lunedì 21 dicembre 2015

Impronte di Natale


Edward è un uomo fortunato, ha un lavoro scelto per passione e una solida famiglia alle spalle. Non ha una donna accanto, ma non ne sente la necessità e poi, comunque, nessuna sarebbe quella giusta.
Quando il destino mette sulla sua strada due piccole impronte sconosciute sarà costretto a fare i conti con i suoi ricordi ed emozioni inattese che lo porteranno dritto verso il suo primo vero Natale da uomo e la vita che lo aspetta.



 «Edward … Edward amore svegliati … credo sia arrivato qualcuno per te  …»
Affondo il viso nel cuscino strusciando la pelle calda ed inspirando l’odore di sonno e di sogni appena abbandonati.
«Edward … »  
La voce di mamma mi accompagna con la solita dolcezza verso la realtà.
Accolgo grato un altro bacio sulla guancia e mi convinco ad aprire gli occhi.
Con le manine li stropiccio per mettere a fuoco il volto più bello del mondo che si accende nel suo meraviglioso sorriso.
Senza che mi dica altro realizzo: è Natale. Mamma sta parlando di Babbo Natale!
In un lampo mi metto seduto sul letto e la abbraccio con il cuore colmo di felicità.
Le sue mani mi accarezzano la schiena e i capelli.
L a sensazione di quel tocco delicato e sicuro mi accompagnerà per il resto della vita, ma ancora non lo so.
«Forza andiamo in salotto!» continua prendendomi in braccio.
Sono così emozionato! Attendo con gioia e trepidazione l’arrivo di Babbo Natale, eppure, ogni volta che sto per scoprire se è passato e se mi ha lasciato qualcosa, vengo preso da una strana ansia. Ho come paura di rimanere deluso o, più probabilmente, di aver deluso io e di non essermi meritato quanto ho richiesto con la classica letterina.
Affondo il volto tra i lunghi e profumati capelli di mamma. Quando, scese le scale ancora in braccio, arrivo in salotto, sento la presenza  di papà. Si avvicina e ci abbraccia entrambi «Buon Natale famiglia!»
Passo dalle loro braccia come in uno scambio di testimone. L’amore che mi circonda è davvero qualcosa di  straordinario di cui sarò sempre grato e andrò sempre fiero.
«Coraggio Edward, sotto l’albero vedo diversi doni … Babbo Natale mi sembra sia stato più che generoso quest’anno! Credo ora sia proprio il momento di aprirli» mi sprona papà mentre riporta a terra i miei piedini, come al solito nudi.
Mi faccio coraggio e guardo il nostro albero di Natale. Sotto ci sono alcuni pacchetti dalle carte scintillanti. Uno, molto più grande, spicca tra gli altri.
 Le luci dell’albero che si riflettono sui doni e sulle pareti di casa infondono quell’atmosfera magica che aspetto per un anno intero. Non che la quotidianità non sia piacevole, anzi. Ma il giorno di Natale ha davvero qualcosa di speciale.
Realizzando a pieno che Babbo Natale non ha mancato la consegna nemmeno stavolta, saltello per la felicità e, prendendo per mano mamma, raggiungo la meta tanto attesa.
Mentre una canzone di Natale risuona in casa, ci ritroviamo tutti e tre seduti ai piedi dell’abete a leggere i nomi sui pacchetti. Babbo Natale è ben organizzato, ognuno deve sapere cosa aprire, sennò sai che macello.
Mamma mi avvicina il pacco più grande. Ha una carta lucida rossa, il mio colore preferito,  e un grosso  fiocco dorato in cima.
«Questo porta il tuo nome Edward, su aprilo …»
La guardo titubante.
«Su forza!» insiste papà sorridendo.
Devo alzarmi in piedi per riuscire a lavorare. Le manine tremanti riescono a fatica a strappare il fiocco e ad incidere la carta. Quando intravedo la scatola nascosta ed intuisco cosa contiene, sento salirmi un groppo in gola e le lacrime invadermi di prepotenza gli occhi.
Vedo la commozione anche sul volto di mamma. Cerco nel suo sguardo il coraggio di aprire del tutto il regalo, perché ho come il terrore che mi sia sbagliato, o che sia solo un sogno o, peggio, che possa sparire, come per magia.
Lei si porta una mano alla bocca come fa tutte le volte in cui si sforza di non piangere e, con la voce rotta che la tradisce, mi chiede «cosa c’è piccolo? Su avanti, apri …»
Papà mi scompiglia i capelli «avanti campione!»
Gli sorrido mentre le lacrime rigano le mie guance di bambino.
Non era un sogno. E nessuna magia si porta via il regalo più bello della mia vita. La carta strappata giace sul pavimento, mentre io rimango in adorazione dell’immagine impressa sulla scatola.
Il mio primo pianoforte. Nero, lucido, a coda. Con tanto di sgabello. Sarà anche un giocattolo, ma per me è perfetto.
Babbo Natale ha portato il regalo che ho chiesto. Non ci posso credere.
Mamma e papà mi abbracciano da dietro. Mi stanno dicendo qualcosa, ma le loro voci mi arrivano distorte. Sono completamente frastornato dalla felicità.
Ad un tratto, come per attenuare una gioia forse eccessiva, appaiono nella mia mente i volti di certi compagni di scuola. Solo due giorni fa sono stato preso in giro pesantemente. Non ho detto nulla a casa, ma adesso il mio volto triste e preoccupato non passa inosservato.
Mamma mi stringe le spalle e mi gira dolcemente «cosa c’è che non va Edward? Non sei felice?»
Con le piccole mani stringo forte i pantaloni del pigiama. Voglio dirglielo, oh lo voglio tanto, ma se poi i miei amici  avessero detto la verità? Io non la voglio, non la voglio sapere!
«Avanti, mi stai facendo spaventare Edward, cosa succede?» mi incalza.
«E’ … che Babbo Natale non esiste, mamma …» a denti stretti esce la mia paura.
«Come non esiste Edward? Chi te l’ha detto?» mi chiede ferma la voce di papà.
«I miei amici, a scuola. Hanno detto che chi crede a Babbo Natale è solo uno stupido e che i grandi sanno che non esiste … e che sono loro a mettere i regali sotto l’albero» concludo tra altre lacrime.
«Vieni qui, bambino mio», le mani di mamma afferrano le mie. Mi conduce delicatamente in grembo dove mi accoccolo.
«Ora guardami Edward, perché quello che sto per dirti è importante.»
Obbedisco.
E’ molto seria, ma non ho paura, lei mi fa sempre sentire tranquillo e protetto.
Tutte le verità dette tra braccia amorevoli sono più tollerabili. Anche il mio cuore di bambino lo sa.
Le sue mani mi avvolgono il viso e mi inducono a fissarla.
«Tutto quello in cui credi Edward è vero. Tutto quello che qui dentro senti sia vero,» appoggia una mano sul mio cuore e una sulla fronte «esiste. Non lasciare mai che gli altri ti portino via i sogni, né le cose che ami. Mai. Sono tue e solo tue.»
Mi lascia il tempo di assaporare le sue parole di cui capirò il vero significato solo molti anni dopo.
«E poi non è assolutamente vero. Io, quando ero bambino, Babbo Natale l’ho visto!» aggiunge papà serio alcuni istanti dopo.
E’ in quel preciso istante, quando mi volto d’istinto verso papà, che sono certo di vedere un’ombra rossa passare velocissima davanti alla finestra del nostro salotto.
***
C’è ancora un po’ di gente che si aggira tra gli scaffali del negozio nonostante sia quasi l’ora di chiusura.
Molte di queste persone non hanno nemmeno idea di quello che stanno cercando. Molto spesso nemmeno di quello che stanno guardando.
E’ un classico durante il periodo natalizio avere una clientela più variegata del solito. Genitori che vogliono regalare al figlio la chitarra perfetta, insegnanti di musica che cercano uno spartito interessante e chiedono consiglio per i concerti di Natale, alunni che guardano tutto quello che ho in negozio e poi scelgono un minuscolo gadget per il loro insegnante di canto. I migliori però sono i nonni smarriti tra cuffie, casse hi-tech e bacchette per la batteria.
Io mi ci perdo in queste persone, adoro consigliarle e adoro ascoltare le loro storie o, a volte, semplicemente immaginarle.
Sperimentare le tante facce dell’amore per la musica è uno dei motivi per cui ho deciso di aprire un negozio di articoli musicali. Oltre alla mia personale passione per il pianoforte, ovviamente. E al fatto che il diploma in conservatorio non mi ha aperto le strade che speravo.
Sto parlando con una mamma particolarmente interessata ad un violino di ultima generazione da regalare a sua figlia, quando vedo le manine di un bambino appoggiarsi alla vetrina.
Sono almeno due settimane che la mattina trovo quelle piccole impronte sempre nello stesso punto e, finora, non ero stato in grado di associarle ad un volto perché, quando la sera chiudevo, non c’erano ancora.
Mi distraggo dal discorso di violini e archetti, e lascio la cliente libera di elencarmi le abilità di questa figlia che non conosco e probabilmente mai conoscerò, mentre io continuo a fissare quelle due manine e quegli occhi blu incollati al pianoforte bianco.
«Mi scusi signora, solo un attimo per cortesia» dico qualche minuto dopo allontanandomi dalla cassa e lasciandola piuttosto interdetta.
Con passi lenti, per non dare troppo nell’occhio e spaventarlo, mi avvicino alla vetrina dove  il bambino è ancora inchiodato. Ho appena posato la mano sulla maniglia della porta d’ingresso quando si accorge di me e corre via.
Resto da solo con il tintinnio delle campane appese alla porta a guardare il buio della via. Solo le luci dei lampioni si riflettono sulle pozzanghere decorate dai puntini delle gocce di pioggia che cadono incessantemente.
Del bambino nemmeno l’ombra.
Rimango profondamente turbato da quegli occhi blu e da quelle manine. E non ne capisco il motivo.
Spero di non avergli messo paura e ritorno al mio lavoro; saluto i clienti che escono ad uno ad uno e vendo violino, archetto e custodia alla mamma ancora in attesa prima di chiudere le luci e tornare a casa.
Lungo il tragitto decido di fermarmi a trovare i miei genitori. La nostra, o meglio, la loro casa si trova a metà strada tra il negozio e il mio appartamento. Normalmente mi fermo a cena da loro il lunedì e il venerdì, ma oggi, adesso, sento un gran bisogno di vederli e di sentire il profumo di casa. Quel bambino là fuori, solo e sotto la pioggia, mi ha messo un gran freddo dentro.
«Che sorpresa! Che ci fai qui Edward! Aspettavo la tua chiamata serale, non la tua visita …» mi accoglie mamma visibilmente stupita quando apre la porta e mi trova immobile sulle scale, lo sguardo incupito e completamente intirizzito.
«Ciao mamma! Papà» rispondo abbracciandola e volgendo lo sguardo alla finestra del salotto dove, seduto su una sedia a dondolo, è solito affacciarsi mio padre dopo cena. «Sono passato solo un attimo, ero di strada …»
«beh, sei sempre di strada, ragazzo » precisa mio padre con un sorriso.
Non c’è niente da fare, questi due mi conoscono troppo bene. Non riuscirò mai a tenere qualcosa nascosto al loro amore.
E va bene così. Sono felice di passare la serata con loro a mangiare biscotti fatti in casa, chiacchierare del negozio, della fidanzata che ancora non ho e di due manine e due occhi blu che guardano il pianoforte bianco esposto in vetrina.
***
 Sono quasi le sette di sera dell’ennesimo giorno piovoso di dicembre. Mi chiedo se mai avrò la gioia di passare un Natale sotto la neve.
Ho un ultimo cliente in cassa e sta già pagando, quindi potrei chiudere in pochi minuti e tornarmene a casa, ma ho deciso di attendere. So che verrà di nuovo. Non so per quale motivo io mi sia fissato, ma voglio capire perché questo bambino passa del tempo da solo e di sera alla mia vetrina.
Qualche minuto dopo compare. Noto che, prima di appoggiarsi con le manine e bloccare lo sguardo sul piano, controlla se ci sono e dove sono. Non può vedermi, sono dietro ad uno scaffale. Ma io lo osservo.
Vedo chiaramente gli occhi illuminarsi quando li posa sui tasti del pianoforte. Un sorriso gli alza le guance rosse rendendolo così dolce, così bello. Ha un cappotto nero, forse troppo leggero per essere dicembre, e un cappellino grigio con il frontino a proteggerlo dal freddo. Alle mani non porta i guantini. Le piccole impronte sono già impresse sul vetro.
Stavolta esco dalla porta di servizio. In pochi istanti, senza che lui si accorga di niente, mi metto alle sue spalle.
«E’ bellissimo vero?»
Colgo un suo sussulto, ma non scappa. E nemmeno si volta o mi risponde. Allora continuo a parlare.
«E’ un Bosendorfer di inizio ‘900. E’ la copia esatta di un piano che ha suonato in una delle più famose sale concerto di Vienna. Vedi, a differenza di molti pianoforti a coda, questo ha 92 tasti e non 88 …»
Mi stupisce che mi stia ancora ascoltando. Noto che annuisce quando gli racconto questi dettagli, come se stesse registrando le informazioni.
«Sai suonare un pianoforte?» gli chiedo.
«No signore» risponde con voce tremante.
«Vuoi provare? » ed evidentemente è la domanda magica. Si volta di scatto e spalanca il blu su di me. Di certo non è convinto di aver capito bene perché la sua espressione è così sorpresa e buffa.
Sorrido e confermo quanto gli ho appena chiesto «allora? Vuoi provare? Andiamo entra …»
«La mamma non vuole che io parli con gli sconosciuti. Arriverà tra poco a prendermi e mi sgriderà.»
«La tua mamma ha ragione ad insegnarti queste cose. E tu fai bene a obbedirle …  piacere» dico allungandogli la mano «io sono Edward e sono il proprietario del negozio, della vetrina e del pianoforte.»
Le sue dita minuscole prendono la mia mano con fare incerto. Ma poi la stringe e la agita in alto e in basso. Non riesco a trattenere un altro sorriso.
«Ciao. Io sono Anthony.»
«E’ un piacere conoscerti Anthony. Ottimo. Adesso che ci conosciamo se vuoi ti faccio entrare in vetrina, così quando la tua mamma arriva ti vede subito e non si spaventa. Che ne dici?»
Ci pensa qualche secondo, poi annuisce ancora incredulo mantenendo  comunque una certa freddezza nei miei confronti. Cosa che istintivamente approvo e apprezzo molto. E’ un bambino intelligente e deve avere  degli ottimi genitori, nonostante si fidino forse troppo a lasciarlo solo, penso.
Entriamo dall’ingresso con le campanelle che lo fanno ridere come solo un bambino sa fare. Sposto con cautela il seggiolino e lo invito a sedersi. Alzandoli entrambi con facilità, lo avvicino alla tastiera.
Mi sembra stia tremando. Pare così emozionato. E per un istante ricordo me stesso quel giorno di Natale di tanti anni fa quando ebbi per la prima volta sotto le dita un pianoforte vero. Avevo sei anni, più o meno come lui.
«Puoi toccare i tasti, prova» lo invito.
Non sbagliavo, alza la mano e vedo che trema.
Allora, premendo i tasti più vicino a me, inizio a suonare una breve melodia per incoraggiarlo.
Guarda le mie dita completamente affascinato. Poi  il piccolo dito indice sfiora per la prima volta un mi e un la e un do … e continua stregato dal suono che lui stesso sta producendo.
Veniamo interrotti dal tintinnio della porta. Entra una giovane donna, visibilmente stupita e preoccupata per quello che vede.
E’ minuta ma fiera, e anche molto bella nonostante abbia l’aria di essere parecchio stanca. Avrà meno di trent’anni, ma quanti di preciso non saprei, il suo sguardo rivela fatiche da donna più matura di quello che il resto del volto e del corpo mostrano.
«Ciao mamma» dice il mio giovane amico poggiando le mani colpevoli sulle ginocchia e abbassando lo sguardo.
«Buonasera …» aggiungo io avvicinandomi per presentarmi.
«Anthony saluta il signore e vieni, forza» mi taglia fuori lei.
Il bambino fa per obbedire, ma non voglio venga sgridato per colpa mia, così mi affretto a chiarire «mi scusi se ho fatto entrare Anthony. So che non aveva il permesso.»
«Esatto, non lo aveva» ribatte secca, ma gli occhi neri e dolci tradiscono la sua bontà di cuore e l’amore profondo verso il figlio.
«Mamma scusami» aggiunge il piccolo.
«Non fa niente caro. Ma la prossima volta …»
«La prossima volta» la interrompo prima di perdere audacia «vorrei potesse entrare con il suo permesso. So che Anthony viene qui piuttosto spesso e potrei insegnargli a suonare qualcosa invece di farlo rimanere fuori al freddo. Credo sia più utile e anche più sicuro …»
Cerco di usare tutte le carte a mia disposizione per convincerla. Dal profondo sento di poter dare qualcosa a questo bambino. E sento di doverlo fare. Non saprei davvero spiegarne il motivo, ma seguo l’istinto, come ho sempre fatto in vita mia.
La donna , ancora ferma sulla porta, mi guarda incredula e perplessa.
Anthony è a bocca spalancata vicino a lei e la guarda con aria supplichevole.
Dopo qualche minuto di silenzio, rotto solo dal noioso rumore della pioggia, risponde decisa stringendo la mano del bambino «mi dispiace, ma non possiamo permetterci un insegnante di pianoforte»
«non ho intenzione di chiederle denaro, mi creda.»
Continua a fissarmi attenta e seria «e io non ho intenzione di accettare favori né di pagarla in nessun altro modo» scandisce le ultime parole in modo che mi arrivino chiare.
Francamente resto colpito da quello che sotto intende la sua risposta. Un pugno dritto nello stomaco. Mai mi sarebbe passato per la mente di chiederle quel tipo di favore in cambio. Mai. Ho avuto le mie storie anche brevi e frivole e di una botta e via, non ho mai avuto una fidanzata né la tipica storia seria, ma non ho mai pensato di utilizzare il corpo di nessuna donna come merce di scambio né di “usarla” a vantaggio del mio piacere senza il dovuto rispetto. E il solo fatto che lei possa averlo immaginato mi fa intuire che deve aver conosciuto uomini molto poco Uomini. Uomini di merda, diciamo le cose come stanno.
«Non le chiedo assolutamente niente in cambio, né a lei né al bambino» mi sento offeso per quello che ha appena detto, ma non voglio farglielo pesare e tento di mantenere un tono  pacato e cortese mentre chiarisco la mia posizione.
«Nessuno fa mai niente per niente»  un ghigno amaro le sciupa il bel volto.
«Io si» sostengo fiero il suo sguardo scettico. «E se non si fida a lasciarlo solo con me può  farlo accompagnare dal padre o da chi vuole, se preferisce.»
Vedo entrambi irrigidirsi, credo proprio di aver detto una gran cazzata.
«Ci siamo solo Anthony e io. E, mi perdoni, lo so di essere una madre pessima,ma non ho il tempo di stare qui con lui mentre lei impartisce lezioni perché, vede,  sarò occupata a stirare o a preparare la cena nell’appartamento qui sopra. Ora, se vuole scusarci, sto facendo tardi al mio terzo lavoro, quindi arrivederci» conclude strattonando il bambino per mano e uscendo dal negozio.
Merda, sono proprio un coglione. Come ho fatto a non intuire? Ora sembra tutto così logico. Il bambino solo a quest’ora, lei che lo passa a prendere dopo un po’, le impronte lasciate ogni sera. Coglione, coglione, coglione! Ripeto battendomi la mano in fronte.
In  un guizzo di orgoglio decido di non darmi per vinto o, comunque, non lascerò che lei pensi quello che già penso io di me stesso.
«Senti scusa» le dico mentre si sta allontanando. «Non dovevo, lo so, ma non potevo saperlo. Ti chiedo scusa se mi sono intromesso nelle tue cose. Nelle vostre cose. Non era mia intenzione. Il mio invito per Anthony resta valido. Se volete e vi fa piacere sapete dove trovarmi.»
Non aspetto una risposta né il saluto di Anthony, ma sono certo me lo abbia fatto con la manina e un sorriso. Almeno voglio crederlo. Rientro nel negozio sperando che mi raggiungano, ma non accade.
Non mi resta che chiudere tutto e andare a casa con mille domande che mi spaccano la testa.
***
Il cielo anche stamattina è plumbeo e mi sento soffocare da tutto questo grigiore.
Non ho dormito un cazzo stanotte e ho la testa che mi pulsa. Decido di andare a correre lo stesso. Correre un po’ mi farà sciogliere i muscoli e i nervi. E’ sempre stata la mia valvola di sfogo preferita. Oltre a qualche parentesi di sesso, ovvio. Ma quello è stato da sempre molto occasionale. Quindi non fa testo come abitudine.
L’aria frizzante mi pizzica il volto. Le nuvole di aria condensata che escono dalla bocca mi danno il ritmo della corsa.
Uno, due. Uno, due.
E non penso ad altro. Tento di non pensare ad altro. E lei mi entra di prepotenza nella testa. Le sue parole. I suoi occhi. Dio quella bocca.
Di nuovo un pungo nello stomaco.
Scuoto il capo e riporto la concentrazione sui miei passi.
Uno, due. Uno, due.
Conto ad alta voce. E le impronte di Anthony. Quelle di ieri le troverò tra poco, non le ho ancora pulite. Chissà se stasera verrà e le lascerà di nuovo. Merda, sapevo che dovevo portarmi l’ipod. Almeno avrei potuto fingere di cantare. O alzare il volume a palla fino a far crepare le urla dei miei pensieri.
Quando arrivo a casa sono sfinito. Lancio le scarpe da ginnastica in ingresso e mi butto in doccia. L’orologio dice che tra venti minuti devo aprire il negozio. E non ne ho nessuna voglia. Forse, per la prima volta da quando ho iniziato questo lavoro.
La giornata passa lenta. Mi sento particolarmente svogliato e non vedo l’ora arrivino le sette per tornare a casa. Programma della serata: divano, pizza che passerò a prendere prima di chiudermi nel mio mondo e qualche birra come compagnia. Più di qualche birra.
Ormai ci siamo quasi. Inizio a chiudere i registri e la cassa. Impreco quando sento il tintinnio delle campane appese sulla porta a segnalarmi l’entrata di qualche cliente dell’ultimo minuto.
«Sto chiudendo» avviso abbastanza scorbutico senza nemmeno alzare lo sguardo.
Non ottengo risposta né un tintinnio di rimando a informarmi che il cliente ha capito e se n’è andato, quindi sbuffo e apro le labbra per ripetere quanto ho appena detto guardando in faccia lo scocciatore.
Mi si bloccano le labbra di fronte a lei e a Anthony.
«Scusi, lo so che è tardi, ma oggi ho dovuto modificare un po’ gli orari …» spiega la donna a cui ho pensato tutto il giorno. E la notte.
«Non c’è problema» la interrompo. Ma non aggiungo altro, voglio che sia lei a dirmi che cosa vuole da me. E, soprattutto, se vuole qualcosa da me.
Resto immobile a guardarla dopo aver fatto un sorriso e un cenno di saluto al piccolo.
«Io ci ho pensato su. Molto, moltissimo mi creda. E volevo dirle che, se l’offerta è ancora valida, a Anthony farebbe piacere passare un po’ di tempo qui e imparare a suonare il pianoforte … mentre io sistemo le cose di sopra. Ovviamente appena mi sarà possibile la pagherò per il disturbo …»
Non ci posso credere che ci abbia ripensato, provo una tale leggerezza nel cuore nel sapere che potrò dare qualcosa, una qualsiasi cosa, a questo bambino. E, forse, un giorno anche a lei. Blocco immediatamente quel pensiero che non so nemmeno da dove possa essere nato.
 «Nessun disturbo. Ho sempre voluto insegnare pianoforte, Anthony potrebbe essere una buona palestra per me» mento.
«Allora d’accordo. Ma vedo che se ne sta andando, lo porto qui domani …»
«No, lo lasci pure adesso. Non ho impegni per stasera. Quando avrà finito di lavorare ci troverà in vetrina» strizzo l’occhio al bambino che è raggiante.
«Va bene. Mi ci vorrà un’ora più o meno. Ah» si dà un leggero colpo sulla testa e si avvicina al banco dove sono ancora fermo «io sono Bella, piacere» e mi tende la mano.
Bella. Ovvio non poteva chiamarsi diversamente. Sorrido e le tocco le dita esili. Poi la guardo negli occhi, quegli occhi scuri che nascondono troppe cose e troppi sogni calpestati.
«Edward. Edward Cullen, insegnate di pianoforte di Anthony» preciso. E le rubo il mio primo sorriso.
***
Anthony e Bella arrivano intorno alle sei e mezza da una settimana . Mentre lei corre nell’appartamento sopra al negozio a lavorare e io finisco con i clienti in negozio, Anthony si siede in vetrina e ripassa quel che finora ho potuto insegnargli.
Sta provando Bianco Natale che, per le mani di un bambino alle prime armi, mi sembrava adatta. Niente teoria per il momento, sembra però molto portato e fa progressi strabilianti considerando il fatto che non ha la possibilità di esercitarsi a casa.
I clienti ogni tanto si fermano ad osservarlo e io sono stranamente orgoglioso quando lo elogiano. O quando mi chiedono se è mio figlio.
Mancano ormai due giorni a Natale. Anthony domani inizierà le vacanze e passerà tutto il giorno qui con me. E’ stata dura far accettare a Bella la mia proposta di fare da baby sitter full time, assurda fino a qualche giorno fa pure per me, devo ammetterlo. Ma credo avesse davvero poche alternative perché non ha saputo dirmi dove avrebbe lasciato Anthony se non qui. Ha nominato solo Alice, un’amica, ma ha confessato che quest’anno andrà via con suo marito per le vacanze quindi non avrebbe potuto aiutarla se non per un paio di giorni.
Mi sono offerto senza pensarci su troppo, ma non ne sono pentito, Anthony è davvero molto in gamba per la sua giovane età, non disturba e non parla a vanvera. So che andremo d’accordo e non mi creerà alcun disagio, né problema. Anzi. Si è proposto di aiutami a sistemare gli scaffali e credo glielo farò fare. Anche a me piaceva rendermi utile da bambino e adoravo aiutare mio padre quando faceva qualche lavoro in casa.
Mio Dio, sono un folle ad accomunarmi a un padre. Lo so, lo so perfettamente. E so che non lo diventerò mai per lui. Ma so anche che in questo momento sono la figura più vicina a un padre che questo bambino ha. Ne ho la netta percezione. E non mi tirerò indietro. Non mi va di farlo. E poi è Natale. A Natale non si delude. A Natale si dà.
Sono le otto passate e Bella ancora non è tornata a prendere Anthony. Continuiamo ad esercitarci con gli accordi, ma entrambi iniziamo a chiederci come mai non sia ancora arrivata. Sto pensando di andare a cercarla per vedere se sta bene.
Quando la vediamo correre davanti alla vetrina sospiriamo di sollievo. Apre la porta con un po’ troppa foga. E’ agitata e trafelata «Anthony per favore andiamo, è tardissimo …»
«Bella che succede?» le chiedo preoccupato.
«Niente, è solo che la signora mi ha fatto fare un lavoro in più e ora sono in ritardo alla trattoria. Devo attaccare alle otto e mezza … Dio non posso fare tardi proprio oggi! Ci sono un sacco di prenotazioni e devo aiutarli … volevano anche che arrivassi prima stasera» parla così rapidamente che fatico a starle dietro.
Realizzo però che ha detto otto e mezza. A meno ché il posto non sia a un mucchio di chilometri, e ne dubito visto che so che lei e Anthony percorrono sempre la strada a piedi quando vanno via dal mio negozio, se la accompagno in auto ce la farà tranquillamente.
«Ok, ok calma» la esorto avvicinandomi e accarezzandole la spalla «ti accompagno io, non preoccuparti.»
Finalmente catturo la sua attenzione e colgo un certo rilassamento mentre abbassa lo sguardo sulla mia mano che indugia sul suo cappotto «Dio non so davvero come ringraziarti Edward.»
«Nessun problema. Anzi, mi fermerò lì a cena se ci sarà un tavolo libero, così unisco l’utile al dilettevole» le sorrido.
«Te lo troverò io il tavolo. Grazie .. io non so davvero …»
Non voglio che continui a ringraziarmi per qualcosa che faccio più che volentieri.
«Forza Anthony andiamo che stasera si cena assieme ti và?» lo interrompo mentre è ancora concentrato su un passaggio che non gli riesce.
«Evviva!» urla alzando le braccia al cielo. Voglio credere che il suo giubilo sia per il mio invito e non per l’accordo appena eseguito benissimo. Ma in ogni caso adoro vederlo allegro.
Mi guarda con quegli occhi dal taglio identico a quelli di sua madre, solo di un blu profondo.  E in questo preciso istante capisco che qualcosa di importante e inaspettato sta succedendo dentro di me.
Il posto di lavoro di Bella non è effettivamente lontano, ma per tutto il tragitto non faccio altro che pensare a loro due che ogni sera devono percorrere questa strada a piedi al freddo e, spesso, sotto la pioggia.
Mi sento profondamente infastidito da questa ingiustizia. E prometto a me stesso di accompagnarli in macchina tutte le volte che me lo permetteranno. Non voglio invadere la loro libertà, né piazzarmi nella loro vita di prepotenza, ma non li lascerò allo sbando. Non più.
La pioggia continua a cadere fina quando arriviamo alla trattoria. Bella scende rapidamente pur essendo in anticipo di una decina di minuti sull’orario concordato.
«Vi aspetto dentro così vedo anche del tavolo per voi, ok?» avvisa coprendosi la testa con la sua borsa.
Non aspetta la nostra risposta. E mi piace che mi deleghi il bambino con tanta naturalezza e fiducia.
Quando io e Anthony entriamo lei ha già indossato una camicetta bianca, dei pantaloni a sigaretta neri e un grembiule marrone lungo fino alle caviglie con lo stemma della trattoria. Si è fatta una coda alta e ha messo del  lucido sulle labbra. Resto completamente spiazzato nel vederla così. In poco più di cinque minuti è riuscita a trasformarsi. Ed è bellissima.
Ci viene incontro sorridendo, evidentemente ha colto la mia espressione ebete o forse è semplicemente molto professionale «venite signori, il vostro tavolo è laggiù.»
Vengo scosso da un brivido quando Anthony mi prende per mano. Lo guardo sorpreso, ma lui fissa le gambe di sua madre davanti a noi.
Effettivamente ha ragione. Le fisso anch’io. E non solo le gambe.
La serata è nettamente migliore rispetto al mio programma iniziale che prevedeva pizza, birra e solitudine. Anthony mi parla della scuola e dei suoi compagni, mi racconta della mamma che lo coccola sempre quando non lavora e che non la cambierebbe con nessuna al mondo, anche se spesso viene preso in giro perché arriva in ritardo dato che devono andare a scuola a piedi o perché è senza compiti.
«E come mai non fai i compiti?» chiedo con un’aria di leggero rimprovero.
«Beh, mamma non riesce ad aiutarmi. E certe cose io proprio non le capisco …» vorrei fermarlo perché sento che quello che sta per dirmi farà male a lui e a me «quando viene a prendermi il pomeriggio corriamo subito dalla signora Anna dove lei fa le pulizie, poi veniamo da te e poi qui in trattoria. Io provo a fare i compiti, ma non sempre ci riesco e poi mi addormento sulla panca della cucina. Quando arriviamo a casa è troppo tardi, mamma è stanca e io la lascio riposare. Non voglio che si preoccupi anche per me …»
«Anthony …» lo rincuoro afferrandogli la manina. Vorrei promettergli un sacco di cose, ma mi limito a quello che posso mantenere «ci lavoreremo insieme sui compiti, ok?»
Annuisce e vedo una lacrima rigargli le guance rosse. Lo stringo forte a me per compensare il vuoto che ha dentro. E che ora sento chiaramente anch’io. Proprio in quel momento Bella passa davanti a noi con diversi piatti in mano. Si ferma di colpo stupita dalla scena che si trova davanti agli occhi. Cerco di rassicurarla con lo sguardo. Stringe le labbra per farsi forza e non venire dal suo bambino. E da me.
Sono quasi le undici quando Bella riesce a fermarsi al nostro tavolo non per servirci l’ennesima portata, ma per chiederci come stiamo.
Ha corso per tutta la serata e, nonostante sono certo sia sfinita, ha ancora sul volto un meraviglioso sorriso.
Anthony corre ad abbracciarla e lei ricambia con un bacio sulla fronte.
«Vai pure Edward … Anthony può andare di là adesso a riposare un po’» lo esorta dolcemente.
«Ti aspetto» dico risoluto.
«Non serve, davvero, noi siamo abituati …»
«Ti aspetto» confermo. «Porto Anthony a riposare in macchina, vi accompagno a casa e poi me ne vado» spiego perché non voglio che fraintenda le mie intenzioni.
E’ combattuta, si vede chiaramente. Ma non ho alcuna intenzione di non fare la mia parte per loro stasera.
Quando finalmente annuisce ci rilassiamo tutti e tre.
***
Anthony dorme profondamente sul sedile posteriore coperto da un plaid che per fortuna tengo in bagagliaio. Ogni tanto accendo il motore per riscaldare l’ambiente.
Mentre lo osservo, in silenzio penso a tutte le volte che questo bambino deve svegliarsi dai suoi sogni, fatti sulla dura panca della cucina di una trattoria e, in piena notte, andare a piedi fino a casa. Penso a quanto deve essere stanco la mattina a scuola e quanto si senta in colpa per i compiti non fatti. Penso ai suoi compagni che lo prendono in giro. E alle insegnanti che lo sgridano, ma che forse nemmeno sanno come sono ridotti a vivere lui e sua madre.
Sono arrabbiato con il mondo, con la vita. Con chi ha permesso che arrivassero a questo punto.
Continuo a chiedermi che fine ha fatto la famiglia di Bella e quel coglione che l’ha messa incinta per poi abbandonarli così.
Sono talmente assorto nei miei pensieri che non mi accorgo che si sta avvicinando. Mi spavento quando la portiera si apre. Bella si accascia sul sedile del passeggero sospirando.
D’istinto guardo l’orologio. E’ mezzanotte passata.
«Finisci sempre cosi tardi?» mi permetto di chiederle.
«Più o meno. Si.»
Non aggiungo altro, dallo sguardo che dà a Anthony capisco che si sta già sentendo in colpa a sufficienza senza che io rincari la dose.
Restiamo immobili e in silenzio per qualche minuto a guardare fuori dalla macchina, ognuno racchiuso nel suo mondo e nei suoi pensieri. Finché notiamo che la fine pioggia che ha contraddistinto la giornata si sta trasformando in neve.
Mancano due giorni a Natale, ormai uno, e nevica. Non ci posso credere.
Sorrido alla vista del parabrezza che a poco a poco si colora di bianco. Mi volto verso Bella e noto la sua espressione felice, credo, per lo stesso motivo.
«Ho sempre desiderato un Natale con la neve» confessa voltandosi a guardarmi.
«Siamo in due» confermo mentre ingrano la prima e inizio a muovere la macchina prima che l’imbarazzo mi paralizzi i movimenti.
Sarà un Natale speciale. E ho la sensazione che lo sarebbe stato anche senza la neve.
Dopo una decina di minuti arriviamo all’appartamento di Bella. Parcheggio non lontano dalla porta d’ingresso del condominio per non farle fare troppa strada.
«Ti dovrei chiedere un favore» dice a bassa voce.
«Dimmi» le rispondo piuttosto sorpreso.
«Puoi aiutarmi a portare in casa Anthony? Vorrei lasciarlo dormire per una volta …»
«Certo.» Sono felice me lo abbia chiesto. Non mi sarei mai permesso di entrare in casa sua, nemmeno per portare Anthony visto quello che mi aveva fatto intendere la prima volta che ci siamo parlati.
Parcheggio meglio la macchina e, mentre Bella corre ad aprire il portone del condominio e di casa sua, prendo in braccio Anthony avvolto nel mio plaid e la raggiungo.
Mi fa strada verso l’unica camera che hanno e appoggio morbidamente il bambino sul letto matrimoniale, mentre Bella prende la coperta dalle mie mani. Lo copro e, istintivamente, gli do un bacio sui capelli. Mi rendo immediatamente conto di aver fatto qualcosa di probabilmente troppo intimo, ma ormai non posso tornare indietro.  E lei è lì, proprio dietro a me.
Mi sento così a disagio.
«Io mi faccio un the. Ne vuoi un po’?» propone con tono leggermente incerto liberando entrambi dall’imbarazzo che regna sovrano.
Accetto, un po’ perché mi lascia spiazzato con la sua proposta, un po’ perché non voglio rinunciare all’occasione di stare qualche minuto da solo con lei.
Si ferma ad accendere la stufa in corridoio, poi la seguo in cucina e mi guardo attorno. L’appartamento è molto piccolo e certamente non recente, però è ordinato e arredato con gusto. I mobili sono semplici  e lineari, di un marrone chiaro, gli accessori, le foto di Anthony, le tende colorate e il piccolo divano rosso infondono quel calore che la temperatura interna al momento ancora non offre.
Mi siedo su una delle quattro sedie posizionate attorno al tavolo quadrato del mini soggiorno ed è una ottima posizione per seguire i movimenti di Bella, intenta a preparare il nostro the nel cucinino separato solo da una porta di legno bianco, leggermente crepato, che ha lasciato aperta.
«Spero Anthony ti abbia tenuto compagnia stasera a cena» dice allungandosi per prendere le tazze dall’armadio sopra il lavabo.
«Sì, è stato molto divertente cenare con lui …» sorrido e cerco di mascherare il turbamento causato dal panorama delle sue gambe tese e il sodo fondoschiena che, complice il capriccioso maglione salito fino in vita, ora resta coperto solo dai leggins.
«Non per tutta la sera però» precisa «l’ho visto mentre piangeva. Cos’era successo?» chiede mesta rimettendo il maglione al suo posto.
«Naaa, niente di importante» mento «parlavamo della lezione di oggi ed era un po’ scoraggiato. Ma è molto bravo, sono certo che per il giorno di Natale saprà suonare benissimo la canzone che sta imparando» concludo raccogliendo dalle sue mani una tazza di the fumante. Indugio un attimo di più quando le sue dita sfiorano le mie.
Bella sorride e sono contento di non averle detto la verità. Non stasera, non a quest’ora. Non dopo tutto il giorno che corre e lavora. Come fa ogni santo giorno, del resto.
Appoggia la sua tazza sul tavolo e si butta pesantemente sul divano. Le sue gambe sono a pochi centimetri dalle mie.
«Oh, finalmente!» sbuffa. Raccoglie i piedi ed inizia a massaggiarseli. E il mio istinto prende il sopravvento sulla razionalità.
Mi alzo e mi siedo accanto a lei.
«Su, dai qui» le dico indicando con le mani e il capo i suoi piedi.
«Cosa?» domanda perplessa.
«I piedi. Dai qui.»
Ride come una ragazzina timida. E continua a farlo quando mi allungo su di lei, le prendo i piedi e con gesti plateali me li appoggio in grembo.
«Tu sei pazzo!»sghignazza, ma non li toglie. Appoggia la testa sul cuscino e chiude gli occhi inspirando di sollievo.
Inizio a massaggiarli e lei mugola. Vengo scosso da un fremito nel sentire quel suono. Fermo un attimo le mani per riprendere lucidità e per non spostarle dove non devo. Faccio scendere i suoi piedi sulle cosce per non farle capire cosa mi sta succedendo. A volte essere un uomo è davvero difficile.
Ho bisogno di parlarle per distarmi dall’immagine di lei semi distesa qui al mio fianco, ma non mi viene in mente niente di sensato da dire. Avrei solo voglia di fare un sacco di cose. Ma dire, zero. Tipico quando il sangue è impegnato a irrorare una parte del tuo corpo che non è il cervello.
«Tu vieni da un altro pianeta Edward Cullen. Non ho mai incontrato un uomo come te» mormora infine lei.
«Mi sa che sono le persone che hai finora incontrato ad essere aliene, a me hanno insegnato che un uomo si comporta così.»
Socchiude gli occhi, mi fissa e poi sorride amara.
«Già.»
Continuo a massaggiarle i piedi e approfitto di questo suo momento di rilassamento per proporle quello che mi frulla in testa già da qualche giorno. Più precisamente da quando ho parlato a mia madre di loro due durante la cena di venerdì.
«Volevo proporti una cosa …»
«Mh» è la sua risposta.
Non dovrei, ma sono compiaciuto di essere la causa del suo benessere e della sua scarsa lucidità al momento.
«Vorrei veniste da me per il pranzo di Natale …» la mia idea la riscuote rapidamente dal torpore come se le avessi tirato un secchio di acqua gelata. Ma lascia i piedi ancora tra le mie mani, il che mi fa ben sperare.
«Non credo sia il caso … davvero.»
«Ho un pianoforte in salotto» aggiungo per spiegarle bene le mie intenzioni e in modo da non essere frainteso, almeno non completamente «Anthony si sta esercitando su una canzone di Natale. Sarebbe carino che la potesse suonare a pranzo. Davanti a te. E a tutti …» preciso.
«A tutti chi?» Niente, non le sfugge niente.
«Solo io e i miei genitori.» Non ha senso dirle che non ci saranno.
«Edward, grazie, ma non possiamo disturbare proprio il giorno di Natale …»
«Perché pensi che sareste di disturbo? Mia madre non vede l’ora di conoscervi … ehm … di conoscere Anthony» mi correggo.
La sua espressione è stupita «hai parlato a tua madre di noi?»
«Beh, si. Con i miei genitori parlo spesso e, più o meno, di tutto … salvo le dovute eccezioni » preciso in tono forzatamente serio.
Bella ride e impazzisco quando lo fa. Le compaiono due fossette sulle guance che le ridanno la giovinezza che i problemi di ogni giorno le hanno rapito. Una ragazza bella e sbarazzina. Che adoro. E non dovrei. Lo so.
«Sei fortunato ad avere una famiglia così» si rabbuia distogliendomi rapidamente dai miei pensieri idilliaci.
«Dov’è la tua famiglia?» le chiedo senza filtrare le parole. Me ne pento immediatamente. Non credo siamo arrivati a un livello di confidenza tale da permettermi di affrontare certi argomenti. Massaggiarle i piedi, pare di si. Affrontare argomenti così delicati, non lo so proprio.
Fa un grosso sospiro e, contrariamente alle mie aspettative, inizia a parlare.
«I miei non vogliono più saperne di me. Né di Anthony. In realtà non l’hanno mai conosciuto.»
Sento un profondo dolore al petto quando lo dice come se mi si fosse rotto un pezzo di cuore. Istintivamente penso ai miei genitori che per un nipotino farebbero salti di gioia.
«Sono rimasta incinta al primo anno di Università. Lui era un professore dell’ateneo. Ero perdutamente innamorata. Quando l’ho informato che aspettavo un bambino mi ha detto di non farmi più vedere e che sicuramente non era suo. E che, comunque, lui aveva già una moglie e due figli che non avrebbe certo lasciato per me.»
«Coglione» mi esce di bocca.
«Sono stata stupida io, Edward. Vivevo in un mondo di favole. Ma sai una cosa? Non rimpiango niente. Ho amato sinceramene e ora ho Anthony. Se tornassi indietro rifarei tutto.»
Ammiro la sua forza, ma non credo la colpa sia sua. E non credo sia stata stupida. Assolutamente.
«Ho aspettato fino al quinto mese per dirlo ai miei. Non ne avevo il coraggio. Sapevo che non avrebbero capito, non avrebbero accettato l’infamia di una figlia incinta senza essere sposata. E senza un compagno, per giunta. Infatti non ci hanno pensato su due volte. Mi hanno cacciata di casa senza preoccuparsi minimamente di me o del bambino che portavo in grembo.»
Un comportamento del genere è assolutamente incomprensibile per me. E ingiusto. E bigotto. E profondamente crudele.
«E come hai fatto poi?» chiedo con voce roca.
«Sono stata per un periodo a casa di Alice a cui di solito lascio tuttora Anthony quando non posso portarlo con me o quando è a casa da scuola. La conosco da quando eravamo bambine e si è dimostrata una vera amica. L’unica. Tutti gli altri si sono dileguati con il crescere della mia pancia e con il divulgarsi delle dicerie sul mio conto. Subito dopo la nascita di Anthony ho trovato questo appartamento. Per qualche mese i genitori di Alice hanno anche pagato l’affitto. Poi ho trovato lavoro a casa della signora Anna dove vado tuttora tutte le mattine e il primo pomeriggio e così ho iniziato a mantenermi. Pian piano sono arrivati gli altri lavori, Alice mi ha sempre aiutata quando e come poteva e ora … eccoci qui. Non è facile, non è la vita che volevo o che sognavo. Ma non sempre si può scegliere.»
Resto in silenzio a riflettere sulle sue ultime parole. Non sempre si può scegliere.
E’ profondamente vero.
«E i tuoi genitori sanno dove e come vivi?» domando.
Ma non ottengo risposta. Bella ha gli occhi chiusi, il respiro è diventato più profondo e regolare. Dorme con i piedi ancora tra le mie mani.
Senza alzarmi e muoverla, raccolgo il mio plaid appoggiato su una sedia vicino e la copro.
Dovrei andarmene a questo punto, lo so, ma mi racconto che non posso chiudere la porta a chiave e che è necessario che io rimanga per proteggerli in caso qualche persona poco sana di mente entri per far loro del male.
Appoggio la schiena sul divano e allungo per quanto possibile le gambe. Chiudo gli occhi e sprofondo in un sonno fatto di bambini e donne che piangono. Da soli.
***
E’ la vigilia di Natale e mi sveglio con il collo rotto. In una casa che non è la mia. E su un divano rosso.
Ci metto qualche minuto a identificare il posto. Poi mi tornano in mente i piedi di Bella nelle mie mani e le sue parole prima di addormentarsi. Non è più sdraiata vicino a me e ora mi sento fuori luogo.
Ascolto il rumore dell’acqua nella doccia. Immagino sia lei.
Vado a controllare in camera e trovo Anthony ancora profondamente addormentato.
Sono appoggiato allo stipite quando alle mie spalle la sento arrivare. E’ vestita, ma ha ancora i capelli umidi che la rendono così dannatamente sexy.
«Buongiorno»  le dico.
«Buongiorno …» vedo che è in imbarazzo mentre avanza in corridoio per poi girare senza voltarsi verso il cucinino.
La raggiungo, ma prima che io possa proferir parola mi ferma con un gesto della mano «grazie per averci aiutati ieri sera e grazie per essere rimasto. Ora però credo dovresti andare … non vorrei che Anthony ti trovasse qui al risveglio. Capisci, non voglio si illuda su qualcosa che non è … »
«Certo, certo» la assecondo bloccandole la frase a metà e cercando disperatamente con lo sguardo il mio giubbotto che non ricordo assolutamente dove ho messo. Rimango male per quello che mi ha appena detto, è inutile negarlo. Ma sta proteggendo sé stessa e suo figlio. Mi costringo a credere che sia più che legittimo da parte sua.
«Non mi hai ancora risposto per il pranzo di domani» le ricordo raccogliendo il mio giaccone da dietro il divano. Deve essere caduto a terra quando mi sono seduto accanto a lei stanotte.
«Ciao Edward!» la vocina spigliata di Anthony ci fa voltare all’unisono.
«Ciao campione» rispondo mascherando la tensione.
«Che ci fai qui?» chiede correndomi incontro.
«Sono venuto a prenderti per portarti al negozio ovviamente. Su sbrigati pigrone!» lo prendo in giro pizzicandogli il sedere.
Ride di gusto e vola in braccio a sua madre.
«Che bello svegliarsi così» le confessa immergendo il faccino nei lunghi capelli.
«Forza vestiti che ora ti preparo la colazione» lo incita Bella appoggiandolo a terra.
Noto i suoi piedini scalzi e ritorno con la mente a me bambino. Anthony mi assomiglia davvero tanto.
«Oggi la colazione la offro io» propongo «è la Vigilia di Natale e …» controllo con uno sguardo fugace fuori dalla finestra prima di dire qualche fesseria « … c’è la neve! » confermo.
Anthony salta e urla di gioia. Bella corre alla finestra per verificare la veridicità delle mie parole. Quando sposta le tende il paesaggio bianco si spalanca su di noi. Ed è meraviglioso. Come la mattinata che sto vivendo.
Si preparano rapidamente e in meno di venti minuti siamo già scesi in parcheggio, confrontiamo scherzosamente le nostre impronte e ci tiriamo le palle di neve.
Anthony non ha i guanti, allora gli faccio infilare i miei che gli stanno enormi. Ridiamo a crepapelle quando per tirarmi una palla di neve mi regala una guantata sul naso.
Dopo aver fatto colazione in un bar poco distante, cosa che Anthony apprezza in maniera indescrivibile, accompagniamo Bella dalla signora Anna e poi andiamo al negozio.
Mentre io sistemo alcune cose e mi occupo dei clienti, do al bambino il compito di preparare l’albero che abbiamo comprato al volo prima di aprire. Decide di farlo in vetrina, proprio vicino al pianoforte. Da quando ho aperto non ho mai addobbato il negozio, ma credo questo Natale meriti di essere festeggiato come si deve.
E lui sembra davvero orgoglioso di aiutarmi.
La mattina passa velocissima, c’è poco movimento e trascorro molto tempo con Anthony a provare la canzone di Natale che ormai gli riesce quasi senza intoppi.
A ora di pranzo Bella ci raggiunge con dei tranci di pizza fumante, due birre e una Coca. Specifica che oggi è festa e, che in via del tutto eccezionale, si fa i signori e si pranza fuori.
Ci sediamo nel retro bottega su due seggiolini da pianoforte e su una scaletta che per l’ occasione diventa la mia sedia, appoggiamo i cartoni della pizza su uno scatolone ricoperto da dei tovaglioli rossi che ho trovato per puro caso in magazzino.
Mangiamo con le mani e beviamo direttamente dalla bottiglia, non ho mai pensato di rifornire il negozio di bicchieri.
E’ tutto così semplice. Ed è tutto così perfetto.
«Ok per domani» afferma Bella tra un morso e l’altro.
Quasi mi strozzo.
«Davvero?» chiedo. Non vorrei aver stracapito.
«Si, domani io e Anthony verremo a casa tua a pranzo. Ma …» ecco, sapevo che doveva esserci qualche clausola «… tu stasera verrai a cena da noi. Ho chiesto ferie oggi e domani dalla trattoria, quindi sono ufficialmente in vacanza» conclude con aria solenne che non prevede repliche.
Anthony urla di gioia.
Non voglio che si disturbi e, soprattutto, non voglio farle spendere soldi per me. Ma non ho modo di ritrattare le condizioni e, devo essere onesto, l’idea di passare la Vigilia con loro mi elettrizza più di quanto potessi mai immaginare. «D’accordo. Affare fatto» confermo allungandole la mano in segno di accordo raggiunto.
La stringe mentre Anthony ci osserva felice.
Prima dell’orario di apertura pomeridiana li accompagno a casa. Hanno insistito per andarci a piedi, ma non ho mollato. Sulla via del ritorno mi fermo al centro commerciale sperando di non incontrarli, sono certo andranno a fare la spesa per la cena di stasera. Voglio comprare dei regali. Qualcosa di semplice che non li metta a disagio. Stranamente ho le idee chiarissime, come se li conoscessi da una vita.
L’ultimo cliente esce dal mio negozio intorno alle sei e mezza. Quando rimango da solo e spengo gran parte delle luci e il sottofondo musicale a tema natalizio, chiamo i miei genitori.
«Ciao mamma.»
«Ciao tesoro. Allora … a che ora arrivi?»
Merda, mi sono completamente dimenticato di avvisare mia madre del cambio di programma.
«Mamma, scusami. C’è un piccolo cambiamento …»
«E’ lei?» non la posso vedere, ma dal tono di voce so che sta sorridendo.
«Si, sono a cena da loro.»
«Allora per stavolta non mi arrabbio» ride.
«E verranno anche domani a pranzo …» aggiungo.
«Wow, la cosa si fa seria figliolo» sento in lontananza la voce di papà.
«Mamma avvisami quando mi metti in viva voce per favore! Non vorrei scandalizzare papà con qualche nostro pettegolezzo» li prendo in giro.
«E’ che sto ancora cucinando tesoro … » sta assaggiando qualcosa con il mestolo. Ne sono sicuro.
Sento una micro fitta per il senso di colpa «mamma scusami …»
«Tranquillo, ti farai perdonare. Buona Vigilia Edward.»
«Buona Vigilia mamma. Ci vediamo domani. Il taxi passerà a prendervi intorno a mezzogiorno.»
«Perfetto» conferma papà.
«Edward …»
«Si mamma …»
«Non vedo l’ora di conoscerli.»
«Lo so. Ti piaceranno.»
«Lo so. A domani.»
«A domani mamma. Ciao papà.»
Chiudo le ultime luci, prendo i pacchetti per Anthony e Bella e, lasciando le impronte sulla neve fresca che sta scendendo da qualche ora, mi avvio alla macchina.
Resto senza parole quando entro a casa di Bella. Anthony viene ad aprirmi la porta, mi prende per mano e mi accompagna visibilmente emozionato in salotto. Il tavolo è imbandito a festa. Ci sono candele ovunque nella stanza e un piccolo albero di Natale è comparso vicino al divano.
Bella è ancora in cucina, ma viene ad accogliermi pochi istanti dopo con due bicchieri di vino in mano.
«Buona Vigilia Edward. Grazie di essere venuto» mi saluta porgendomi il calice.
Ha un vestito nero semplice, ma elegante, morbidamente lungo fin sopra le ginocchia. Le sue forme, se possibile, risultano ancora più valorizzate del solito. Ha i lunghi capelli neri raccolti in una treccia. Un trucco leggero e le labbra rosse. Mi pento di non essermi cambiato. Non sono nemmeno passato da casa per una doccia. Oddio che pezzente! Avevo così fretta di vederla, di vederli, che non ho pensato minimamente al mio aspetto.
«Alla salute e grazie a voi per l’invito» dico raccogliendo il bicchiere dalle sue mani per rispondere al brindisi. Nel farlo le sfioro volontariamente le dita perché amo provare il brivido che mi regala il contatto con la sua pelle. L’ho sentito per la prima volta ieri sera quando mi ha consegnato la tazza di the. E non voglio semplicemente più farne a meno.
La cena è deliziosa. Niente fronzoli, ma è tutto ottimo. Bella è una cuoca eccellente. Anthony è stranamente loquace e ci racconta un sacco di aneddoti sulla recita che hanno fatto ieri a scuola.
Mi sento mancare un battito quando realizzo che per lui non c’era nessuno. Se me lo avessero detto in tempo sarei potuto andarci io. Mi sarei fatto sostituire da qualcuno al negozio, insomma in qualche modo avrei fatto.
Vorrei dirglielo e rimproverarli, ma loro sembrano così sereni. O rassegnati, forse.
Intorno alle undici noto i primi cedimenti di Anthony. Decido che è tempo di far entrare in scena la guest star della serata.
«Anthony hai sentito?» chiedo con aria sorpresa e preoccupata richiamando all’istante la sua attenzione.
Ha un guizzo di energia improvviso «cosa?»
«Hanno bussato alla porta …» mi guardano come fossi un deficiente. E’ difficile restare nel personaggio se continuano a fissarmi così, potrei scoppiare a ridere da un momento all’altro.
Bella si alza per andare ad aprire, ma la blocco stringendole una coscia da sotto al tavolo. Mi guarda spaesata e le faccio l’occhiolino.
«… ho sentito come dei campanelli qui fuori? Ma voi non avete sentito niente? Siete sordi??» li rimprovero alzandomi e andando verso la finestra.
Anthony mi segue. Lo prendo in braccio e scosto la tenda «ecco guarda lì!» indico dei segni sulla neve «sembrano  le impronte di zoccoli e guarda laggiù... scie di slitta!» esclamo a voce più alta del normale.
Gli occhi blu di Anthony si agganciano ai miei alla ricerca di una spiegazione logica a quello che sta vedendo e sentendo.
«Ma … ma …» balbetta «Babbo Natale?» guarda la madre cercando conferma alle sue supposizioni.
«Credo di si» annuisce lei con gli occhi lucidi.
«Ma Babbo Natale non esiste …» afferma con scarsa risolutezza spostando lo sguardo da me a Bella alle impronte fresche sulla neve che ho premurosamente lasciato prima di suonare alla loro porta.
Resto stupido del fatto che un bambino così piccolo non creda già più a Babbo Natale. Poi penso alla vita che ha condotto finora. Alla dura realtà che ha già dovuto affrontare e decido che deve continuare a sognare. Deve. Se lo merita.
«Certo che Babbo Natale esiste sciocchino!» lo fisso fingendomi offeso e sconvolto del fatto che lui metta in dubbio la sua esistenza.
«Ma … ma …» continua a balbettare « ma a scuola … e io non …»
«Vieni qui» mi siedo sul divano e me lo metto in mezzo alle gambe in modo che i nostri occhi possano essere allo stesso livello. «Ti parlo da uomo a uomo, ok? Tutto quello in cui credi è vero, Anthony » so che mi stanno uscendo le stesse parole che ha usato mia madre tanti anni fa. E so che sono le parole giuste. «Tutto quello che in fondo al cuore e nella tua fantasia senti sia vero, esiste. Non lasciare mai che qualcuno, chiunque, si permetta di portati via i sogni. Mai.»
Sento Bella singhiozzare. La guardo. E’ commossa, ma non triste. Non arrabbiata. Temevo di aver sorpassato qualche limite implicito senza averne il permesso, né l’autorità, invece no. Credo approvi. Spero approvi.
«E poi io Babbo Natale l’ho visto!» concludo alzandomi di slancio prendendolo in braccio.
Andiamo di corsa ad aprire la porta e sul tappeto troviamo i regali.
Anthony urla dalla gioia e scalpita per scendere dalle mie braccia.
«Mamma mamma!E’ arrivato davvero! Corri!» continua a gridare passando le mani da un pacchetto all’altro.
Bella ci raggiunge. Si è asciugata le lacrime, ma ha ancora il trucco leggermente sbavato. La adoro nella sua genuinità. La adoro, sempre.
Aiutiamo Anthony a raccogliere i pacchetti e li portiamo sotto l’albero. Ogni regalo ha l’etichetta con il nome, come ha ben insegnato la mia tradizione di famiglia.
Anthony apre i primi due regali che contengono caramelle e cioccolata a volontà. In un altro trova dei colori e dei pastelli per la scuola raccolti in un astuccio nuovo, inseriti a loro volta dentro ad uno zaino di Spiderman, il suo eroe preferito.
Rimane un ultimo pacchetto. Glielo passo io in mano. Lo apre entusiasta. Dentro trova un paio di guanti della sua misura, una sciarpa rossa morbida e un cappellino di lana della stessa tinta con tanto di pon pon.
E’ assolutamente e palpabilmente felice.
Bella è ancora a bocca aperta quando le passo il pacchetto con il suo nome.
«Per me?» chiede sorpresa.
«C’è il tuo nome sopra … quindi credo di si» confermo fingendo di rileggere l’etichetta.
Lo scarta emozionata. Quando vede il cappottino bianco si porta una mano alla bocca.
E non è finita. C’è una busta rossa che spicca sopra la stoffa candida.
«Oh mio Dio» esclama quando lo apre «un buono per un massaggio ai piedi al centro estetico qui vicino!Ma Babbo Natale è un genio!»
 E poi ride. E io l’amo. Sì, l’amo. In questo preciso istante sono certo di farlo. Non ho mai amato nessuna donna in vita mia. Non ho mai reputato nessuna all’altezza di essere la mia compagna perché ho sempre fatto, più o meno inconsciamente, il confronto con la perfezione del rapporto dei miei genitori.
Ma ora lei è qui, davanti a me, e non voglio più lasciarla. Mai più. Non so come farò, ma le resterò accanto. Fosse anche solo come amico.
Rido con lei perché è l’unico modo che conosco per camuffare le lacrime che mi stanno scendendo.
***
Sono nervosissimo.
Neanche quando ho portato la mia prima ragazza in casa per ovvi motivi ero ridotto in questo stato.
Mi sono svegliato all’alba per addobbare il salotto, per fortuna ieri al centro commerciale ho trovato ancora un albero di Natale e qualche decorazione dell’ultimo minuto.
Ho usato una tovaglia di mia madre per preparare la tavola e al centro ho piazzato delle candele rosse e un centrotavola raffigurante Babbo Natale. Non è neanche lontanamente elegante quanto la tavola di Bella di ieri sera, ma ha il suo perché, dai. Per essere un uomo, e pure single da quasi sempre, è passabile.
E’ quasi mezzogiorno quando il fattorino della rosticceria suona alla porta e consegna il nostro pranzo di Natale. Non avevo minimamente pensato di poterlo cucinare io quando avevo invitato i miei e ancora di più quando si sono aggiunti Anthony e Bella. Né volevo chiedere a mia madre di farlo per me. Così ho optato per un servizio a domicilio. Ovviamente all’inizio mentirò spudoratamente per prendermi i complimenti, ma poi, come faccio sempre, dirò la verità.
Appena sistemo tutto nel forno caldo e metto in tavola gli antipasti arriva il taxi con i miei genitori.
Sono evidentemente sorpresi per quello che vedono. Non serve mi dicano niente, le loro espressioni sono più che eloquenti.
«Si lo so, lo so. Non era mai successo prima, non avevo mai fatto l’albero e bla bla bla» blocco i loro commenti ironici prima che abbiano il tempo di iniziarli.
Ridiamo insieme brindando al Natale.
Siamo al secondo calice di vino quando sento frenare una macchina proprio davanti a casa mia.
Il taxi che ho mandato a prenderli ha ritardato di qualche minuto, ma posso perdonarlo visto che è Natale. E dato il panorama che mi trovo davanti.
Il primo a spuntare è Anthony. Ha il cappellino e i guanti nuovi. E un sorriso che arriva da un orecchio all’altro.
Tende la mano a sua madre per aiutarla a scendere, da ottimo cavaliere.
Ed eccola lì. Nel suo nuovo cappottino bianco che si confonde con la neve del paesaggio. Noto che si è messa i tacchi nonostante la neve. Da sotto spunta la gonna dell’abito che indossava ieri sera e che a me piace da impazzire. E’ agile e non rischia di cadere nemmeno quando Anthony la strattona e inizia a correre nel vialetto d’ingresso. Ridono, ubriachi di gioia.
Scolo il vino che ho ancora nel bicchiere. E’ meglio che io mi ubriachi davvero, oggi, se voglio arrivare indenne a fine giornata.
«E’ lei» mi sussurra mamma vicino all’orecchio. Non mi ero accorto fosse lì.
«Si, è lei» confermo.
«Questo l’avevo capito. Stavo dicendo che … è lei» ripete accentuando le ultime due parole e guardandomi fisso negli occhi.
Ah.
«Non lo so, mamma …»
«Certo che lo sai, Edward. Non hai mai guardato nessuna donna così. Non hai mai avuto tanto a cuore il bene di qualcuno come il loro. Non ti sei mai esposto così tanto per nessuno …» spiega amorevolmente.
Non rispondo, non ho nulla da rispondere. Ha ragione, lo so io. Lo sa lei. L’unica che ancora non lo sa è Bella. E non credo di essere abbastanza uomo per farglielo capire. Ho troppa paura di perderla.
Il suono del campanello interrompe la nostra conversazione e i miei pensieri. Lancio uno sguardo d’intesa ai miei genitori perché non mi mettano subito in imbarazzo con qualche battuta.
Mi fido di loro, ma fino a un certo punto. Mio padre mi fa il segno del pollice all’insù e mia madre mi spinge ad aprire la porta «vuoi farli ghiacciare?»
Cosa cazzo mi è saltato in mente? Io non sono il tipo che fa queste cose. Io sono solitario e musone. Sono quello che passa il Natale a rimpinzarsi a casa dei genitori per poi finire la giornata al bar con qualche amico single, quei pochi rimasti, o qualcuno di quelli separati, decisamente più numerosi.
Invece ho fatto venire a pranzo i miei, ho addobbato tutto come fossi un ragazzino e, dulcis in fundo, ho invitato anche un bambino e sua madre, donna di cui sento di essere innamorato e che desidero con tutte le mie forze, che ho conosciuto neanche un mese fa. Mi sono rincoglionito. Non c’è altra spiegazione.
Apro la porta ai miei invitati e tutti i dubbi, tutte le paure si volatilizzano in un istante.
Anthony mi salta al collo urlando «Buona Natale Edward!»
«Buon Natale nanerottolo» rispondo prendendolo in braccio «Buon Natale Bella. Sei … sei bellissima» le dico distogliendo lo sguardo.
«Grazie» sento che risponde emozionata «Buon Natale anche a te.»
«Oh, eccovi! Finalmente conosciamo i nuovi amici di nostro figlio …» si avvicina mia madre porgendo la mano a Bella.
Papà le è subito dietro e le tiene una mano sulla spalla. Adoro il fatto che a questa età sia ancora così galante e protettivo con lei.
Si presenta anche lui e l’aria gradualmente diventa più leggera. Più famigliare, quasi, quando, dopo aver offerto l’ennesimo aperitivo ai miei ospiti, ci sediamo a tavola.
Come immaginavo tutti si complimentano quando servo il gran numero di pietanze che ho ordinato. Bella mi guarda basita e le racconto di aver fatto un corso di cucina di recente, ma mia madre mi sgama subito perché non gliel’ho mai detto, ergo coglie e smaschera la mia bugia.
Ridiamo tutti quando ammetto di aver ricevuto tutte quelle leccornie dalla rosticceria solo un’ora prima.
Mangiamo e beviamo senza preoccuparci di niente. E’ una sensazione davvero splendida. Normalmente i pranzi di Natale mi risultavano lunghi e piuttosto noiosi. Oggi no. Questo no.
«Anthony, credo sia arrivato il grande momento» gli sussurro all’orecchio mentre porto in tavola il dolce.
E’ stato per tutto il pranzo tranquillo e socievole, ha risposto alle mille domande che gli hanno fatto i miei genitori, senza per fortuna toccare tasti dolenti, e ha mangiato di gusto.
Quando sente le mie parole si irrigidisce e le guance si  colorano del solito rosso acceso.
«Tranquillo» mimo con le labbra facendogli l’occhiolino.
Ritorno al mio posto e colpendo i bicchieri con un coltello attiro l’attenzione dei commensali che stanno vistosamente prendendo in giro il mio albero e le sue palline piuttosto pittoresche, devo ammetterlo. D’altra parte erano le uniche rimaste in negozio. Meglio di niente, dico io. No?
«Ehm, scusate. Anthony avrebbe piacere di farvi sentire qualcosa» informo incoraggiandolo con un sorriso.
Il bambino inspira vistosamente, poi guarda sua madre e si alza. Va fiero verso il pianoforte che ho accuratamente posizionato vicino alla finestra. Sposta il seggiolino e lo posiziona al meglio.
Alza le mani come un professionista e poi le appoggia con grazia dando vita al suo primo concerto.
Mia madre si porta una mano alla bocca per trattenere lo stupore. Mio padre mi guarda come per chiedere conferma di quel che sta pensando. E Bella, beh Bella, è completamente immersa nell’immagine di suo figlio e nella musica che lui stesso sta suonando.
Bianco Natale risuona in casa mia. Tutti sono ammutoliti. Io compreso. Anthony è perfetto. Tutto è straordinariamente perfetto.
***
Sono quasi le otto di sera. Anthony si è addormentato sul divano in braccio a mia madre, mentre gli raccontava qualche storia o, forse, qualche aneddoto della mia infanzia come so ama fare.
Quando i miei genitori se ne sono andati l’ho portato in camera mia a riposare. Sono state due giornate intense per il mio nuovo amico.
Sono seduto al pianoforte e, immerso nel silenzio e nel chiarore soffuso delle sole luci dell’albero,  mi sto godendo un brandy rapito dallo spettacolo della neve che scende leggera. Non ho mai visto caderne tanta da queste parti, soprattutto nel periodo di Natale.
Bella sta lavando i piatti in cucina, ha insistito per aiutarmi a sistemare e non è servito a niente  opporsi. Quando le ho detto “non serve” era già in cucina, aveva già aperto l’acqua calda e fatto schiumare il detersivo.
Appoggio il bicchiere sulla testa del piano e soprapensiero intono The first Noel.
Non so perché mi sia venuta in mente questa canzone delicata e romantica, ma mi esce spontanea dopo anni e anni che non la suonavo.
Mentre le mia dita scorrono sui tasti mi rendo conto che da tanto tempo non provano una sensazione così calda dentro al cuore. Da tanto tempo non sentivo così forte il Natale, forse da mai, una volta diventato adulto.
Una mano delicata mi sfiora la spalla.
Continuo a suonare nonostante un brivido mi percorra tutta la schiena.
L’altra mano di Bella si posa inaspettatamente sui tasti del pianoforte e le sue dita iniziano a muoversi copiando le mie a poca distanza, un paio di tonalità più sotto.
Resto senza parole. Completamente senza parole. La osservo spaesato per una frazione di secondo, ma non smetto di suonare. So che il ricordo di questo momento resterà impresso nella mia memoria per sempre. E voglio che duri il più a lungo possibile.
Le nostre dita accarezzano i tasti all’unisono. Fino all’ultima nota. Fino alla fine.
Mi volto piano verso di lei. Bella ha gli occhi abbassati sulla tastiera, come incredula.
«Da bambina studiavo pianoforte. Adoravo suonare. Mi rilassava. Suonavo per me e per i miei genitori. E per i loro amici, quando li invitavano a casa per mettersi in mostra. E per vantarsi di questa figlia così … perfetta» avverto una nota di dolore e sarcasmo nella sua voce.
Vorrei dirle qualcosa, ma continua il suo racconto e credo valga la pena ascoltarlo fino alla fine, in silenzio.
«A sedici anni questa figlia ribelle ha dato loro il primo smacco. Ho deciso che non avrei mai più suonato il pianoforte né per loro né per nessuno. Fu una tragedia, perché decisi di farlo proprio una vigilia di Natale quando a casa nostra c’erano un sacco di persone. E fu solo il primo dispiacere che diedi ai miei genitori … il primo di tanti …»
Le accarezzo la mano che ha abbandonato lungo i fianchi. La prendo nella mia e me la avvicino alle labbra mentre scavalco con una gamba il seggiolino per mettermi davanti a lei «sei una donna piena di risorse Bella. E non credo tu li abbia delusi apposta. Hai seguito il tuo cammino. Duro, difficile. Ma di cuore. Di cuore puro. E come tu mi hai insegnato, non sempre si può scegliere.»
Si volta per guardarmi mentre le dico queste parole e le sono grato. Non sono bravo con i discorsi e forse questo è il più importante che ho fatto finora in vita  mia.
Ho ancora le sue dita intrecciate alle mie. La tiro leggermente per farla sedere di fronte a me. Segue il mio invito e ci troviamo faccia a faccia. Respiro contro respiro.
Le accarezzo il volto e scendo con la mano sul collo per poi portarla fino alla schiena, passando per le braccia. Sento il suo fremito. Sento che trattiene il fiato.
Con una leggera pressione delle mano, ormai giunta alle natiche, la tiro verso di me. Le sue gambe mi scavalcano e si appoggiano sulle mie cosce.
Mi scoppia il cuore. Se non la bacio adesso, subito, muoio.
Avvicino le labbra alle sue e le sfioro per assaggiare la sua reazione. Non si sposta. Il suo petto non fa che alzarsi e abbassarsi in un ritmo concitato.
Le mordo il labbro inferiore e ansima. La accarezzo con la lingua e apre la bocca ad accogliermi.
E’ il bacio più bello della mia vita. Vibro fino all’anima.
Le mie mani scivolano sulle sue gambe alzando quel che resta della gonna. Sono sorpreso e rischio di impazzire quando scopro che indossa calze autoreggenti.
Mi impongo uno stop. Costa fatica, tanta fatica. Ma glielo devo. Assolutamente.
Mi stacco dalle sue meravigliose labbra provando una sensazione di vuoto improvviso. Una mano resta ferma sul suo fianco nudo, con il pollice dell’altra premo contro la sua bocca.
«Solo se mi dici di sì. Solo se lo vuoi Bella. Dimmelo o non andrò avanti …» le prometto.
Silenzio.
Respiro.
Silenzio.
Respiro.
«Ti voglio, lo voglio» un sussurro.
La mia vita cambia in questo preciso istante. Nulla sarà più come prima. Nulla. Lei sarà tutto da ora in poi. Tutto.
Non ci sono altre parole in questa sera di Natale. I nostri corpi sanno perfettamente cosa fare, come fossero stati creati per amarsi.
Quando lei, sopra di me, si inarca e mi strattona i capelli, sprofondo nella mia estasi mugolando il suo nome sapendo perfettamente che sarà l’unico nome che dirò per tutta la vita in momenti così speciali.
***
Un anno dopo.
«Edward muoviti su!» mi incita Bella prendendo posto sulle scomode sedie del teatro scolastico, proprio accanto ai miei genitori. Non ci posso credere che siano anche loro già qui.
Mi siedo vicino a lei, siamo in ottima posizione per goderci lo spettacolo. D’altra parte non poteva che essere così visto che siamo in anticipo di almeno mezz’ora. Ma vai a discutere con lei. Siamo partiti dal negozio, dove adesso Bella mi dà una mano a tempo pieno, alle tre. Abbiamo attraversato comodamente il quartiere a piedi, bevuto una cioccolata calda, comprato un regalo di Natale per mia madre, l’ennesimo, e ci sarebbe pure avanzato qualche minuto per fare qualcosa di particolarmente interessante nel retro bottega. E saremmo comunque arrivati in tempo.
Ma si sa, le donne incinte non vanno messe in agitazione. Già è sufficientemente eccitata per oggi. Non voglio che mia figlia nasca nervosa.
Il mormorio delle persone nella sala aumenta man mano che l’ora della recita di avvicina.
Le luci calano e le tende in velluto rosso si spalancano quando un bambino dagli occhi blu e vestito di tutto punto saluta con un inchino e si siede al pianoforte.
Prima che inizi a suonare alzo vistosamente la mano in segno di saluto. Sa benissimo che ci siamo, ma voglio dargliene conferma .Voglio che tutti sappiano che per Anthony quest’anno ci sono mamma e papà. E pure i nonni.
Il suo sorriso malamente camuffato mi assicura che ci ha visti.
Ora può iniziare.
Assaporo orgoglioso le conosciute note di Bianco Natale suonate ancora una volta dal piccolo Anthony, mentre con una mano accarezzo il pancione di mia moglie.
L’impronta del piedino di mia figlia risponde magicamente al tocco.


Un altro Natale perfetto. Un altro Natale vero. Il nostro.



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47 commenti:

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  2. Wow o Woaw come preferisci! Bellissima storia molto intensa, commovente e romantica. Se dovessi dire il personaggio che mi è piaciuto di più farei veramente fatica, complimenti. Per i voti ritorno

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    1. Grazie Chiara. E' bello sapere che tutti i personaggi sono arrivati...grazie

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  3. Complimenti. Complimenti. Complimenti.
    Questa è la mia preferita fino ad ora. E' dolce, romantica, emozionante, intensa... al momento gli aggettivi si ripetono, dammi più tempo e ne troverò altri!
    Sei stata brava a descrivere tutto così perfettamente, le sensazioni di Edward poi sono ancora chiare e restano nella memoria. La dolcezza con cui affronta il bambino e la situazione delicata di Bella è da invidiare. Non so chi tu sia, ma complimenti, la storia è davvero bellissima. (Occhi a qualche errore di grammatica, ma ti sarà sfuggito.)
    Brava e grazie di aver partecipato.
    Aly

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    1. Per tutti i motivi sopra, ti do i miei 4 punti!

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    2. Cara Aly, grazie per l'apprezzamento e grazie anche per i consigli, sempre preziosi, che mi hai dato. Ne farò tesoro.
      Sono felice questa storia sia arrivata...

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  4. Storia dolcissima, ricca di emozioni, una bellissima storia di Natale con personaggi molto ben caratterizzati, infatti anche dei genitori di Edward, anche se poco più che accennati, si capiscono molte cose. Adorabile il personaggio di Antony, Bella mi è piaciuta moltissimo, con il suo orgoglio e la sua "arrendevolezza" (non è proprio quello che intendo, ma non mi viene in mente un termine più appropriato) per il bene del figlio. Edward è adorabile, premuroso, gentile, sei riuscita a farmi innamorare di lui senza tirare in ballo il suo lato sexy È scritta molto bene, qualche piccolo refuso ma quei maledetti sfuggono sempre.
    Grazie mille per aver partecipato

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    1. Grazie Denise. Sono davvero contenta di aver condiviso questa storia che mi ha appassionato tanto mentre la scrivevo...e sono felice vi sia arrivata come arrivava a me.

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  5. Mi aggrego con entusiasmo ai commenti precedenti, questa storia è molto carina, ben scritta, scorrevole ed estremamente romantica, ma quello che mi è piaciuto di più sono i passaggi descrittivi con cui permetti di far "vedere" al lettore quei piccoli particolari che rendono tutto vero e vissuto, non è facile da fare perchè spesso si scade nel banale o nel già sentito e soprattutto nell'eccessivo, invece tu con poche parole giuste riesci a far sentire un rumore o far percepire la pioggia sull'asfalto oppure fa cogliere un'atmosfera. Bei personaggi, positivi e non troppo carichi. Brava!
    -Sparv-

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  6. Oh, quanto mi è piaciuta questa storia. Votare sarà difficilissimo adesso che sono state diminuite le possibilità.
    L'inizio e la fine mi hanno scaldato il cuore. Tutto lo sviluppo è stato raccontato benissimo, nessun momento di stanca, niente di eccessivo o "povero".
    Complimenti davvero, la tua storia è deliziosa.

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    1. Grazie Perry, lo sai che per me un commento di questo tipo da parte tua significa tanto...
      GRAZIE

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  7. Sono senza parole. E' una storia bellissima dove traspare il vero senso del Natale... soprattutto in una frase: "E poi è Natale. A Natale non si delude. A Natale si dà." Non so chi sei, ma credo che il tuo cuore sia ricchissimo per scrivere una cosa come questa, dove c'è da una parte al sofferenza di una ragazza madre e di suo figlio, dall'altra un uomo generoso, al quale la vita ha dato tanto, soprattutto due genitori che hanno saputo trasmettere l'amore e i valori che rendono un uomo degno di questo nome. E' veramente una perla, credimi... grazie... grazie veramente per avermi scaldato il cuore in questo modo.

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    1. Quando ho letto il tuo messaggio mi sono commossa.
      Non serve che mi dilungo con troppe parole....grazie le racchiude tutte.

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  8. Ohh che dolcezza, adoro le emozioni raccontate con cosi' tanto rispetto e delicatezza. I personaggi sono tutti descritti con grande cura e il sapore dolce che rimane in bocca fa bene al cuore. L-anima del Natale e' in ogni parola. Grazie per il sorriso che ho sulle labbra.

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    1. Grazie Francies, sono felice di essere riuscita a trasmettere sentimenti positivi raccontando una storia con basi non idilliache.
      Grazie mille per il tuo sorriso.

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  9. Meravigliosa!!!!! Un piccolo capolavoro l'ho amata tutta fin dalle prime righe, ti lascia addosso tante di quelle emozioni positive che raramente si riescono a rovere in una storia.
    I personaggi sono tutti perfetti, anche quelli appena accennati.
    Grazie per averci regalato questa piccola magia.
    Voto 5
    Ila Cullen

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    1. Grazie Ila!Grazie per aver provato buone emozioni leggendo la mia storia! E' una cosa che mi fa stare davvero bene sapere di regalare attimi preziosi e positivi.

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  10. Volevo scrivere "trovare in una storia" ( maledetto cellulare!!!)

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  11. Non posso che unirmi al coro di complimenti e di ammirazione per questa storia così delicata e ben scritta. Sono quasi certa di chi sei e anche questa volta sei stata bravissima. Mi chiedo cosa sapresti fare se ti cimentassi in una long, cosa che mi auguro di tutto cuore. Sai scrivere, hai fantasia, grazia e sensibilità. Questa storia è proprio una bella favola di natale, super romantica, con personaggi descritti alla perfezione. Insomma ti ammiro tantissimo perché sei una scrittrice di talento. Complimenti e spero che parteciperai sempre ai nostri contest! Cristina

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    1. Sei stata brava a riconoscermi. E lo sai che mi ha fatto tanto piacere...
      Leggere poi quello che pensi di me in questo messaggio mi ha resa felice. Strafelice.
      E' un grande complimento quello che mi hai fatto.
      E te ne sono grata. Tantissimo.
      Spero di poter scrivere la famosa Long un giorno e non troppo lontano.
      Grazie al vostro sostegno credo di potercela fare.
      GRAZIE DI TUTTO.

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  12. M E R A V I G L I O S A

    Mi è piaciuta dall'inizio alla fine, la lunghezza non mi è pesata per nulla anzi ne volevo sempre di più, anzi ne voglio di più. Nonostante la tristezza di sottofondo per la vita difficile di Bella riesci a strappare un sorriso e a scaldare il cuore.
    Personaggi uno più bello dell'altro che ti entrano nel cuore e lo scaldano. Ovviamente Edward e Antony sono la ciliegina sulla torta o la crema nel pandoro.
    Una bellissima favola di Natale da raccontare sotto l'albero... grazie di cuore!

    JB

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    1. Grazie Jusy, sono felice questa storia abbia portato queste emozioni proprio sotto Natale.
      GRAZIE

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  13. Ed anche questa storia mi ha scaldato il cuore!!! Adoro le storie coi bambini, l'ho già detto, ma mi piacciono ancora di più le fiction con i personaggi così approfonditi, e la tua Bella ha veramente tantissime sfaccettature!!! Bravissima!!!
    Aleuname.

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  14. Questa merita incondizionatamente il mio 5.

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  15. è una delle storie più belle!!!!!!!!!!!!!! davvero tantissimi complimenti, ti do un bellissimo 5

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  16. Faccio questa premessa a tutte:
    Eccomi qua a votare.
    Ho pensato molto a lungo alla rosa delle 5 che devo scegliere. Ho letto subito tutte le storie non appena pubblicate, ma ho voluto riflettere e far "cucinare" le mie impressioni, per vedere cosa mi restava dentro, cosa mi ha impressionato di più. Devo dire che non solo 5 le storie che mi hanno impressionato, sia in bene che in male, ma riguardo alle preferite ne ho un paio che ho adorato, altre che mi sono piaciute molto e altre meno per vari motivi, e mi dispiace moltissimo non avere più voti a disposizione, ma questa volta va così.
    Le storie che ho amato di più sono quelle che ho apprezzato per idea, linguaggio ed esposizione insieme: ci sono state idee molto carine e modi di presentazione originali e coinvolgenti nella lettura, e ho scelto seguendo ciò che più si confà a me: il "piglio", ciò che mi aggancia sul serio in una storia. Scelgo sempre in questo modo, essendo onesta con me stessa e con chi leggo.

    Tu dovresti scrivere per mestiere. Ovviamente so chi sei e come per le ragazze a cui ho già assegnato i punti più alti, penso che una delle tue strade, se vuoi, può essere questa. Sei davvero brava, lo hai sempre dimostrato e sai scrivere con penna leggera e precisa, ci sono delle sviste, ma come per le altre storie che ho scelto di votare sono sviste del tutto trascurabili in una situazione come questa. La tua storia è bellissima, ho amato molto il rapporto tra Edward e Anthony e come sviluppi il loro legame, mi ha scaldato il cuore e mi ha commossa. Sei portata per il dramma leggero e mi viene tanta voglia di chiederti di buttarti in una storia più grezza, più aspra perchè credo che il risultato, con il tuo tipo di scrittura, sarebbe magnifico. Hai la capacità, rara, di far vedere le cose senza rompere i coglioni con la sovrascrittura dei dettagli e trasmetti tranquillità a chi ti legge perchè si percepisce una sicurezza nella scrittura che non so se tu sai di avere, ma che hai. Brava!

    3 PUNTI

    -Sparv-

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    1. Cara Laura, cosa risponderti? Come risponderti?
      Ti racconto una cosa. Sono sposata da parecchio, ma non ho mai rivelato nemmeno a mio marito questa passione per la scrittura. Sono sempre stata riservata e preferivo buttare giù fantasie ed emozioni e tenerle per me.
      Tu hai permesso che questo cambiasse.
      Tu e Cristina avete creato questo ambiente in cui ci si può buttare senza temere di farsi troppo male. Ed è stata la scelta migliore che ho preso quando ho deciso di condividere il mio mondo con voi.
      Quando ho letto questo tuo commento ero a casa ed era sera. Mio marito era sul divano. Mi sono avvicinata e gli ho messo in mano il mio telefono.
      Ha letto il messaggio e non capiva.
      Allora ho spiegato. E raccontato. E mi sono sentita più libera, più vera. E non voglio più tenere nascosta questa parte di me perché ora so che vale.
      Quindi grazie. Ma grazie a 360 gradi.
      Scusa se mi sono dilungata, ma ci tenevo a raccontartelo.

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  17. Storia molto intensa e toccante, piena di dolcezza e tenerezza, con un velo di malinconia che ci accompagna per quasi tutta la storia. Per me è la più bella del contest, per questo ti do 5 punti.

    Valentina Pattz

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    1. Grazie Valentina...la malinconia c'era. E' vero. E mi fa piacere sia stata colta.

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  18. senza parole...incantata! Ho amato tutto...il piccolo Anthony, la forte Bella e in particolare Edward (come non amarlo), scoprire piano piano il suo amore è stato veramente magico!
    Georgia

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  19. Meravigliosa e perfettamente natalizia. Voto 5.

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  20. Sei stata famtastica, inoltre adoro la descrizione del piccolo Edward nella fase iniziale della tua shot

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  21. La storia mi è piaciuta molto. Mi ha fatto riflettere e soprattutto mi ha fatto emozionare. Ti faccio i miei complimenti.
    VOTO 5

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    1. Grazie Francesca. Sono contenta questa mia storia si arrivata e abbia fatto pensare.
      GRAZIE MILLE

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  22. Che meraviglia! Una storia magica, dolce e romantica. Mi hai fatto commuovere.

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