
«È quello che vuole il tuo capo. Nero, raffinato, moderno e sexy. Lo ha detto lui sexy, giusto? E questo completo amplifica l’aspetto fondamentale del sexy portandolo al livello dello scopami ora contro quel muro. Stai serena. Dai, indossa queste scarpe, vediamo che effetto fanno con l’abito.”
«Con quel tacco?»
«Certamente. È necessario. Il tacco alto valorizza le tue gambe e mette in mostra il tuo magnifico didietro. Sarai uno schianto».
Alice è la mia amica del cuore, una blogger di successo nel campo della moda, una vera e propria fashion victim. Sono corsa da lei, ieri sera, non appena mi sono ripresa dallo shock subito nell’ufficio di Cullen. Sono rimasta a dormire a casa sua e a scegliere l’abito giusto per il mio debutto in aula. Ha persino chiamato un’amica sua, una make up artist, che ha provveduto a sistemarmi capelli e trucco trasformando il mio aspetto da ragazza normale a quella di donna misteriosa e sensuale, elegante e altera. Più che per una giornata in tribunale sembro abbigliata per una sfilata alla settimana della moda.
Però devo ammettere che sono fighissima.
Le sorrido. «Hai ragione. Sono perfetta. Non farò sfigurare il mio capo e magari lui sarà così contento di me da tenermi nel suo studio associato anche dopo il tirocinio»
«O magari ti chiederà di uscire»
«Dubito fortemente. Non ha tempo per le donne. È una macchina da guerra. Ambizioso e freddo. Niente amore»
«E niente sesso? Un uomo così?»
«Sesso ne fa. Ieri sera, per esempio, era con una. Ma da ciò che ho capito lui ottimizza anche quello. La ragazza era una escort. Insomma le fa arrivare in ufficio, dove sospetto viva ventiquattro ore su ventiquattro, fa quello che deve fare, paga, e riprende a lavorare»
«Oddio, che tristezza»
«Già. Una tristezza proprio. Se penso che quelle vengono pagate per scopare con uno così mi viene da piangere, giuro!»
«Ma non hai detto che lo detesti?»
«Appunto! Vuoi mettere del sesso duro con uno che detesti e che è più bello di un dio? Guarda non ci posso pensare...»
«Non può essere più bello di Jasper»
«Dici? Vieni, va...».
Accendo il PC e vado sul sito dello studio legale.
«Eccolo...»
«Mortacci...»
«Sua...»
«E de sua sorella...»
«No, ha solo un fratello, carino anche lui. Ma qui siamo proprio ad un livello EXTREME LUXURY EDITION»
«TOTALLY FUCKABLE EDITION»
«Già. Comunque non ci sono chance. Come ti ho detto va con modelle a pagamento e questo è quanto»
«Magari scopa male...»
«Certo, come no.. Adesso scappo. Se si incazza mi fa ancora più sangue e rischio di rovinare questo bell’abito prima ancora di entrare in aula».

********

Ho passato le ultime due ore in uno stato di estrema confusione. Avrei dovuto prendere appunti ed ero anche ben intenzionata, perché avere il privilegio di stare accanto a Cullen non è un fatto che capita tutti i giorni, ma concentrarmi è stato impossibile. A mia difesa dico che anche altre, qui, sembrano nella mia situazione. Un quarto d’ora fa una delle testimoni a favore dell’arrampicatrice sociale, che avrebbe dovuto difendere l’amica, stava per confessare un reato che non ha commesso solo per continuare a parlare con lui. Per non parlare delle giurate donne: non ho visto certe reazioni nemmeno durante gli spogliarelli di Magic Mike o quando Jamie Dornan dice a Dakota Johnson che lui ha il problema che scopa duro e basta.
Ho spaccato tre matite e trivellato più di un foglio del block notes che ho sulle cosce nel tentativo, fallito, di controllare la mia vergognosa eccitazione. E ora sono al limite di un orgasmo che non c’è verso di fermare. Sta facendo la sua arringa. Vorrei poter dire che sto seguendo ciò che dice, ma la verità è che non riesco nemmeno a mettere a fuoco il mio stesso nome, troppo distratta dal tono della sua voce e dai movimenti del suo corpo.
Si è persino sfilato la giacca, cosa che un avvocato di solito non fa per rispetto alla corte e alla giuria, e slacciato la cravatta. E ora cammina avanti e indietro, con falcate lunghe e decise,  con le maniche arrotolate sugli avambracci mentre gesticola con quelle mani, sfiorandosi le labbra e cercando di mettere a posto i capelli, per poi rimettersele in tasca o appoggiarsi ai banchi della giuria.
Il completo grigio chiaro che indossa gli calza come un guanto. Un guanto che avviluppa il suo culo e due cosce di granito. Dalla camicia bianca, tesa come se stesse per strapparsi, si possono intravedere i pettorali. Non inizio nemmeno a descrivere le spalle e la schiena. Non ce la faccio. A peggiorare le cose ci sono i movimenti erotici che fa maneggiando gli occhiali: li infila, li sfila, si mette in bocca l’asticella.
Parla guardando negli occhi la giuria, si sofferma su ogni volto, modula la voce, tenendola su un tono molto basso e calmo, fa pause perfette per lasciare il tempo alle sue parole di entrare dentro ognuna delle giurate, per penetrarle con dovizia.
Praticamente è come guardare un buon porno.
Conclude e si ferma per un istante a guardare fuori dalla finestra che è dall’altro lato dell’aula. Si dice che il sole bacia i belli ed infatti a lui lo sta trombando, mettendone in risalto ogni sfumatura degli incredibili capelli e scaldando il verde intenso dei suoi occhi.
La stanza cade nel silenzio più totale, mi aspetto di sentire scrosciare un applauso tipo standing ovation, invece odo solo il suono agitato del mio respiro e di quello di tutte le altre donne in questa stanza. Pure la guardia che sta accanto alla porta d’ingresso del giudice ha un’erezione che tenta di coprire con le mani giunte.
Non ho imparato niente oggi. Solo che il potere di quest’uomo va molto oltre il suo indubbio talento in giurisprudenza, che lui è un dio e che l’aula è la sua cattedrale.
L’unica che pare non essere caduta in questo stato mistico-estatico è l’ex sposina del coglione che, non appena comprende di avere perso la causa, inizia a urlare come una iena e viene portata via a forza dopo avere preso una multa per oltraggio alla corte.
Il vecchio miliardario invece dà una pacca amichevole sulla schiena di Cullen e, mentre lui sta già ritirando i documenti, lo invita a festeggiare: «Andiamo a bere qualcosa, avvocato?»
«Non posso, caro Ewing, ho un’altra causa nel pomeriggio»
L’uomo si rivolge allora a me, «posso invitare lei, signorina? Ho bisogno di celebrare con qualcuno la mia vittoria».
Cullen alza lo sguardo. I suoi occhi verdi sembrano lame di ghiaccio.
«È escluso. La mia assistente mi serve»
«Caro Edward, vecchio volpone, le sceglie tutte così le sue assistenti? Non si offenda signorina, ma ho faticato a fare attenzione durante la causa perché averla al fianco è stata una tale distrazione... Magari potrei invitarla a cena»
«No», risponde Cullen al posto mio.
«Credo che la sua assistente possa fare ciò che desidera nel suo tempo libero»
«La mia assistente non ha tempo libero. Dobbiamo andare, lavoreremo fino a tarda notte»
«E domani? Che ne dice signorina?»
«Lavoreremo ininterrottamente fino al trentuno»
«Magari facciamo per l’anno nuovo?»
«Dio, Ewing. Io e la signorina Swan lavoreremo ininterrottamente fino al prossimo secolo. Sono stato abbastanza chiaro?», Cullen chiude la valigetta con uno schianto nervoso e mi prende per la vita.
«Si muova, Isabella. Non vorrei finire dentro per aggressione in aula».
Lo seguo, leggermente confusa da ciò che è appena successo. Era davvero arrabbiato perché il suo cliente mi aveva invitata fuori? Cosa gliene fregava? Non è che avrei mai accettato oltretutto.
E perché ora è così incazzato?
Saliamo sulla sua macchina, si mette alla guida e parte con uno stridio di gomme con il quale fa voltare mezza Manhattan.
«Come diavolo si è vestita, eh?»
Ora lo nota?
«In modo elegante e raffinato, come mi aveva chiesto lei, avvocato...»
«La definisce elegante questa gonna?», fissa le mie cosce scoperte per qualche secondo e quasi non vede il semaforo rosso. Inchioda all’ultimo, facendomi slittare in avanti. La cintura di sicurezza mi stringe sui seni e abbassa la camicetta di qualche centimetro.
«Mi scu....», sta per scusarsi per la frenata quando gli occhi finiscono sul bordo in pizzo del mio reggiseno.
«Ma cazzo...»,  geme, e vedo che si aggiusta i pantaloni sulla superficie dei quali preme qualcosa di grosso...
Oh mio Dio... non solo quest’uomo è scandalosamente bello e intelligente, ha pure un’arnese da competizione e ha... ha un’erezione, un’erezione clamorosa, imponente, statuaria... la regina delle erezioni, l’imperatrice delle erezioni.
«Swan! Cosa guarda!?»
«Niente?»
«Mi risponde facendomi una domanda?»
«No? Sì?», non lo so. Non so più niente, so solo che mi è bastata una mattinata con lui e ho perso ogni dignità, ogni buon senso, e che farei qualunque cosa per poter aprire quei pantaloni e dare una sbirciatina o una carezzina.... magari un bacino...
«Allora?»
«Bacino?»
«Cosa?»
«Eh?»
«Niente, Swan. lasciamo perdere. Andiamo in ufficio. Anzi, prima la porto a casa e si cambia, poi mi raggiunge in studio».

****

I giorni successivi passano in un baleno. Dal giorno dell’udienza Cullen non mi ha mai più convocata, anche se ora passa ogni giorno dai nostri cubicoli e vedo che spesso si sofferma con gli occhi su di me. Poi se ne va con un’espressione torturata e cupa in viso.
Da allora cerco di venire in ufficio sempre curata, truccata, vestita bene. Anche i colleghi se ne sono resi conto e ho iniziato a collezionare inviti a cena.
Ma io non ho in testa che lui.
Non riesco a pensare ad altro. Anche Alice se ne è accorta ed è preoccupata.
«Non stai bene. Non ti ho mai vista così. Non è possibile che ventiquattro ore con un uomo, che non hai nemmeno sfiorato, ti abbiano ridotta in questo stato».
Le rispondo nel mio solito stato alterato-sognante causato dall’eccesso di ormoni che ho in corpo ultimamente.
«Oggi indossava un completo blu, Dio quelle gambe lunghe così fasciate... Non sono riuscita a combinare niente. Aveva i capelli completamente sconvolti, come se avesse appena scopato, e un cronografo d’acciaio al polso. Mi è passato accanto e io ho emesso un gemito acuto, come un’attrice porno, ma acuto acuto... mi ha guardata in modo strano e se ne è andato sbattendo la porta del suo ufficio. Prima o poi mi farà licenziare e non lo vedrò più!”, batto la fronte sul tavolo della cucina, come una povera matta, nella speranza che il dolore mi distragga, «poi, dopo dieci minuti, è uscito per chiedere dei documenti a Newton. Era in maniche di camicia. Ha degli avambracci pazzeschi, tutto quel pelo chiaro... Perché non posso averlo, perché? Lo voglio per Nataleeeeeeeee!»

«E allora fa qualcosa per prendertelo! Hai detto che lavora sempre, giusto? Anche durante le vacanze! Il venticinque avete quella festa dell’ufficio, molla i tuoi colleghi e sali! Diglielo chiaro, prima che il tuo tirocinio finisca. L’hai detto tu che era duro come un obelisco di granito al solo guardarti quel giorno. Chiaramente ti scoperebbe...»

«Dici?»

«E dico sì! Anzi ora ti scoperebbe anche di più, secondo me è per quello che è sempre nervoso. Non può non avere notato come vai vestita in ufficio e quanti uomini ti stiano girando intorno, che poi... io l’ho sempre detto... se mi avessi dato retta, invece di continuare a vestirti come una suora laica, avresti passato la prima parte della tua giovinezza in modo assai più interessante...»

Rifletto su ciò che mi sta dicendo e alla fine decido. Tanto il tirocinio finirà all’ultimo dell’anno e le mie possibilità con lui a quel punto saranno pari a zero.
Andrò da lui durante la festa di Natale e gli volerò addosso. Quel che accadrà dopo non importa, tanto non ho nulla da perdere e so con certezza che negli anni precedenti ci hanno provato in molte. Non è che sarò l’unica ad essere stata umiliata da lui, nel caso mi cacciasse a calci nel culo.

****
È seduto nella penombra, gambe larghe, bicchiere in mano, appoggiato allo schienale, in silenzio.
Ha chiuso le tende e messo una musica sensuale in sottofondo.
Per un secondo mi fermo interdetta.

«Chiudi la porta a chiave», ordina, senza nemmeno chiedere chi sono o cosa ci faccio qui.
Torno indietro e obbedisco.
Lui si schiarisce la voce e beve un sorso del suo liquore. Poi sento di nuovo la sua voce, roca e sexy, molto più sexy di quella che di solito usa, il che dovrebbe essere impossibile, o illegale almeno.

«Victoria ti ha informata su cosa mi piace fare?» Cosa? Victoria? Ma di chi sta parlando? Oh... Oh... Oddio... stava aspettando una delle sue... «So che vi ha detto che non mi piace sentirvi parlare, ma a questa domanda puoi rispondere»

«N...No. Sono nuova», mento a voce bassissima per non farmi riconoscere.

«Allora, visto che siamo a Natale, sarò gentile e te lo spiegherò. Cerca di tenere tutto a mente per la prossima volta, va bene? Voglio che tu balli per me. Devi metterti sotto quella luce...», mi indica un punto illuminato al centro della stanza, «...e muoverti. Voglio che ti spogli lentamente. Rimani in lingerie. Quando ne avrò abbastanza, ti farò avvicinare. Spero che tu non ti senta umiliata dal fatto che mi piace vedervi in ginocchio davanti a me»

«Devo... devo raggiungerla... muovendomi a quattro zampe...?»

«Mi farebbe piacere... Ma puoi anche camminare fin qui e poi inginocchiarti, se preferisci».

Ma è un porco maschilista bastardo! Dio che voce però...

«Bene, lo farò...»

«Eccellente...»

«Poi?»

«Poi me lo prenderai in bocca e lascerai che io te la fotta»

«E dopo?»

«Dopo niente...»

«Come niente? Niente sesso?... Dico... sesso sesso

Lo vedo irrigidirsi sulla poltrona.

«Non scopo mai una donna che non conosco, c’è qualche problema?»

No, no, mi va benissimo. È solo che speravo... ma mi accontenterò. Sempre che non decida di sbattermi fuori non appena mi avrà riconosciuta.

«Vogliamo iniziare?», chiede spazientito.

«Certo... certo...»

«Un’ultima cosa, signorina. Come vede non le ho chiesto come si chiama. Non l’ho fatto perché non mi interessa. Durante il nostro piccolo gioco mi riferirò a lei con il nome falso di Isabella.”

«Eh?»

«Ho detto... che la chiamerò... Isabella...», scandisce le parole una a una, lentamente e con i denti serrati.
Tanto per cambiare lo sto facendo incazzare, e non è ciò che avevo in mente, ma scoprire che chiama le donne che paga usando il mio nome mi ha preso in contropiede.
Forse davvero lui...

Il volume della musica aumenta di poco; è il segnale che abbiamo finito di parlare e che devo iniziare a ballare. Mi avvicino lentamente al fascio di luce e mi volto di schiena. Con le mani mi sfioro le cosce, i fianchi, i seni, lascio cadere la testa all’indietro, ma non abbastanza da fargli vedere il mio viso.

«Sei brava... sembri proprio lei. Cazzo... sei perfetta...»

Mi volto di fianco, lasciando che i capelli sciolti coprano in parte i miei lineamenti, e compio gli stessi movimenti sensuali con il bacino e con le mani.

«Tira giù una spallina...», ansima.

Faccio scivolare quella del lato a suo favore, scoprendo un seno, poi me lo tocco con la punta delle dita.

«Sì... così... brava... ora l’altra...»

Mi volto nuovamente e faccio scendere l’abito fino ad avere la schiena completamente nuda.
Lo sento gemere dietro di me e distinguo nettamente il rumore della zip dei pantaloni che scende.

«Fa cadere a terra il vestito, Isabella».

Obbedisco e rimango nel mio completo intimo più sexy. Posso sentire i suoi occhi incollati alle mie chiappe. Notevoli, eh? Mi piego in avanti e mi afferro le caviglie, lo osservo con la testa al contrario e vedo che si sta accarezzando lentamente. Una mano stretta intorno alla sua asta dura sale e scende pigra. La gambe quasi mi cedono di fronte ad un tale spettacolo.
La sua voce esce strozzata ora, «vieni qui...»

Mi metto a quattro zampe e mi avvicino con il viso ancora coperto dai capelli sciolti.

«Inginocchiati di fronte a me...»

Gli arrivo davanti e alzo lentamente il busto.

«Brava, così, adesso prendilo in bocca...»

Mi sollevo per obbedire, ma il secondo successivo la sua voce roca cambia tono e lui sposta di quello che può il bacino all’indietro, «I... Isabella? Oh no, cazzo... non è possibile...», cerca di allontanarsi. E no caro! Non ora che ci sono quasi! Afferro la base della sua erezione e avvicino la mia bocca. Lui è rigido, molto rigido, in tutti i sensi, «oh merda... sei... sei... davvero tu...»
Cerca di mettersi in piedi, ma io con una mano sulla coscia lo tengo fermo. Un attimo dopo ho tra le labbra umide la sua cappella turgida.
«No... no... Oh... oh... cazzo... oh sì...», appoggia una mano aperta sulla mia testa, e sento che non sa cosa fare, se spingermi via oppure lasciarmi continuare. In risposta al suo dubbio lo succhio con tutta la forza che ho.
«Merda... merda... merda...», mi afferra per i capelli e mi spinge verso il basso. Chiaramente ha preso la decisione giusta. Succhio di nuovo, per ringraziarlo, e faccio roteare la lingua attorno all’asta, poi scendo ancora.
È enorme e... dio... profuma di buono. Sembra impossibile, ma anche il gusto salino della sua pelle mi fa impazzire. Rilasso i muscoli della gola e, grazie John che mi hai insegnato come farlo senza vomitare, lo infilo tutto dentro, fino alla base. Come una fottuta professionista.
«Oddio... sì... muoviti Isabella, fallo di nuovo», scivolo indietro e poi in avanti, una, due, tre, quattro volte, e lui inizia ad agitarsi sotto di me, a rispondere ad ogni mio affondo con una spinta decisa. Lo farò venire in due minuti netti. Lo tengo per le palle. Letteralmente.
Ansima e grugnisce parole senza senso, sibila una sequela di frasi che passano dal sacro al profano ad ogni suo movimento. Poi, all’improvviso, mi tira per i capelli verso l’alto.

«Lasciami andare...»

Non ci penso nemmeno, Cullen.

«Ho detto molla, Isabella. Non voglio venirti in bocca...»

No? Perché? Io non vedo l’ora, invece.
Come se mi potesse leggere nella mente - e secondo me lui è pure in grado di farlo - risponde alla mia muta domanda.
«Alzati e va’ alla scrivania. Piegati in avanti. Voglio fotterti... fotterti davvero...»

«Ma non aveva detto che al prima volta...»

«Fa' come ti dico... e poi non è che io non ti conosca. Giusto, Swan?»

Obbedisco e - dio - se vuole fottermi, non sarò certo io a fermarlo. Sarà un momento che ricorderò tutta la vita. Quello che mi farà dire che ne è valsa la pena fare una cosa così fuori luogo e sporca. Purtroppo sarà anche lo stesso momento che mi rovinerà per ogni altro uomo, temo. Ma sono pronta a rischiare.
Mi sdraio a pancia in giù sul piano lucido della sua elegantissima scrivania e lo sento dietro di me. Apre il cassetto al mio fianco, tira fuori una scatola di preservativi, strappa la bustina, sposta di lato il tanga, mi afferra di nuovo per i capelli, poi, con due piccoli calci sulle caviglie, mi divarica le gambe, assesta uno schiaffo secco sul culo e, il secondo dopo, mi entra dentro da dietro.
Emetto un grido roco. Mi ha fatto male eppure non ho mai provato un piacere simile in vita mia. Sono mesi che non faccio sesso e il suo cazzo è così grosso, così duro, così perfetto.
«Chi l’avrebbe detto, eh? Isa... bella....», si muove lento, e non so come faccia visto che due secondi fa era a un niente da venirmi in bocca.
Altro schiaffo. Altro strattone ai capelli. Altro mio gemito.
«Meglio di tutte le ragazze di Victoria...»
Schiaffo, strattone e spinta.
«Stretta come una ragazzina... cazzo»
Si ferma dentro di me, completamente sepolto tra le mie cosce e lascia andare i capelli per cominciare ad accarezzarmi le natiche.
«Perfette... rosse... rotonde... un capolavoro...»
Poi con la mano destra passa davanti e inizia a massaggiare con piccoli e languidi movimenti circolari il mio clitoride eretto.
Ora sarò io a venire in un nanosecondo. È piegato su di me, con il cazzo che mi riempie completamente e nel mentre mi masturba. Posso pure morire dopo questa cosa qui. Grazie Signore.
Sento la sua voce ansante alle mie spalle, la sua lingua mi sfiora per un attimo l’orecchio.
«Perché sei qui?», geme.
Pensa davvero che io possa rispondere, ora che sto per morire sotto le ondate impietose di un orgasmo letale?
«Cosa vuoi da me, eh?»
No, ma devo spiegarglielo davvero? Mi sono spogliata, ho camminato a quattro zampe per compiacerlo, l’ho preso dentro fino all’esofago e ora sono piegata a novanta sotto di lui... chissà cosa volevo?
«Questo?», altra stoccata secca, altro schiaffo, e non so se è più malato lui che ama fare cose così o io che sto godendo per questo.
«Parla...»
Ceffone.
«Oh dio... sì...»
«Cristo... ti piace davvero...»
«Sì... sì... sì...»
I suoi movimenti di mano si fanno più precisi, i colpi di bacino più profondi. Lo sento che pulsa dentro di me, che geme ad ogni mio spasmo, assaporando la stretta del mio orgasmo intorno alla sua asta di marmo. Sono persa in uno stato di incoerenza, vedo doppio per lo stato di grazia in cui mi trovo, e lui inizia a fottermi ancora più duro e cattivo, facendomi sbattere contro il bordo della scrivania ad ogni impietoso affondo.
«Lo sapevo... merda... lo sapevo... tutte queste settimane... tutte le donne con cui sono stato... non sono servite a niente... Isabella... Isa...bella...»

Poi, non parla più, gli ultimi istanti sono riempiti solo dai suoni inarticolati della sua voce e dai gemiti rochi che seguono il ritmo del suo orgasmo.
Esausto mi cade addosso, schiacciandomi sulla scrivania e rimane in silenzio.
Passano così un paio di minuti, fino a che la cosa non inizia a diventare allarmante.

«Edward?»
Posso chiamarlo Edward, giusto? Voglio dire è ancora dentro di me... Si può dire che siamo entrati in confidenza, no?
Niente. Non risponde.
«Edward...»
«Che situazione del cazzo, Swan...», finalmente parla, sussurrando con voce incerta.
Non sono proprio le parole che pensavo di sentire dopo il sesso più spettacolare e inatteso della mia vita, ma va bene lo stesso.
«Adesso che diavolo facciamo?», la sua voce è realmente depressa, «Perché sei venuta qui? Davvero, perché?»
Sta cercando di parlare di questa cosa, in questo modo, con il suo cazzo duro ancora dentro di me. Non mi lamento, però è difficile.
«Edward... magari... se...», muovo un poco il bacino all’indietro e lo sento sibilare per il fastidio. Si sfila e la sensazione del suo corpo che si allontana dal mio non mi piace per niente,
«Rivestiti, per cortesia» dice mentre abbassa il suo magnifico sguardo, «non riesco a ragionare con te nuda davanti a me».
Si libera del preservativo, lo chiude con un nodo, in una singola mossa da vero esperto, e lo lancia nel cestino della carta.
«Adesso come farò...», si versa un bicchiere di liquore e lo ingolla tutto in un solo sorso.

Mi rivesto e comincio a sentirmi imbarazzata. È vero che volevo questa cosa da morire ed è vero che la scena non si è svolta proprio nei termini che avevo previsto, ma mi sembra che la stia prendendo troppo male. Forse è preoccupato che io possa raccontare l’evento in giro. Forse non si fida di me. Devo tornare professionale e rassicurarlo.

«Non lo dirò a nessuno, signore»

«Non mi chiamare signore ora o non rispondo di me, credimi»

«Non la metterò nei guai, avvocato...»

«Swan. Ti ho scopata un secondo fa sulla mia scrivania. Credo si possa passare al tu»

«Signore...»

«Hai problemi di udito forse? Ho detto di darmi del tu!»

«Eh va bene, cazzarola! Cercavo di essere d'aiuto! Ma deve essere tutto sempre così complicato con te, Cullen?»

Lui spalanca gli occhi e rimane a bocca aperta, mentre io cerco di sistemarmi i capelli e di ridarmi un aspetto presentabile, nel caso incroci qualcuno mentre me ne vado.

«Senti Edward, non ti devi preoccupare. Questo... quello... che è successo ora... è stato uno dei momenti più... incredibili della mia vita... ma rimarrà tra noi... Consideriamola una follia di Natale...»

«Una follia di Natale...», ripete e beve ancora Mi fa venire sete. E mi fa altre cose vederlo seduto con il viso sconvolto dal sesso, i capelli stravolti e quelle dita lunghe che sanno di me attorno al bicchiere.

«Ne vuoi uno anche tu?», mi indica il liquore.

«Sì... grazie...»

Si alza e mi prende un bicchiere. Poi afferra la bottiglia e si dirige verso il divano. «Vieni a sederti qui».

Mi sistemo accanto a lui, che mi osserva ancora stranito, quasi come mi vedesse per la prima volta.

«Ma come ti è venuto in mente di fare una cosa così?»

«Credo che sia quello che hanno in mente tutte le donne che ti girano intorno...»

«In effetti...», sorride compiaciuto, «ma nessuna ha mai avuto un’idea così folle... sostituirsi a una ragazza di Victoria...», ora ride di gusto, mentre beve e scuote la magnifica testa.
E io sono rovinata, rovinata, rovinata per sempre. Non ridere Edward. ti prego. Potrei innamorarmi di te in un solo attimo.
Cerco di rispondergli onestamente: «Non pensavo che sarebbe finita in questo modo. Ci speravo, ma ho capito solo dopo che stavi aspettando un’altra...»

«Cosa?»

«Ero venuta per... vedere... se riuscivo... a...», ora, dopo aver camminato come un cagnolino davanti a lui e avergli permesso di sculacciarmi come una scolaretta disobbediente, mi vergogno.

«Sedurmi?»

«Sì»

«Quindi è stato un caso? Intendo dire, non hai sostituito la ragazza che aspettavo di proposito»

«No...»

«E non ti sei preoccupata delle conseguenze? Farsi scopare dal capo? Lo sai che è assolutamente contrario alle regole dello studio?»

«Mi rimane solo più una settimana e poi il mio tirocinio sarà finito...»

«Errore...»

«Errore?»

«Ti ho fatta assumere ieri. Non te l’hanno ancora comunicato? Sei la mia nuova assistente. Ho spostato il coglione, Newton, e l’ho dato a Emmett. E ora... mi toccherà...»

«Licenziarmi...?»

Ride, cattivo e bellissimo, e beve ancora, «tenerti con me molto a lungo...»

«Oh»

«Già. Allora... accetti? Vuoi diventare la mia assistente personale?»

«Sì. Certo che sì»

«Posso essere molto esigente e ho un carattere pessimo...»

Oh sì... esigente e umorale...

«E lavoro quindici ore al giorno... sarà dura, ma imparerai tantissimo...»

Sarà dura... oh sì...

Il suo sguardo si fa più insicuro e, se non fossi certa che gli dei non arrossiscono, mi verrebbe da pensare che sia imbarazzato.

«Non sarai obbligata a... voglio dire, non è per questo che.... per quello che è successo questa notte che... non mi aspetto... certo, se a te sta bene potremmo anche... diciamo... tentare... ma se non vuoi...»

Mi avvicino con le labbra alle sue e sussurro sottovoce: «Cullen, quindici ore al giorno da passare insieme sono tante. E a me sta bene anche... diciamo... tentare...»

Si rilassa e mi guarda con occhi sinceri. «Non sono sempre uno stronzo, so essere anche umano, se ho un motivo valido...»

«E io sono un motivo valido, Cullen?»

«Assolutamente»

«Allora accetto. Accetto tutto... Il posto, le quindici ore, il tuo caratteraccio e anche i benefit connessi...»

«Quali benefit?»

Tiro su il vestito e mi siedo a cavalcioni su di lui.
Ho voglia di baciarlo dal primo giorno che l’ho visto e dopo tutto quello che è appena successo e che ci siamo detti, non posso aspettare oltre.
Con la lingua mi faccio strada tra le sue labbra morbide, «questi benefit», sussurro muovendomi su di lui lentamente mentre lo bacio con tutta me stessa, fino a che non ci separiamo per riprendere fiato.

«Lunedì mattina ti voglio nel mio ufficio, pronta e carina, per iniziare. Indossa il completo che avevi in aula il mese scorso. Avremo molto da fare... molto...», geme nella mia bocca.

«Sìssignore!»

Stacca le sue labbra dalle mie: «Adesso torna alla festa. Devo scendere anche io tra poco a fare il discorso di Natale. E non chiamarmi signore se non vuoi essere piegata di nuovo su quella scrivania ora”

«Come vuole... Signore...»


FINE

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