Edward è un uomo
fortunato, ha un lavoro scelto per passione e una solida famiglia alle spalle.
Non ha una donna accanto, ma non ne sente la necessità e poi, comunque, nessuna
sarebbe quella giusta.
Quando il destino mette
sulla sua strada due piccole impronte sconosciute sarà costretto a fare i conti
con i suoi ricordi ed emozioni inattese che lo porteranno dritto verso il suo
primo vero Natale da uomo e la vita che lo aspetta.
«Edward … Edward amore svegliati … credo sia
arrivato qualcuno per te …»
Affondo
il viso nel cuscino strusciando la pelle calda ed inspirando l’odore di sonno e
di sogni appena abbandonati.
«Edward
… »
La
voce di mamma mi accompagna con la solita dolcezza verso la realtà.
Accolgo
grato un altro bacio sulla guancia e mi convinco ad aprire gli occhi.
Con
le manine li stropiccio per mettere a fuoco il volto più bello del mondo che si
accende nel suo meraviglioso sorriso.
Senza
che mi dica altro realizzo: è Natale. Mamma sta parlando di Babbo Natale!
In
un lampo mi metto seduto sul letto e la abbraccio con il cuore colmo di
felicità.
Le
sue mani mi accarezzano la schiena e i capelli.
L
a sensazione di quel tocco delicato e sicuro mi accompagnerà per il resto della
vita, ma ancora non lo so.
«Forza
andiamo in salotto!» continua prendendomi in braccio.
Sono
così emozionato! Attendo con gioia e trepidazione l’arrivo di Babbo Natale,
eppure, ogni volta che sto per scoprire se è passato e se mi ha lasciato
qualcosa, vengo preso da una strana ansia. Ho come paura di rimanere deluso o,
più probabilmente, di aver deluso io e di non essermi meritato quanto ho
richiesto con la classica letterina.
Affondo
il volto tra i lunghi e profumati capelli di mamma. Quando, scese le scale
ancora in braccio, arrivo in salotto, sento la presenza di papà. Si avvicina e ci abbraccia entrambi
«Buon Natale famiglia!»
Passo
dalle loro braccia come in uno scambio di testimone. L’amore che mi circonda è
davvero qualcosa di straordinario di cui
sarò sempre grato e andrò sempre fiero.
«Coraggio
Edward, sotto l’albero vedo diversi doni … Babbo Natale mi sembra sia stato più
che generoso quest’anno! Credo ora sia proprio il momento di aprirli» mi sprona
papà mentre riporta a terra i miei piedini, come al solito nudi.
Mi
faccio coraggio e guardo il nostro albero di Natale. Sotto ci sono alcuni
pacchetti dalle carte scintillanti. Uno, molto più grande, spicca tra gli
altri.
Le luci dell’albero che si riflettono sui doni
e sulle pareti di casa infondono quell’atmosfera magica che aspetto per un anno
intero. Non che la quotidianità non sia piacevole, anzi. Ma il giorno di Natale
ha davvero qualcosa di speciale.
Realizzando
a pieno che Babbo Natale non ha mancato la consegna nemmeno stavolta, saltello
per la felicità e, prendendo per mano mamma, raggiungo la meta tanto attesa.
Mentre
una canzone di Natale risuona in casa, ci ritroviamo tutti e tre seduti ai
piedi dell’abete a leggere i nomi sui pacchetti. Babbo Natale è ben
organizzato, ognuno deve sapere cosa aprire, sennò sai che macello.
Mamma
mi avvicina il pacco più grande. Ha una carta lucida rossa, il mio colore
preferito, e un grosso fiocco dorato in cima.
«Questo
porta il tuo nome Edward, su aprilo …»
La
guardo titubante.
«Su
forza!» insiste papà sorridendo.
Devo
alzarmi in piedi per riuscire a lavorare. Le manine tremanti riescono a fatica
a strappare il fiocco e ad incidere la carta. Quando intravedo la scatola
nascosta ed intuisco cosa contiene, sento salirmi un groppo in gola e le
lacrime invadermi di prepotenza gli occhi.
Vedo
la commozione anche sul volto di mamma. Cerco nel suo sguardo il coraggio di
aprire del tutto il regalo, perché ho come il terrore che mi sia sbagliato, o
che sia solo un sogno o, peggio, che possa sparire, come per magia.
Lei
si porta una mano alla bocca come fa tutte le volte in cui si sforza di non
piangere e, con la voce rotta che la tradisce, mi chiede «cosa c’è piccolo? Su
avanti, apri …»
Papà
mi scompiglia i capelli «avanti campione!»
Gli
sorrido mentre le lacrime rigano le mie guance di bambino.
Non
era un sogno. E nessuna magia si porta via il regalo più bello della mia vita.
La carta strappata giace sul pavimento, mentre io rimango in adorazione
dell’immagine impressa sulla scatola.
Il
mio primo pianoforte. Nero, lucido, a coda. Con tanto di sgabello. Sarà anche
un giocattolo, ma per me è perfetto.
Babbo
Natale ha portato il regalo che ho chiesto. Non ci posso credere.
Mamma
e papà mi abbracciano da dietro. Mi stanno dicendo qualcosa, ma le loro voci mi
arrivano distorte. Sono completamente frastornato dalla felicità.
Ad
un tratto, come per attenuare una gioia forse eccessiva, appaiono nella mia
mente i volti di certi compagni di scuola. Solo due giorni fa sono stato preso
in giro pesantemente. Non ho detto nulla a casa, ma adesso il mio volto triste
e preoccupato non passa inosservato.
Mamma
mi stringe le spalle e mi gira dolcemente «cosa c’è che non va Edward? Non sei
felice?»
Con
le piccole mani stringo forte i pantaloni del pigiama. Voglio dirglielo, oh lo
voglio tanto, ma se poi i miei amici avessero
detto la verità? Io non la voglio, non la voglio sapere!
«Avanti,
mi stai facendo spaventare Edward, cosa succede?» mi incalza.
«E’
… che Babbo Natale non esiste, mamma …» a denti stretti esce la mia paura.
«Come
non esiste Edward? Chi te l’ha detto?» mi chiede ferma la voce di papà.
«I
miei amici, a scuola. Hanno detto che chi crede a Babbo Natale è solo uno
stupido e che i grandi sanno che non esiste … e che sono loro a mettere i
regali sotto l’albero» concludo tra altre lacrime.
«Vieni
qui, bambino mio», le mani di mamma afferrano le mie. Mi conduce delicatamente
in grembo dove mi accoccolo.
«Ora
guardami Edward, perché quello che sto per dirti è importante.»
Obbedisco.
E’
molto seria, ma non ho paura, lei mi fa sempre sentire tranquillo e protetto.
Tutte
le verità dette tra braccia amorevoli sono più tollerabili. Anche il mio cuore
di bambino lo sa.
Le
sue mani mi avvolgono il viso e mi inducono a fissarla.
«Tutto
quello in cui credi Edward è vero. Tutto quello che qui dentro senti sia vero,»
appoggia una mano sul mio cuore e una sulla fronte «esiste. Non lasciare mai
che gli altri ti portino via i sogni, né le cose che ami. Mai. Sono tue e solo
tue.»
Mi
lascia il tempo di assaporare le sue parole di cui capirò il vero significato
solo molti anni dopo.
«E
poi non è assolutamente vero. Io, quando ero bambino, Babbo Natale l’ho visto!»
aggiunge papà serio alcuni istanti dopo.
E’
in quel preciso istante, quando mi volto d’istinto verso papà, che sono certo
di vedere un’ombra rossa passare velocissima davanti alla finestra del nostro
salotto.
***
C’è
ancora un po’ di gente che si aggira tra gli scaffali del negozio nonostante
sia quasi l’ora di chiusura.
Molte
di queste persone non hanno nemmeno idea di quello che stanno cercando. Molto
spesso nemmeno di quello che stanno guardando.
E’
un classico durante il periodo natalizio avere una clientela più variegata del
solito. Genitori che vogliono regalare al figlio la chitarra perfetta,
insegnanti di musica che cercano uno spartito interessante e chiedono consiglio
per i concerti di Natale, alunni che guardano tutto quello che ho in negozio e
poi scelgono un minuscolo gadget per il loro insegnante di canto. I migliori
però sono i nonni smarriti tra cuffie, casse hi-tech e bacchette per la
batteria.
Io
mi ci perdo in queste persone, adoro consigliarle e adoro ascoltare le loro
storie o, a volte, semplicemente immaginarle.
Sperimentare
le tante facce dell’amore per la musica è uno dei motivi per cui ho deciso di
aprire un negozio di articoli musicali. Oltre alla mia personale passione per il
pianoforte, ovviamente. E al fatto che il diploma in conservatorio non mi ha
aperto le strade che speravo.
Sto
parlando con una mamma particolarmente interessata ad un violino di ultima
generazione da regalare a sua figlia, quando vedo le manine di un bambino
appoggiarsi alla vetrina.
Sono
almeno due settimane che la mattina trovo quelle piccole impronte sempre nello
stesso punto e, finora, non ero stato in grado di associarle ad un volto perché,
quando la sera chiudevo, non c’erano ancora.
Mi
distraggo dal discorso di violini e archetti, e lascio la cliente libera di
elencarmi le abilità di questa figlia che non conosco e probabilmente mai
conoscerò, mentre io continuo a fissare quelle due manine e quegli occhi blu incollati
al pianoforte bianco.
«Mi
scusi signora, solo un attimo per cortesia» dico qualche minuto dopo allontanandomi
dalla cassa e lasciandola piuttosto interdetta.
Con
passi lenti, per non dare troppo nell’occhio e spaventarlo, mi avvicino alla
vetrina dove il bambino è ancora inchiodato.
Ho appena posato la mano sulla maniglia della porta d’ingresso quando si
accorge di me e corre via.
Resto
da solo con il tintinnio delle campane appese alla porta a guardare il buio
della via. Solo le luci dei lampioni si riflettono sulle pozzanghere decorate dai
puntini delle gocce di pioggia che cadono incessantemente.
Del
bambino nemmeno l’ombra.
Rimango
profondamente turbato da quegli occhi blu e da quelle manine. E non ne capisco
il motivo.
Spero
di non avergli messo paura e ritorno al mio lavoro; saluto i clienti che escono
ad uno ad uno e vendo violino, archetto e custodia alla mamma ancora in attesa prima
di chiudere le luci e tornare a casa.
Lungo
il tragitto decido di fermarmi a trovare i miei genitori. La nostra, o meglio,
la loro casa si trova a metà strada tra il negozio e il mio appartamento.
Normalmente mi fermo a cena da loro il lunedì e il venerdì, ma oggi, adesso,
sento un gran bisogno di vederli e di sentire il profumo di casa. Quel bambino
là fuori, solo e sotto la pioggia, mi ha messo un gran freddo dentro.
«Che
sorpresa! Che ci fai qui Edward! Aspettavo la tua chiamata serale, non la tua
visita …» mi accoglie mamma visibilmente stupita quando apre la porta e mi trova
immobile sulle scale, lo sguardo incupito e completamente intirizzito.
«Ciao
mamma! Papà» rispondo abbracciandola e volgendo lo sguardo alla finestra del
salotto dove, seduto su una sedia a dondolo, è solito affacciarsi mio padre
dopo cena. «Sono passato solo un attimo, ero di strada …»
«beh,
sei sempre di strada, ragazzo » precisa mio padre con un sorriso.
Non
c’è niente da fare, questi due mi conoscono troppo bene. Non riuscirò mai a
tenere qualcosa nascosto al loro amore.
E
va bene così. Sono felice di passare la serata con loro a mangiare biscotti
fatti in casa, chiacchierare del negozio, della fidanzata che ancora non ho e
di due manine e due occhi blu che guardano il pianoforte bianco esposto in
vetrina.
***
Sono quasi le sette di sera dell’ennesimo
giorno piovoso di dicembre. Mi chiedo se mai avrò la gioia di passare un Natale
sotto la neve.
Ho
un ultimo cliente in cassa e sta già pagando, quindi potrei chiudere in pochi
minuti e tornarmene a casa, ma ho deciso di attendere. So che verrà di nuovo.
Non so per quale motivo io mi sia fissato, ma voglio capire perché questo
bambino passa del tempo da solo e di sera alla mia vetrina.
Qualche
minuto dopo compare. Noto che, prima di appoggiarsi con le manine e bloccare lo
sguardo sul piano, controlla se ci sono e dove sono. Non può vedermi, sono
dietro ad uno scaffale. Ma io lo osservo.
Vedo
chiaramente gli occhi illuminarsi quando li posa sui tasti del pianoforte. Un
sorriso gli alza le guance rosse rendendolo così dolce, così bello. Ha un
cappotto nero, forse troppo leggero per essere dicembre, e un cappellino grigio
con il frontino a proteggerlo dal freddo. Alle mani non porta i guantini. Le
piccole impronte sono già impresse sul vetro.
Stavolta
esco dalla porta di servizio. In pochi istanti, senza che lui si accorga di
niente, mi metto alle sue spalle.
«E’
bellissimo vero?»
Colgo
un suo sussulto, ma non scappa. E nemmeno si volta o mi risponde. Allora
continuo a parlare.
«E’
un Bosendorfer di inizio ‘900. E’ la copia esatta di un piano che ha suonato in
una delle più famose sale concerto di Vienna. Vedi, a differenza di molti
pianoforti a coda, questo ha 92 tasti e non 88 …»
Mi
stupisce che mi stia ancora ascoltando. Noto che annuisce quando gli racconto
questi dettagli, come se stesse registrando le informazioni.
«Sai
suonare un pianoforte?» gli chiedo.
«No
signore» risponde con voce tremante.
«Vuoi
provare? » ed evidentemente è la domanda magica. Si volta di scatto e spalanca
il blu su di me. Di certo non è convinto di aver capito bene perché la sua
espressione è così sorpresa e buffa.
Sorrido
e confermo quanto gli ho appena chiesto «allora? Vuoi provare? Andiamo entra …»
«La
mamma non vuole che io parli con gli sconosciuti. Arriverà tra poco a prendermi
e mi sgriderà.»
«La
tua mamma ha ragione ad insegnarti queste cose. E tu fai bene a obbedirle
… piacere» dico allungandogli la mano
«io sono Edward e sono il proprietario del negozio, della vetrina e del
pianoforte.»
Le
sue dita minuscole prendono la mia mano con fare incerto. Ma poi la stringe e
la agita in alto e in basso. Non riesco a trattenere un altro sorriso.
«Ciao.
Io sono Anthony.»
«E’
un piacere conoscerti Anthony. Ottimo. Adesso che ci conosciamo se vuoi ti
faccio entrare in vetrina, così quando la tua mamma arriva ti vede subito e non
si spaventa. Che ne dici?»
Ci
pensa qualche secondo, poi annuisce ancora incredulo mantenendo comunque una certa freddezza nei miei
confronti. Cosa che istintivamente approvo e apprezzo molto. E’ un bambino
intelligente e deve avere degli ottimi
genitori, nonostante si fidino forse troppo a lasciarlo solo, penso.
Entriamo
dall’ingresso con le campanelle che lo fanno ridere come solo un bambino sa
fare. Sposto con cautela il seggiolino e lo invito a sedersi. Alzandoli
entrambi con facilità, lo avvicino alla tastiera.
Mi
sembra stia tremando. Pare così emozionato. E per un istante ricordo me stesso
quel giorno di Natale di tanti anni fa quando ebbi per la prima volta sotto le dita
un pianoforte vero. Avevo sei anni, più o meno come lui.
«Puoi
toccare i tasti, prova» lo invito.
Non
sbagliavo, alza la mano e vedo che trema.
Allora,
premendo i tasti più vicino a me, inizio a suonare una breve melodia per
incoraggiarlo.
Guarda
le mie dita completamente affascinato. Poi il piccolo dito indice sfiora per la prima
volta un mi e un la e un do … e continua stregato dal suono che lui stesso sta
producendo.
Veniamo
interrotti dal tintinnio della porta. Entra una giovane donna, visibilmente
stupita e preoccupata per quello che vede.
E’
minuta ma fiera, e anche molto bella nonostante abbia l’aria di essere
parecchio stanca. Avrà meno di trent’anni, ma quanti di preciso non saprei, il
suo sguardo rivela fatiche da donna più matura di quello che il resto del volto
e del corpo mostrano.
«Ciao
mamma» dice il mio giovane amico poggiando le mani colpevoli sulle ginocchia e
abbassando lo sguardo.
«Buonasera
…» aggiungo io avvicinandomi per presentarmi.
«Anthony
saluta il signore e vieni, forza» mi taglia fuori lei.
Il
bambino fa per obbedire, ma non voglio venga sgridato per colpa mia, così mi
affretto a chiarire «mi scusi se ho fatto entrare Anthony. So che non aveva il
permesso.»
«Esatto,
non lo aveva» ribatte secca, ma gli occhi neri e dolci tradiscono la sua bontà
di cuore e l’amore profondo verso il figlio.
«Mamma
scusami» aggiunge il piccolo.
«Non
fa niente caro. Ma la prossima volta …»
«La
prossima volta» la interrompo prima di perdere audacia «vorrei potesse entrare
con il suo permesso. So che Anthony viene qui piuttosto spesso e potrei
insegnargli a suonare qualcosa invece di farlo rimanere fuori al freddo. Credo
sia più utile e anche più sicuro …»
Cerco
di usare tutte le carte a mia disposizione per convincerla. Dal profondo sento
di poter dare qualcosa a questo bambino. E sento di doverlo fare. Non saprei
davvero spiegarne il motivo, ma seguo l’istinto, come ho sempre fatto in vita
mia.
La
donna , ancora ferma sulla porta, mi guarda incredula e perplessa.
Anthony
è a bocca spalancata vicino a lei e la guarda con aria supplichevole.
Dopo
qualche minuto di silenzio, rotto solo dal noioso rumore della pioggia, risponde
decisa stringendo la mano del bambino «mi dispiace, ma non possiamo permetterci
un insegnante di pianoforte»
«non
ho intenzione di chiederle denaro, mi creda.»
Continua
a fissarmi attenta e seria «e io non ho intenzione di accettare favori né di
pagarla in nessun altro modo» scandisce le ultime parole in modo che mi arrivino
chiare.
Francamente
resto colpito da quello che sotto intende la sua risposta. Un pugno dritto
nello stomaco. Mai mi sarebbe passato per la mente di chiederle quel tipo di
favore in cambio. Mai. Ho avuto le mie storie anche brevi e frivole e di una
botta e via, non ho mai avuto una fidanzata né la tipica storia seria, ma non
ho mai pensato di utilizzare il corpo di nessuna donna come merce di scambio né
di “usarla” a vantaggio del mio piacere senza il dovuto rispetto. E il solo
fatto che lei possa averlo immaginato mi fa intuire che deve aver conosciuto
uomini molto poco Uomini. Uomini di merda, diciamo le cose come stanno.
«Non
le chiedo assolutamente niente in cambio, né a lei né al bambino» mi sento
offeso per quello che ha appena detto, ma non voglio farglielo pesare e tento
di mantenere un tono pacato e cortese
mentre chiarisco la mia posizione.
«Nessuno
fa mai niente per niente» un ghigno
amaro le sciupa il bel volto.
«Io
si» sostengo fiero il suo sguardo scettico. «E se non si fida a lasciarlo solo con
me può farlo accompagnare dal padre o da
chi vuole, se preferisce.»
Vedo
entrambi irrigidirsi, credo proprio di aver detto una gran cazzata.
«Ci
siamo solo Anthony e io. E, mi perdoni, lo so di essere una madre pessima,ma non
ho il tempo di stare qui con lui mentre lei impartisce lezioni perché,
vede, sarò occupata a stirare o a preparare
la cena nell’appartamento qui sopra. Ora, se vuole scusarci, sto facendo tardi
al mio terzo lavoro, quindi arrivederci» conclude strattonando il bambino per
mano e uscendo dal negozio.
Merda,
sono proprio un coglione. Come ho fatto a non intuire? Ora sembra tutto così
logico. Il bambino solo a quest’ora, lei che lo passa a prendere dopo un po’,
le impronte lasciate ogni sera. Coglione,
coglione, coglione! Ripeto battendomi la mano in fronte.
In un guizzo di orgoglio decido di non darmi per
vinto o, comunque, non lascerò che lei pensi quello che già penso io di me
stesso.
«Senti
scusa» le dico mentre si sta allontanando. «Non dovevo, lo so, ma non potevo
saperlo. Ti chiedo scusa se mi sono intromesso nelle tue cose. Nelle vostre
cose. Non era mia intenzione. Il mio invito per Anthony resta valido. Se volete
e vi fa piacere sapete dove trovarmi.»
Non
aspetto una risposta né il saluto di Anthony, ma sono certo me lo abbia fatto
con la manina e un sorriso. Almeno voglio crederlo. Rientro nel negozio
sperando che mi raggiungano, ma non accade.
Non
mi resta che chiudere tutto e andare a casa con mille domande che mi spaccano
la testa.
***
Il
cielo anche stamattina è plumbeo e mi sento soffocare da tutto questo grigiore.
Non
ho dormito un cazzo stanotte e ho la testa che mi pulsa. Decido di andare a
correre lo stesso. Correre un po’ mi farà sciogliere i muscoli e i nervi. E’
sempre stata la mia valvola di sfogo preferita. Oltre a qualche parentesi di
sesso, ovvio. Ma quello è stato da sempre molto occasionale. Quindi non fa
testo come abitudine.
L’aria
frizzante mi pizzica il volto. Le nuvole di aria condensata che escono dalla
bocca mi danno il ritmo della corsa.
Uno,
due. Uno, due.
E
non penso ad altro. Tento di non pensare ad altro. E lei mi entra di prepotenza
nella testa. Le sue parole. I suoi occhi.
Dio quella bocca.
Di
nuovo un pungo nello stomaco.
Scuoto
il capo e riporto la concentrazione sui miei passi.
Uno,
due. Uno, due.
Conto
ad alta voce. E le impronte di Anthony. Quelle
di ieri le troverò tra poco, non le ho ancora pulite. Chissà se stasera verrà e
le lascerà di nuovo. Merda, sapevo che dovevo portarmi l’ipod. Almeno avrei
potuto fingere di cantare. O alzare il volume a palla fino a far crepare le
urla dei miei pensieri.
Quando
arrivo a casa sono sfinito. Lancio le scarpe da ginnastica in ingresso e mi
butto in doccia. L’orologio dice che tra venti minuti devo aprire il negozio. E
non ne ho nessuna voglia. Forse, per la prima volta da quando ho iniziato
questo lavoro.
La
giornata passa lenta. Mi sento particolarmente svogliato e non vedo l’ora
arrivino le sette per tornare a casa. Programma della serata: divano, pizza che
passerò a prendere prima di chiudermi nel mio mondo e qualche birra come
compagnia. Più di qualche birra.
Ormai
ci siamo quasi. Inizio a chiudere i registri e la cassa. Impreco quando sento
il tintinnio delle campane appese sulla porta a segnalarmi l’entrata di qualche
cliente dell’ultimo minuto.
«Sto
chiudendo» avviso abbastanza scorbutico senza nemmeno alzare lo sguardo.
Non
ottengo risposta né un tintinnio di rimando a informarmi che il cliente ha
capito e se n’è andato, quindi sbuffo e apro le labbra per ripetere quanto ho
appena detto guardando in faccia lo scocciatore.
Mi
si bloccano le labbra di fronte a lei e a Anthony.
«Scusi,
lo so che è tardi, ma oggi ho dovuto modificare un po’ gli orari …» spiega la
donna a cui ho pensato tutto il giorno. E la notte.
«Non
c’è problema» la interrompo. Ma non aggiungo altro, voglio che sia lei a dirmi
che cosa vuole da me. E, soprattutto, se vuole qualcosa da me.
Resto
immobile a guardarla dopo aver fatto un sorriso e un cenno di saluto al
piccolo.
«Io
ci ho pensato su. Molto, moltissimo mi creda. E volevo dirle che, se l’offerta
è ancora valida, a Anthony farebbe piacere passare un po’ di tempo qui e
imparare a suonare il pianoforte … mentre io sistemo le cose di sopra.
Ovviamente appena mi sarà possibile la pagherò per il disturbo …»
Non
ci posso credere che ci abbia ripensato, provo una tale leggerezza nel cuore nel
sapere che potrò dare qualcosa, una qualsiasi cosa, a questo bambino. E, forse,
un giorno anche a lei. Blocco immediatamente quel pensiero che non so nemmeno
da dove possa essere nato.
«Nessun disturbo. Ho sempre voluto insegnare
pianoforte, Anthony potrebbe essere una buona palestra per me» mento.
«Allora
d’accordo. Ma vedo che se ne sta andando, lo porto qui domani …»
«No,
lo lasci pure adesso. Non ho impegni per stasera. Quando avrà finito di
lavorare ci troverà in vetrina» strizzo l’occhio al bambino che è raggiante.
«Va
bene. Mi ci vorrà un’ora più o meno. Ah» si dà un leggero colpo sulla testa e
si avvicina al banco dove sono ancora fermo «io sono Bella, piacere» e mi tende
la mano.
Bella.
Ovvio non poteva chiamarsi diversamente. Sorrido e le tocco le dita esili. Poi
la guardo negli occhi, quegli occhi scuri che nascondono troppe cose e troppi
sogni calpestati.
«Edward.
Edward Cullen, insegnate di pianoforte di Anthony» preciso. E le rubo il mio primo sorriso.
***
Anthony
e Bella arrivano intorno alle sei e mezza da una settimana . Mentre lei corre
nell’appartamento sopra al negozio a lavorare e io finisco con i clienti in
negozio, Anthony si siede in vetrina e ripassa quel che finora ho potuto
insegnargli.
Sta
provando Bianco Natale che, per le
mani di un bambino alle prime armi, mi sembrava adatta. Niente teoria per il
momento, sembra però molto portato e fa progressi strabilianti considerando il
fatto che non ha la possibilità di esercitarsi a casa.
I
clienti ogni tanto si fermano ad osservarlo e io sono stranamente orgoglioso
quando lo elogiano. O quando mi chiedono se è mio figlio.
Mancano
ormai due giorni a Natale. Anthony domani inizierà le vacanze e passerà tutto
il giorno qui con me. E’ stata dura far accettare a Bella la mia proposta di
fare da baby sitter full time, assurda fino a qualche giorno fa pure per me,
devo ammetterlo. Ma credo avesse davvero poche alternative perché non ha saputo
dirmi dove avrebbe lasciato Anthony se non qui. Ha nominato solo Alice,
un’amica, ma ha confessato che quest’anno andrà via con suo marito per le
vacanze quindi non avrebbe potuto aiutarla se non per un paio di giorni.
Mi
sono offerto senza pensarci su troppo, ma non ne sono pentito, Anthony è
davvero molto in gamba per la sua giovane età, non disturba e non parla a
vanvera. So che andremo d’accordo e non mi creerà alcun disagio, né problema.
Anzi. Si è proposto di aiutami a sistemare gli scaffali e credo glielo farò
fare. Anche a me piaceva rendermi utile da bambino e adoravo aiutare mio padre
quando faceva qualche lavoro in casa.
Mio
Dio, sono un folle ad accomunarmi a un padre. Lo so, lo so perfettamente. E so
che non lo diventerò mai per lui. Ma so anche che in questo momento sono la
figura più vicina a un padre che questo bambino ha. Ne ho la netta percezione.
E non mi tirerò indietro. Non mi va di farlo. E poi è Natale. A Natale non si
delude. A Natale si dà.
Sono
le otto passate e Bella ancora non è tornata a prendere Anthony. Continuiamo ad
esercitarci con gli accordi, ma entrambi iniziamo a chiederci come mai non sia
ancora arrivata. Sto pensando di andare a cercarla per vedere se sta bene.
Quando
la vediamo correre davanti alla vetrina sospiriamo di sollievo. Apre la porta
con un po’ troppa foga. E’ agitata e trafelata «Anthony per favore andiamo, è
tardissimo …»
«Bella
che succede?» le chiedo preoccupato.
«Niente,
è solo che la signora mi ha fatto fare un lavoro in più e ora sono in ritardo
alla trattoria. Devo attaccare alle otto e mezza … Dio non posso fare tardi
proprio oggi! Ci sono un sacco di prenotazioni e devo aiutarli … volevano anche
che arrivassi prima stasera» parla così rapidamente che fatico a starle dietro.
Realizzo
però che ha detto otto e mezza. A meno ché il posto non sia a un mucchio di
chilometri, e ne dubito visto che so che lei e Anthony percorrono sempre la
strada a piedi quando vanno via dal mio negozio, se la accompagno in auto ce la
farà tranquillamente.
«Ok,
ok calma» la esorto avvicinandomi e accarezzandole la spalla «ti accompagno io,
non preoccuparti.»
Finalmente
catturo la sua attenzione e colgo un certo rilassamento mentre abbassa lo
sguardo sulla mia mano che indugia sul suo cappotto «Dio non so davvero come
ringraziarti Edward.»
«Nessun
problema. Anzi, mi fermerò lì a cena se ci sarà un tavolo libero, così unisco
l’utile al dilettevole» le sorrido.
«Te
lo troverò io il tavolo. Grazie .. io non so davvero …»
Non
voglio che continui a ringraziarmi per qualcosa che faccio più che volentieri.
«Forza
Anthony andiamo che stasera si cena assieme ti và?» lo interrompo mentre è
ancora concentrato su un passaggio che non gli riesce.
«Evviva!»
urla alzando le braccia al cielo. Voglio credere che il suo giubilo sia per il
mio invito e non per l’accordo appena eseguito benissimo. Ma in ogni caso adoro
vederlo allegro.
Mi
guarda con quegli occhi dal taglio identico a quelli di sua madre, solo di un
blu profondo. E in questo preciso
istante capisco che qualcosa di importante e inaspettato sta succedendo dentro
di me.
Il
posto di lavoro di Bella non è effettivamente lontano, ma per tutto il tragitto
non faccio altro che pensare a loro due che ogni sera devono percorrere questa
strada a piedi al freddo e, spesso, sotto la pioggia.
Mi
sento profondamente infastidito da questa ingiustizia. E prometto a me stesso
di accompagnarli in macchina tutte le volte che me lo permetteranno. Non voglio
invadere la loro libertà, né piazzarmi nella loro vita di prepotenza, ma non li
lascerò allo sbando. Non più.
La
pioggia continua a cadere fina quando arriviamo alla trattoria. Bella scende
rapidamente pur essendo in anticipo di una decina di minuti sull’orario
concordato.
«Vi
aspetto dentro così vedo anche del tavolo per voi, ok?» avvisa coprendosi la
testa con la sua borsa.
Non
aspetta la nostra risposta. E mi piace che mi deleghi il bambino con tanta
naturalezza e fiducia.
Quando
io e Anthony entriamo lei ha già indossato una camicetta bianca, dei pantaloni
a sigaretta neri e un grembiule marrone lungo fino alle caviglie con lo stemma
della trattoria. Si è fatta una coda alta e ha messo del lucido sulle labbra. Resto completamente
spiazzato nel vederla così. In poco più di cinque minuti è riuscita a
trasformarsi. Ed è bellissima.
Ci
viene incontro sorridendo, evidentemente ha colto la mia espressione ebete o
forse è semplicemente molto professionale «venite signori, il vostro tavolo è
laggiù.»
Vengo
scosso da un brivido quando Anthony mi prende per mano. Lo guardo sorpreso, ma
lui fissa le gambe di sua madre davanti a noi.
Effettivamente
ha ragione. Le fisso anch’io. E non solo le gambe.
La
serata è nettamente migliore rispetto al mio programma iniziale che prevedeva
pizza, birra e solitudine. Anthony mi parla della scuola e dei suoi compagni,
mi racconta della mamma che lo coccola sempre quando non lavora e che non la
cambierebbe con nessuna al mondo, anche se spesso viene preso in giro perché
arriva in ritardo dato che devono andare a scuola a piedi o perché è senza
compiti.
«E
come mai non fai i compiti?» chiedo con un’aria di leggero rimprovero.
«Beh,
mamma non riesce ad aiutarmi. E certe cose io proprio non le capisco …» vorrei
fermarlo perché sento che quello che sta per dirmi farà male a lui e a me
«quando viene a prendermi il pomeriggio corriamo subito dalla signora Anna dove
lei fa le pulizie, poi veniamo da te e poi qui in trattoria. Io provo a fare i
compiti, ma non sempre ci riesco e poi mi addormento sulla panca della cucina.
Quando arriviamo a casa è troppo tardi, mamma è stanca e io la lascio riposare.
Non voglio che si preoccupi anche per me …»
«Anthony
…» lo rincuoro afferrandogli la manina. Vorrei promettergli un sacco di cose,
ma mi limito a quello che posso mantenere «ci lavoreremo insieme sui compiti,
ok?»
Annuisce
e vedo una lacrima rigargli le guance rosse. Lo stringo forte a me per
compensare il vuoto che ha dentro. E che ora sento chiaramente anch’io. Proprio
in quel momento Bella passa davanti a noi con diversi piatti in mano. Si ferma di
colpo stupita dalla scena che si trova davanti agli occhi. Cerco di
rassicurarla con lo sguardo. Stringe le labbra per farsi forza e non venire dal
suo bambino. E da me.
Sono
quasi le undici quando Bella riesce a fermarsi al nostro tavolo non per
servirci l’ennesima portata, ma per chiederci come stiamo.
Ha
corso per tutta la serata e, nonostante sono certo sia sfinita, ha ancora sul
volto un meraviglioso sorriso.
Anthony
corre ad abbracciarla e lei ricambia con un bacio sulla fronte.
«Vai
pure Edward … Anthony può andare di là adesso a riposare un po’» lo esorta
dolcemente.
«Ti
aspetto» dico risoluto.
«Non
serve, davvero, noi siamo abituati …»
«Ti
aspetto» confermo. «Porto Anthony a riposare in macchina, vi accompagno a casa
e poi me ne vado» spiego perché non voglio che fraintenda le mie intenzioni.
E’
combattuta, si vede chiaramente. Ma non ho alcuna intenzione di non fare la mia
parte per loro stasera.
Quando
finalmente annuisce ci rilassiamo tutti e tre.
***
Anthony
dorme profondamente sul sedile posteriore coperto da un plaid che per fortuna
tengo in bagagliaio. Ogni tanto accendo il motore per riscaldare l’ambiente.
Mentre
lo osservo, in silenzio penso a tutte le volte che questo bambino deve
svegliarsi dai suoi sogni, fatti sulla dura panca della cucina di una trattoria
e, in piena notte, andare a piedi fino a casa. Penso a quanto deve essere
stanco la mattina a scuola e quanto si senta in colpa per i compiti non fatti.
Penso ai suoi compagni che lo prendono in giro. E alle insegnanti che lo sgridano,
ma che forse nemmeno sanno come sono ridotti a vivere lui e sua madre.
Sono
arrabbiato con il mondo, con la vita. Con chi ha permesso che arrivassero a questo
punto.
Continuo
a chiedermi che fine ha fatto la famiglia di Bella e quel coglione che l’ha
messa incinta per poi abbandonarli così.
Sono
talmente assorto nei miei pensieri che non mi accorgo che si sta avvicinando.
Mi spavento quando la portiera si apre. Bella si accascia sul sedile del
passeggero sospirando.
D’istinto
guardo l’orologio. E’ mezzanotte passata.
«Finisci
sempre cosi tardi?» mi permetto di chiederle.
«Più
o meno. Si.»
Non
aggiungo altro, dallo sguardo che dà a Anthony capisco che si sta già sentendo
in colpa a sufficienza senza che io rincari la dose.
Restiamo
immobili e in silenzio per qualche minuto a guardare fuori dalla macchina,
ognuno racchiuso nel suo mondo e nei suoi pensieri. Finché notiamo che la fine
pioggia che ha contraddistinto la giornata si sta trasformando in neve.
Mancano
due giorni a Natale, ormai uno, e nevica. Non ci posso credere.
Sorrido
alla vista del parabrezza che a poco a poco si colora di bianco. Mi volto verso
Bella e noto la sua espressione felice, credo, per lo stesso motivo.
«Ho
sempre desiderato un Natale con la neve» confessa voltandosi a guardarmi.
«Siamo
in due» confermo mentre ingrano la prima e inizio a muovere la macchina prima
che l’imbarazzo mi paralizzi i movimenti.
Sarà
un Natale speciale. E ho la sensazione che lo sarebbe stato anche senza la
neve.
Dopo
una decina di minuti arriviamo all’appartamento di Bella. Parcheggio non
lontano dalla porta d’ingresso del condominio per non farle fare troppa strada.
«Ti
dovrei chiedere un favore» dice a bassa voce.
«Dimmi»
le rispondo piuttosto sorpreso.
«Puoi
aiutarmi a portare in casa Anthony? Vorrei lasciarlo dormire per una volta …»
«Certo.»
Sono felice me lo abbia chiesto. Non mi sarei mai permesso di entrare in casa
sua, nemmeno per portare Anthony visto quello che mi aveva fatto intendere la
prima volta che ci siamo parlati.
Parcheggio
meglio la macchina e, mentre Bella corre ad aprire il portone del condominio e
di casa sua, prendo in braccio Anthony avvolto nel mio plaid e la raggiungo.
Mi
fa strada verso l’unica camera che hanno e appoggio morbidamente il bambino sul
letto matrimoniale, mentre Bella prende la coperta dalle mie mani. Lo copro e,
istintivamente, gli do un bacio sui capelli. Mi rendo immediatamente conto di
aver fatto qualcosa di probabilmente troppo intimo, ma ormai non posso tornare
indietro. E lei è lì, proprio dietro a
me.
Mi
sento così a disagio.
«Io
mi faccio un the. Ne vuoi un po’?» propone con tono leggermente incerto liberando
entrambi dall’imbarazzo che regna sovrano.
Accetto,
un po’ perché mi lascia spiazzato con la sua proposta, un po’ perché non voglio
rinunciare all’occasione di stare qualche minuto da solo con lei.
Si
ferma ad accendere la stufa in corridoio, poi la seguo in cucina e mi guardo
attorno. L’appartamento è molto piccolo e certamente non recente, però è
ordinato e arredato con gusto. I mobili sono semplici e lineari, di un marrone chiaro, gli
accessori, le foto di Anthony, le tende colorate e il piccolo divano rosso
infondono quel calore che la temperatura interna al momento ancora non offre.
Mi
siedo su una delle quattro sedie posizionate attorno al tavolo quadrato del mini
soggiorno ed è una ottima posizione per seguire i movimenti di Bella, intenta a
preparare il nostro the nel cucinino separato solo da una porta di legno bianco,
leggermente crepato, che ha lasciato aperta.
«Spero
Anthony ti abbia tenuto compagnia stasera a cena» dice allungandosi per prendere
le tazze dall’armadio sopra il lavabo.
«Sì,
è stato molto divertente cenare con lui …» sorrido e cerco di mascherare il
turbamento causato dal panorama delle sue gambe tese e il sodo fondoschiena
che, complice il capriccioso maglione salito fino in vita, ora resta coperto
solo dai leggins.
«Non
per tutta la sera però» precisa «l’ho visto mentre piangeva. Cos’era successo?»
chiede mesta rimettendo il maglione al suo posto.
«Naaa,
niente di importante» mento «parlavamo della lezione di oggi ed era un po’
scoraggiato. Ma è molto bravo, sono certo che per il giorno di Natale saprà
suonare benissimo la canzone che sta imparando» concludo raccogliendo dalle sue
mani una tazza di the fumante. Indugio un attimo di più quando le sue dita
sfiorano le mie.
Bella
sorride e sono contento di non averle detto la verità. Non stasera, non a
quest’ora. Non dopo tutto il giorno che corre e lavora. Come fa ogni santo
giorno, del resto.
Appoggia
la sua tazza sul tavolo e si butta pesantemente sul divano. Le sue gambe sono a
pochi centimetri dalle mie.
«Oh,
finalmente!» sbuffa. Raccoglie i piedi ed inizia a massaggiarseli. E il mio istinto
prende il sopravvento sulla razionalità.
Mi
alzo e mi siedo accanto a lei.
«Su,
dai qui» le dico indicando con le mani e il capo i suoi piedi.
«Cosa?»
domanda perplessa.
«I
piedi. Dai qui.»
Ride
come una ragazzina timida. E continua a farlo quando mi allungo su di lei, le
prendo i piedi e con gesti plateali me li appoggio in grembo.
«Tu
sei pazzo!»sghignazza, ma non li toglie. Appoggia la testa sul cuscino e chiude
gli occhi inspirando di sollievo.
Inizio
a massaggiarli e lei mugola. Vengo scosso da un fremito nel sentire quel suono.
Fermo un attimo le mani per riprendere lucidità e per non spostarle dove non
devo. Faccio scendere i suoi piedi sulle cosce per non farle capire cosa mi sta
succedendo. A volte essere un uomo è davvero difficile.
Ho
bisogno di parlarle per distarmi dall’immagine di lei semi distesa qui al mio
fianco, ma non mi viene in mente niente di sensato da dire. Avrei solo voglia
di fare un sacco di cose. Ma dire, zero. Tipico quando il sangue è impegnato a
irrorare una parte del tuo corpo che non è il cervello.
«Tu
vieni da un altro pianeta Edward Cullen. Non ho mai incontrato un uomo come te»
mormora infine lei.
«Mi
sa che sono le persone che hai finora incontrato ad essere aliene, a me hanno
insegnato che un uomo si comporta così.»
Socchiude
gli occhi, mi fissa e poi sorride amara.
«Già.»
Continuo
a massaggiarle i piedi e approfitto di questo suo momento di rilassamento per
proporle quello che mi frulla in testa già da qualche giorno. Più precisamente
da quando ho parlato a mia madre di loro due durante la cena di venerdì.
«Volevo
proporti una cosa …»
«Mh»
è la sua risposta.
Non
dovrei, ma sono compiaciuto di essere la causa del suo benessere e della sua scarsa
lucidità al momento.
«Vorrei
veniste da me per il pranzo di Natale …» la mia idea la riscuote rapidamente
dal torpore come se le avessi tirato un secchio di acqua gelata. Ma lascia i
piedi ancora tra le mie mani, il che mi fa ben sperare.
«Non
credo sia il caso … davvero.»
«Ho
un pianoforte in salotto» aggiungo per spiegarle bene le mie intenzioni e in
modo da non essere frainteso, almeno non completamente «Anthony si sta
esercitando su una canzone di Natale. Sarebbe carino che la potesse suonare a
pranzo. Davanti a te. E a tutti …» preciso.
«A
tutti chi?» Niente, non le sfugge niente.
«Solo
io e i miei genitori.» Non ha senso dirle che non ci saranno.
«Edward,
grazie, ma non possiamo disturbare proprio il giorno di Natale …»
«Perché
pensi che sareste di disturbo? Mia madre non vede l’ora di conoscervi … ehm …
di conoscere Anthony» mi correggo.
La
sua espressione è stupita «hai parlato a tua madre di noi?»
«Beh,
si. Con i miei genitori parlo spesso e, più o meno, di tutto … salvo le dovute
eccezioni » preciso in tono forzatamente serio.
Bella
ride e impazzisco quando lo fa. Le compaiono due fossette sulle guance che le
ridanno la giovinezza che i problemi di ogni giorno le hanno rapito. Una
ragazza bella e sbarazzina. Che adoro. E non dovrei. Lo so.
«Sei
fortunato ad avere una famiglia così» si rabbuia distogliendomi rapidamente dai
miei pensieri idilliaci.
«Dov’è
la tua famiglia?» le chiedo senza filtrare le parole. Me ne pento
immediatamente. Non credo siamo arrivati a un livello di confidenza tale da
permettermi di affrontare certi argomenti. Massaggiarle i piedi, pare di si.
Affrontare argomenti così delicati, non lo so proprio.
Fa
un grosso sospiro e, contrariamente alle mie aspettative, inizia a parlare.
«I
miei non vogliono più saperne di me. Né di Anthony. In realtà non l’hanno mai
conosciuto.»
Sento
un profondo dolore al petto quando lo dice come se mi si fosse rotto un pezzo
di cuore. Istintivamente penso ai miei genitori che per un nipotino farebbero
salti di gioia.
«Sono
rimasta incinta al primo anno di Università. Lui era un professore dell’ateneo.
Ero perdutamente innamorata. Quando l’ho informato che aspettavo un bambino mi
ha detto di non farmi più vedere e che sicuramente non era suo. E che,
comunque, lui aveva già una moglie e due figli che non avrebbe certo lasciato
per me.»
«Coglione»
mi esce di bocca.
«Sono
stata stupida io, Edward. Vivevo in un mondo di favole. Ma sai una cosa? Non
rimpiango niente. Ho amato sinceramene e ora ho Anthony. Se tornassi indietro
rifarei tutto.»
Ammiro
la sua forza, ma non credo la colpa sia sua. E non credo sia stata stupida.
Assolutamente.
«Ho
aspettato fino al quinto mese per dirlo ai miei. Non ne avevo il coraggio.
Sapevo che non avrebbero capito, non avrebbero accettato l’infamia di una
figlia incinta senza essere sposata. E senza un compagno, per giunta. Infatti
non ci hanno pensato su due volte. Mi hanno cacciata di casa senza preoccuparsi
minimamente di me o del bambino che portavo in grembo.»
Un
comportamento del genere è assolutamente incomprensibile per me. E ingiusto. E
bigotto. E profondamente crudele.
«E
come hai fatto poi?» chiedo con voce roca.
«Sono
stata per un periodo a casa di Alice a cui di solito lascio tuttora Anthony
quando non posso portarlo con me o quando è a casa da scuola. La conosco da
quando eravamo bambine e si è dimostrata una vera amica. L’unica. Tutti gli
altri si sono dileguati con il crescere della mia pancia e con il divulgarsi
delle dicerie sul mio conto. Subito dopo la nascita di Anthony ho trovato
questo appartamento. Per qualche mese i genitori di Alice hanno anche pagato
l’affitto. Poi ho trovato lavoro a casa della signora Anna dove vado tuttora
tutte le mattine e il primo pomeriggio e così ho iniziato a mantenermi. Pian
piano sono arrivati gli altri lavori, Alice mi ha sempre aiutata quando e come
poteva e ora … eccoci qui. Non è facile, non è la vita che volevo o che
sognavo. Ma non sempre si può scegliere.»
Resto
in silenzio a riflettere sulle sue ultime parole. Non sempre si può scegliere.
E’
profondamente vero.
«E
i tuoi genitori sanno dove e come vivi?» domando.
Ma
non ottengo risposta. Bella ha gli occhi chiusi, il respiro è diventato più
profondo e regolare. Dorme con i piedi ancora tra le mie mani.
Senza
alzarmi e muoverla, raccolgo il mio plaid appoggiato su una sedia vicino e la
copro.
Dovrei
andarmene a questo punto, lo so, ma mi racconto che non posso chiudere la porta
a chiave e che è necessario che io rimanga per proteggerli in caso qualche persona
poco sana di mente entri per far loro del male.
Appoggio
la schiena sul divano e allungo per quanto possibile le gambe. Chiudo gli occhi
e sprofondo in un sonno fatto di bambini e donne che piangono. Da soli.
***
E’
la vigilia di Natale e mi sveglio con il collo rotto. In una casa che non è la
mia. E su un divano rosso.
Ci
metto qualche minuto a identificare il posto. Poi mi tornano in mente i piedi
di Bella nelle mie mani e le sue parole prima di addormentarsi. Non è più
sdraiata vicino a me e ora mi sento fuori luogo.
Ascolto
il rumore dell’acqua nella doccia. Immagino sia lei.
Vado
a controllare in camera e trovo Anthony ancora profondamente addormentato.
Sono
appoggiato allo stipite quando alle mie spalle la sento arrivare. E’ vestita,
ma ha ancora i capelli umidi che la rendono così dannatamente sexy.
«Buongiorno» le dico.
«Buongiorno
…» vedo che è in imbarazzo mentre avanza in corridoio per poi girare senza
voltarsi verso il cucinino.
La
raggiungo, ma prima che io possa proferir parola mi ferma con un gesto della
mano «grazie per averci aiutati ieri sera e grazie per essere rimasto. Ora però
credo dovresti andare … non vorrei che Anthony ti trovasse qui al risveglio.
Capisci, non voglio si illuda su qualcosa che non è … »
«Certo,
certo» la assecondo bloccandole la frase a metà e cercando disperatamente con lo
sguardo il mio giubbotto che non ricordo assolutamente dove ho messo. Rimango
male per quello che mi ha appena detto, è inutile negarlo. Ma sta proteggendo
sé stessa e suo figlio. Mi costringo a credere che sia più che legittimo da
parte sua.
«Non
mi hai ancora risposto per il pranzo di domani» le ricordo raccogliendo il mio
giaccone da dietro il divano. Deve essere caduto a terra quando mi sono seduto
accanto a lei stanotte.
«Ciao
Edward!» la vocina spigliata di Anthony ci fa voltare all’unisono.
«Ciao
campione» rispondo mascherando la tensione.
«Che
ci fai qui?» chiede correndomi incontro.
«Sono
venuto a prenderti per portarti al negozio ovviamente. Su sbrigati pigrone!» lo
prendo in giro pizzicandogli il sedere.
Ride
di gusto e vola in braccio a sua madre.
«Che
bello svegliarsi così» le confessa immergendo il faccino nei lunghi capelli.
«Forza
vestiti che ora ti preparo la colazione» lo incita Bella appoggiandolo a terra.
Noto
i suoi piedini scalzi e ritorno con la mente a me bambino. Anthony mi
assomiglia davvero tanto.
«Oggi
la colazione la offro io» propongo «è la Vigilia di Natale e …» controllo con
uno sguardo fugace fuori dalla finestra prima di dire qualche fesseria « … c’è
la neve! » confermo.
Anthony
salta e urla di gioia. Bella corre alla finestra per verificare la veridicità
delle mie parole. Quando sposta le tende il paesaggio bianco si spalanca su di
noi. Ed è meraviglioso. Come la mattinata che sto vivendo.
Si
preparano rapidamente e in meno di venti minuti siamo già scesi in parcheggio,
confrontiamo scherzosamente le nostre impronte e ci tiriamo le palle di neve.
Anthony non ha i guanti, allora gli faccio infilare i miei che gli stanno enormi. Ridiamo a crepapelle quando per tirarmi una palla di neve mi regala una guantata sul naso.
Anthony non ha i guanti, allora gli faccio infilare i miei che gli stanno enormi. Ridiamo a crepapelle quando per tirarmi una palla di neve mi regala una guantata sul naso.
Dopo
aver fatto colazione in un bar poco distante, cosa che Anthony apprezza in
maniera indescrivibile, accompagniamo Bella dalla signora Anna e poi andiamo al
negozio.
Mentre
io sistemo alcune cose e mi occupo dei clienti, do al bambino il compito di preparare
l’albero che abbiamo comprato al volo prima di aprire. Decide di farlo in
vetrina, proprio vicino al pianoforte. Da quando ho aperto non ho mai addobbato
il negozio, ma credo questo Natale meriti di essere festeggiato come si deve.
E
lui sembra davvero orgoglioso di aiutarmi.
La
mattina passa velocissima, c’è poco movimento e trascorro molto tempo con
Anthony a provare la canzone di Natale che ormai gli riesce quasi senza
intoppi.
A
ora di pranzo Bella ci raggiunge con dei tranci di pizza fumante, due birre e
una Coca. Specifica che oggi è festa e, che in via del tutto eccezionale, si fa
i signori e si pranza fuori.
Ci
sediamo nel retro bottega su due seggiolini da pianoforte e su una scaletta che
per l’ occasione diventa la mia sedia, appoggiamo i cartoni della pizza su uno
scatolone ricoperto da dei tovaglioli rossi che ho trovato per puro caso in
magazzino.
Mangiamo
con le mani e beviamo direttamente dalla bottiglia, non ho mai pensato di
rifornire il negozio di bicchieri.
E’
tutto così semplice. Ed è tutto così perfetto.
«Ok
per domani» afferma Bella tra un morso e l’altro.
Quasi
mi strozzo.
«Davvero?»
chiedo. Non vorrei aver stracapito.
«Si,
domani io e Anthony verremo a casa tua a pranzo. Ma …» ecco, sapevo che doveva
esserci qualche clausola «… tu stasera verrai a cena da noi. Ho chiesto ferie
oggi e domani dalla trattoria, quindi sono ufficialmente in vacanza» conclude
con aria solenne che non prevede repliche.
Anthony
urla di gioia.
Non
voglio che si disturbi e, soprattutto, non voglio farle spendere soldi per me.
Ma non ho modo di ritrattare le condizioni e, devo essere onesto, l’idea di
passare la Vigilia con loro mi elettrizza più di quanto potessi mai immaginare.
«D’accordo. Affare fatto» confermo allungandole la mano in segno di accordo
raggiunto.
La
stringe mentre Anthony ci osserva felice.
Prima
dell’orario di apertura pomeridiana li accompagno a casa. Hanno insistito per
andarci a piedi, ma non ho mollato. Sulla via del ritorno mi fermo al centro
commerciale sperando di non incontrarli, sono certo andranno a fare la spesa
per la cena di stasera. Voglio comprare dei regali. Qualcosa di semplice che
non li metta a disagio. Stranamente ho le idee chiarissime, come se li
conoscessi da una vita.
L’ultimo
cliente esce dal mio negozio intorno alle sei e mezza. Quando rimango da solo e
spengo gran parte delle luci e il sottofondo musicale a tema natalizio, chiamo
i miei genitori.
«Ciao
mamma.»
«Ciao
tesoro. Allora … a che ora arrivi?»
Merda,
mi sono completamente dimenticato di avvisare mia madre del cambio di programma.
«Mamma,
scusami. C’è un piccolo cambiamento …»
«E’
lei?» non la posso vedere, ma dal tono di voce so che sta sorridendo.
«Si,
sono a cena da loro.»
«Allora
per stavolta non mi arrabbio» ride.
«E
verranno anche domani a pranzo …» aggiungo.
«Wow,
la cosa si fa seria figliolo» sento in lontananza la voce di papà.
«Mamma
avvisami quando mi metti in viva voce per favore! Non vorrei scandalizzare papà
con qualche nostro pettegolezzo» li prendo in giro.
«E’
che sto ancora cucinando tesoro … » sta assaggiando qualcosa con il mestolo. Ne
sono sicuro.
Sento
una micro fitta per il senso di colpa «mamma scusami …»
«Tranquillo,
ti farai perdonare. Buona Vigilia Edward.»
«Buona
Vigilia mamma. Ci vediamo domani. Il taxi passerà a prendervi intorno a
mezzogiorno.»
«Perfetto»
conferma papà.
«Edward
…»
«Si
mamma …»
«Non
vedo l’ora di conoscerli.»
«Lo
so. Ti piaceranno.»
«Lo
so. A domani.»
«A
domani mamma. Ciao papà.»
Chiudo
le ultime luci, prendo i pacchetti per Anthony e Bella e, lasciando le impronte
sulla neve fresca che sta scendendo da qualche ora, mi avvio alla macchina.
Resto
senza parole quando entro a casa di Bella. Anthony viene ad aprirmi la porta,
mi prende per mano e mi accompagna visibilmente emozionato in salotto. Il
tavolo è imbandito a festa. Ci sono candele ovunque nella stanza e un piccolo
albero di Natale è comparso vicino al divano.
Bella
è ancora in cucina, ma viene ad accogliermi pochi istanti dopo con due
bicchieri di vino in mano.
«Buona
Vigilia Edward. Grazie di essere venuto» mi saluta porgendomi il calice.
Ha
un vestito nero semplice, ma elegante, morbidamente lungo fin sopra le
ginocchia. Le sue forme, se possibile, risultano ancora più valorizzate del
solito. Ha i lunghi capelli neri raccolti in una treccia. Un trucco leggero e
le labbra rosse. Mi pento di non essermi cambiato. Non sono nemmeno passato da
casa per una doccia. Oddio che pezzente! Avevo così fretta di vederla, di
vederli, che non ho pensato minimamente al mio aspetto.
«Alla
salute e grazie a voi per l’invito» dico raccogliendo il bicchiere dalle sue
mani per rispondere al brindisi. Nel farlo le sfioro volontariamente le dita
perché amo provare il brivido che mi regala il contatto con la sua pelle. L’ho sentito
per la prima volta ieri sera quando mi ha consegnato la tazza di the. E non
voglio semplicemente più farne a meno.
La
cena è deliziosa. Niente fronzoli, ma è tutto ottimo. Bella è una cuoca
eccellente. Anthony è stranamente loquace e ci racconta un sacco di aneddoti
sulla recita che hanno fatto ieri a scuola.
Mi
sento mancare un battito quando realizzo che per lui non c’era nessuno. Se me
lo avessero detto in tempo sarei potuto andarci io. Mi sarei fatto sostituire
da qualcuno al negozio, insomma in qualche modo avrei fatto.
Vorrei
dirglielo e rimproverarli, ma loro sembrano così sereni. O rassegnati, forse.
Intorno
alle undici noto i primi cedimenti di Anthony. Decido che è tempo di far
entrare in scena la guest star della serata.
«Anthony
hai sentito?» chiedo con aria sorpresa e preoccupata richiamando all’istante la
sua attenzione.
Ha
un guizzo di energia improvviso «cosa?»
«Hanno
bussato alla porta …» mi guardano come fossi un deficiente. E’ difficile restare
nel personaggio se continuano a fissarmi così, potrei scoppiare a ridere da un
momento all’altro.
Bella
si alza per andare ad aprire, ma la blocco stringendole una coscia da sotto al
tavolo. Mi guarda spaesata e le faccio l’occhiolino.
«…
ho sentito come dei campanelli qui fuori? Ma voi non avete sentito niente?
Siete sordi??» li rimprovero alzandomi e andando verso la finestra.
Anthony
mi segue. Lo prendo in braccio e scosto la tenda «ecco guarda lì!» indico dei
segni sulla neve «sembrano le impronte
di zoccoli e guarda laggiù... scie di slitta!» esclamo a voce più alta del
normale.
Gli
occhi blu di Anthony si agganciano ai miei alla ricerca di una spiegazione
logica a quello che sta vedendo e sentendo.
«Ma
… ma …» balbetta «Babbo Natale?» guarda la madre cercando conferma alle sue
supposizioni.
«Credo
di si» annuisce lei con gli occhi lucidi.
«Ma
Babbo Natale non esiste …» afferma con scarsa risolutezza spostando lo sguardo
da me a Bella alle impronte fresche sulla neve che ho premurosamente lasciato
prima di suonare alla loro porta.
Resto
stupido del fatto che un bambino così piccolo non creda già più a Babbo Natale.
Poi penso alla vita che ha condotto finora. Alla dura realtà che ha già dovuto
affrontare e decido che deve continuare a sognare. Deve. Se lo merita.
«Certo
che Babbo Natale esiste sciocchino!» lo fisso fingendomi offeso e sconvolto del
fatto che lui metta in dubbio la sua esistenza.
«Ma
… ma …» continua a balbettare « ma a scuola … e io non …»
«Vieni
qui» mi siedo sul divano e me lo metto in mezzo alle gambe in modo che i nostri
occhi possano essere allo stesso livello. «Ti parlo da uomo a uomo, ok? Tutto
quello in cui credi è vero, Anthony » so che mi stanno uscendo le stesse parole
che ha usato mia madre tanti anni fa. E so che sono le parole giuste. «Tutto
quello che in fondo al cuore e nella tua fantasia senti sia vero, esiste. Non
lasciare mai che qualcuno, chiunque, si permetta di portati via i sogni. Mai.»
Sento
Bella singhiozzare. La guardo. E’ commossa, ma non triste. Non arrabbiata.
Temevo di aver sorpassato qualche limite implicito senza averne il permesso, né
l’autorità, invece no. Credo approvi. Spero approvi.
«E
poi io Babbo Natale l’ho visto!» concludo alzandomi di slancio prendendolo in
braccio.
Andiamo
di corsa ad aprire la porta e sul tappeto troviamo i regali.
Anthony
urla dalla gioia e scalpita per scendere dalle mie braccia.
«Mamma
mamma!E’ arrivato davvero! Corri!» continua a gridare passando le mani da un
pacchetto all’altro.
Bella
ci raggiunge. Si è asciugata le lacrime, ma ha ancora il trucco leggermente
sbavato. La adoro nella sua genuinità. La adoro, sempre.
Aiutiamo
Anthony a raccogliere i pacchetti e li portiamo sotto l’albero. Ogni regalo ha
l’etichetta con il nome, come ha ben insegnato la mia tradizione di famiglia.
Anthony
apre i primi due regali che contengono caramelle e cioccolata a volontà. In un
altro trova dei colori e dei pastelli per la scuola raccolti in un astuccio
nuovo, inseriti a loro volta dentro ad uno zaino di Spiderman, il suo eroe
preferito.
Rimane
un ultimo pacchetto. Glielo passo io in mano. Lo apre entusiasta. Dentro trova
un paio di guanti della sua misura, una sciarpa rossa morbida e un cappellino
di lana della stessa tinta con tanto di pon pon.
E’
assolutamente e palpabilmente felice.
Bella
è ancora a bocca aperta quando le passo il pacchetto con il suo nome.
«Per
me?» chiede sorpresa.
«C’è
il tuo nome sopra … quindi credo di si» confermo fingendo di rileggere
l’etichetta.
Lo
scarta emozionata. Quando vede il cappottino bianco si porta una mano alla
bocca.
E
non è finita. C’è una busta rossa che spicca sopra la stoffa candida.
«Oh
mio Dio» esclama quando lo apre «un buono per un massaggio ai piedi al centro
estetico qui vicino!Ma Babbo Natale è un genio!»
E poi ride. E io l’amo. Sì, l’amo. In questo
preciso istante sono certo di farlo. Non ho mai amato nessuna donna in vita
mia. Non ho mai reputato nessuna all’altezza di essere la mia compagna perché
ho sempre fatto, più o meno inconsciamente, il confronto con la perfezione del
rapporto dei miei genitori.
Ma
ora lei è qui, davanti a me, e non voglio più lasciarla. Mai più. Non so come
farò, ma le resterò accanto. Fosse anche solo come amico.
Rido
con lei perché è l’unico modo che conosco per camuffare le lacrime che mi
stanno scendendo.
***
Sono
nervosissimo.
Neanche
quando ho portato la mia prima ragazza in casa per ovvi motivi ero ridotto in
questo stato.
Mi
sono svegliato all’alba per addobbare il salotto, per fortuna ieri al centro
commerciale ho trovato ancora un albero di Natale e qualche decorazione
dell’ultimo minuto.
Ho
usato una tovaglia di mia madre per preparare la tavola e al centro ho piazzato
delle candele rosse e un centrotavola raffigurante Babbo Natale. Non è neanche
lontanamente elegante quanto la tavola di Bella di ieri sera, ma ha il suo
perché, dai. Per essere un uomo, e pure single da quasi sempre, è passabile.
E’
quasi mezzogiorno quando il fattorino della rosticceria suona alla porta e
consegna il nostro pranzo di Natale. Non avevo minimamente pensato di poterlo
cucinare io quando avevo invitato i miei e ancora di più quando si sono
aggiunti Anthony e Bella. Né volevo chiedere a mia madre di farlo per me. Così
ho optato per un servizio a domicilio. Ovviamente all’inizio mentirò
spudoratamente per prendermi i complimenti, ma poi, come faccio sempre, dirò la
verità.
Appena
sistemo tutto nel forno caldo e metto in tavola gli antipasti arriva il taxi
con i miei genitori.
Sono
evidentemente sorpresi per quello che vedono. Non serve mi dicano niente, le
loro espressioni sono più che eloquenti.
«Si
lo so, lo so. Non era mai successo prima, non avevo mai fatto l’albero e bla
bla bla» blocco i loro commenti ironici prima che abbiano il tempo di
iniziarli.
Ridiamo
insieme brindando al Natale.
Siamo
al secondo calice di vino quando sento frenare una macchina proprio davanti a
casa mia.
Il
taxi che ho mandato a prenderli ha ritardato di qualche minuto, ma posso
perdonarlo visto che è Natale. E dato il panorama che mi trovo davanti.
Il
primo a spuntare è Anthony. Ha il cappellino e i guanti nuovi. E un sorriso che
arriva da un orecchio all’altro.
Tende
la mano a sua madre per aiutarla a scendere, da ottimo cavaliere.
Ed
eccola lì. Nel suo nuovo cappottino bianco che si confonde con la neve del
paesaggio. Noto che si è messa i tacchi nonostante la neve. Da sotto spunta la
gonna dell’abito che indossava ieri sera e che a me piace da impazzire. E’ agile
e non rischia di cadere nemmeno quando Anthony la strattona e inizia a correre
nel vialetto d’ingresso. Ridono, ubriachi di gioia.
Scolo
il vino che ho ancora nel bicchiere. E’ meglio che io mi ubriachi davvero,
oggi, se voglio arrivare indenne a fine giornata.
«E’
lei» mi sussurra mamma vicino all’orecchio. Non mi ero accorto fosse lì.
«Si,
è lei» confermo.
«Questo
l’avevo capito. Stavo dicendo che … è lei»
ripete accentuando le ultime due parole e guardandomi fisso negli occhi.
Ah.
«Non
lo so, mamma …»
«Certo
che lo sai, Edward. Non hai mai guardato nessuna donna così. Non hai mai avuto
tanto a cuore il bene di qualcuno come il loro. Non ti sei mai esposto così
tanto per nessuno …» spiega amorevolmente.
Non
rispondo, non ho nulla da rispondere. Ha ragione, lo so io. Lo sa lei. L’unica
che ancora non lo sa è Bella. E non credo di essere abbastanza uomo per
farglielo capire. Ho troppa paura di perderla.
Il
suono del campanello interrompe la nostra conversazione e i miei pensieri.
Lancio uno sguardo d’intesa ai miei genitori perché non mi mettano subito in
imbarazzo con qualche battuta.
Mi
fido di loro, ma fino a un certo punto. Mio padre mi fa il segno del pollice
all’insù e mia madre mi spinge ad aprire la porta «vuoi farli ghiacciare?»
Cosa
cazzo mi è saltato in mente? Io non sono il tipo che fa queste cose. Io sono solitario
e musone. Sono quello che passa il Natale a rimpinzarsi a casa dei genitori per
poi finire la giornata al bar con qualche amico single, quei pochi rimasti, o
qualcuno di quelli separati, decisamente più numerosi.
Invece
ho fatto venire a pranzo i miei, ho addobbato tutto come fossi un ragazzino e, dulcis
in fundo, ho invitato anche un bambino e sua madre, donna di cui sento di
essere innamorato e che desidero con tutte le mie forze, che ho conosciuto
neanche un mese fa. Mi sono rincoglionito. Non c’è altra spiegazione.
Apro
la porta ai miei invitati e tutti i dubbi, tutte le paure si volatilizzano in
un istante.
Anthony
mi salta al collo urlando «Buona Natale Edward!»
«Buon
Natale nanerottolo» rispondo prendendolo in braccio «Buon Natale Bella. Sei …
sei bellissima» le dico distogliendo lo sguardo.
«Grazie»
sento che risponde emozionata «Buon Natale anche a te.»
«Oh,
eccovi! Finalmente conosciamo i nuovi amici di nostro figlio …» si avvicina mia
madre porgendo la mano a Bella.
Papà
le è subito dietro e le tiene una mano sulla spalla. Adoro il fatto che a
questa età sia ancora così galante e protettivo con lei.
Si
presenta anche lui e l’aria gradualmente diventa più leggera. Più famigliare,
quasi, quando, dopo aver offerto l’ennesimo aperitivo ai miei ospiti, ci
sediamo a tavola.
Come
immaginavo tutti si complimentano quando servo il gran numero di pietanze che
ho ordinato. Bella mi guarda basita e le racconto di aver fatto un corso di
cucina di recente, ma mia madre mi sgama subito perché non gliel’ho mai detto,
ergo coglie e smaschera la mia bugia.
Ridiamo
tutti quando ammetto di aver ricevuto tutte quelle leccornie dalla rosticceria
solo un’ora prima.
Mangiamo
e beviamo senza preoccuparci di niente. E’ una sensazione davvero splendida.
Normalmente i pranzi di Natale mi risultavano lunghi e piuttosto noiosi. Oggi
no. Questo no.
«Anthony,
credo sia arrivato il grande momento» gli sussurro all’orecchio mentre porto in
tavola il dolce.
E’
stato per tutto il pranzo tranquillo e socievole, ha risposto alle mille
domande che gli hanno fatto i miei genitori, senza per fortuna toccare tasti
dolenti, e ha mangiato di gusto.
Quando
sente le mie parole si irrigidisce e le guance si colorano del solito rosso acceso.
«Tranquillo»
mimo con le labbra facendogli l’occhiolino.
Ritorno
al mio posto e colpendo i bicchieri con un coltello attiro l’attenzione dei
commensali che stanno vistosamente prendendo in giro il mio albero e le sue
palline piuttosto pittoresche, devo ammetterlo. D’altra parte erano le uniche
rimaste in negozio. Meglio di niente, dico io. No?
«Ehm,
scusate. Anthony avrebbe piacere di farvi sentire qualcosa» informo
incoraggiandolo con un sorriso.
Il
bambino inspira vistosamente, poi guarda sua madre e si alza. Va fiero verso il
pianoforte che ho accuratamente posizionato vicino alla finestra. Sposta il
seggiolino e lo posiziona al meglio.
Alza
le mani come un professionista e poi le appoggia con grazia dando vita al suo
primo concerto.
Mia
madre si porta una mano alla bocca per trattenere lo stupore. Mio padre mi
guarda come per chiedere conferma di quel che sta pensando. E Bella, beh Bella,
è completamente immersa nell’immagine di suo figlio e nella musica che lui stesso
sta suonando.
Bianco Natale
risuona in casa mia. Tutti sono ammutoliti. Io compreso. Anthony è perfetto.
Tutto è straordinariamente perfetto.
***
Sono
quasi le otto di sera. Anthony si è addormentato sul divano in braccio a mia
madre, mentre gli raccontava qualche storia o, forse, qualche aneddoto della
mia infanzia come so ama fare.
Quando
i miei genitori se ne sono andati l’ho portato in camera mia a riposare. Sono
state due giornate intense per il mio nuovo amico.
Sono
seduto al pianoforte e, immerso nel silenzio e nel chiarore soffuso delle sole
luci dell’albero, mi sto godendo un
brandy rapito dallo spettacolo della neve che scende leggera. Non ho mai visto
caderne tanta da queste parti, soprattutto nel periodo di Natale.
Bella
sta lavando i piatti in cucina, ha insistito per aiutarmi a sistemare e non è
servito a niente opporsi. Quando le ho
detto “non serve” era già in cucina, aveva già aperto l’acqua calda e fatto
schiumare il detersivo.
Appoggio
il bicchiere sulla testa del piano e soprapensiero intono The first Noel.
Non
so perché mi sia venuta in mente questa canzone delicata e romantica, ma mi
esce spontanea dopo anni e anni che non la suonavo.
Mentre
le mia dita scorrono sui tasti mi rendo conto che da tanto tempo non provano
una sensazione così calda dentro al cuore. Da tanto tempo non sentivo così
forte il Natale, forse da mai, una volta diventato adulto.
Una
mano delicata mi sfiora la spalla.
Continuo
a suonare nonostante un brivido mi percorra tutta la schiena.
L’altra
mano di Bella si posa inaspettatamente sui tasti del pianoforte e le sue dita
iniziano a muoversi copiando le mie a poca distanza, un paio di tonalità più
sotto.
Resto
senza parole. Completamente senza parole. La osservo spaesato per una frazione
di secondo, ma non smetto di suonare. So che il ricordo di questo momento resterà
impresso nella mia memoria per sempre. E voglio che duri il più a lungo
possibile.
Le
nostre dita accarezzano i tasti all’unisono. Fino all’ultima nota. Fino alla
fine.
Mi
volto piano verso di lei. Bella ha gli occhi abbassati sulla tastiera, come
incredula.
«Da
bambina studiavo pianoforte. Adoravo suonare. Mi rilassava. Suonavo per me e
per i miei genitori. E per i loro amici, quando li invitavano a casa per
mettersi in mostra. E per vantarsi di questa figlia così … perfetta» avverto
una nota di dolore e sarcasmo nella sua voce.
Vorrei
dirle qualcosa, ma continua il suo racconto e credo valga la pena ascoltarlo
fino alla fine, in silenzio.
«A
sedici anni questa figlia ribelle ha dato loro il primo smacco. Ho deciso che
non avrei mai più suonato il pianoforte né per loro né per nessuno. Fu una
tragedia, perché decisi di farlo proprio una vigilia di Natale quando a casa
nostra c’erano un sacco di persone. E fu solo il primo dispiacere che diedi ai
miei genitori … il primo di tanti …»
Le
accarezzo la mano che ha abbandonato lungo i fianchi. La prendo nella mia e me
la avvicino alle labbra mentre scavalco con una gamba il seggiolino per
mettermi davanti a lei «sei una donna piena di risorse Bella. E non credo tu li
abbia delusi apposta. Hai seguito il tuo cammino. Duro, difficile. Ma di cuore.
Di cuore puro. E come tu mi hai insegnato, non sempre si può scegliere.»
Si
volta per guardarmi mentre le dico queste parole e le sono grato. Non sono
bravo con i discorsi e forse questo è il più importante che ho fatto finora in
vita mia.
Ho
ancora le sue dita intrecciate alle mie. La tiro leggermente per farla sedere di
fronte a me. Segue il mio invito e ci troviamo faccia a faccia. Respiro contro
respiro.
Le
accarezzo il volto e scendo con la mano sul collo per poi portarla fino alla schiena,
passando per le braccia. Sento il suo fremito. Sento che trattiene il fiato.
Con
una leggera pressione delle mano, ormai giunta alle natiche, la tiro verso di
me. Le sue gambe mi scavalcano e si appoggiano sulle mie cosce.
Mi
scoppia il cuore. Se non la bacio adesso, subito, muoio.
Avvicino
le labbra alle sue e le sfioro per assaggiare la sua reazione. Non si sposta.
Il suo petto non fa che alzarsi e abbassarsi in un ritmo concitato.
Le
mordo il labbro inferiore e ansima. La accarezzo con la lingua e apre la bocca
ad accogliermi.
E’
il bacio più bello della mia vita. Vibro fino all’anima.
Le
mie mani scivolano sulle sue gambe alzando quel che resta della gonna. Sono
sorpreso e rischio di impazzire quando scopro che indossa calze autoreggenti.
Mi
impongo uno stop. Costa fatica, tanta fatica. Ma glielo devo. Assolutamente.
Mi
stacco dalle sue meravigliose labbra provando una sensazione di vuoto
improvviso. Una mano resta ferma sul suo fianco nudo, con il pollice dell’altra
premo contro la sua bocca.
«Solo
se mi dici di sì. Solo se lo vuoi Bella. Dimmelo o non andrò avanti …» le
prometto.
Silenzio.
Respiro.
Silenzio.
Respiro.
«Ti
voglio, lo voglio» un sussurro.
La
mia vita cambia in questo preciso istante. Nulla sarà più come prima. Nulla.
Lei sarà tutto da ora in poi. Tutto.
Non
ci sono altre parole in questa sera di Natale. I nostri corpi sanno
perfettamente cosa fare, come fossero stati creati per amarsi.
Quando
lei, sopra di me, si inarca e mi strattona i capelli, sprofondo nella mia
estasi mugolando il suo nome sapendo perfettamente che sarà l’unico nome che
dirò per tutta la vita in momenti così speciali.
***
Un anno dopo.
«Edward
muoviti su!» mi incita Bella prendendo posto sulle scomode sedie del teatro
scolastico, proprio accanto ai miei genitori. Non ci posso credere che siano
anche loro già qui.
Mi
siedo vicino a lei, siamo in ottima posizione per goderci lo spettacolo.
D’altra parte non poteva che essere così visto che siamo in anticipo di almeno
mezz’ora. Ma vai a discutere con lei. Siamo partiti dal negozio, dove adesso Bella
mi dà una mano a tempo pieno, alle tre. Abbiamo attraversato comodamente il
quartiere a piedi, bevuto una cioccolata calda, comprato un regalo di Natale
per mia madre, l’ennesimo, e ci sarebbe pure avanzato qualche minuto per fare
qualcosa di particolarmente interessante nel retro bottega. E saremmo comunque
arrivati in tempo.
Ma
si sa, le donne incinte non vanno messe in agitazione. Già è sufficientemente
eccitata per oggi. Non voglio che mia figlia nasca nervosa.
Il
mormorio delle persone nella sala aumenta man mano che l’ora della recita di
avvicina.
Le
luci calano e le tende in velluto rosso si spalancano quando un bambino dagli
occhi blu e vestito di tutto punto saluta con un inchino e si siede al
pianoforte.
Prima
che inizi a suonare alzo vistosamente la mano in segno di saluto. Sa benissimo
che ci siamo, ma voglio dargliene conferma .Voglio che tutti sappiano che per
Anthony quest’anno ci sono mamma e papà. E pure i nonni.
Il
suo sorriso malamente camuffato mi assicura che ci ha visti.
Ora
può iniziare.
Assaporo
orgoglioso le conosciute note di Bianco
Natale suonate ancora una volta dal piccolo Anthony, mentre con una mano
accarezzo il pancione di mia moglie.
L’impronta
del piedino di mia figlia risponde magicamente al tocco.
Un
altro Natale perfetto. Un altro Natale vero. Il nostro.
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Questo commento è stato eliminato dall'autore.
RispondiEliminaWow o Woaw come preferisci! Bellissima storia molto intensa, commovente e romantica. Se dovessi dire il personaggio che mi è piaciuto di più farei veramente fatica, complimenti. Per i voti ritorno
RispondiEliminaGrazie Chiara. E' bello sapere che tutti i personaggi sono arrivati...grazie
EliminaComplimenti. Complimenti. Complimenti.
RispondiEliminaQuesta è la mia preferita fino ad ora. E' dolce, romantica, emozionante, intensa... al momento gli aggettivi si ripetono, dammi più tempo e ne troverò altri!
Sei stata brava a descrivere tutto così perfettamente, le sensazioni di Edward poi sono ancora chiare e restano nella memoria. La dolcezza con cui affronta il bambino e la situazione delicata di Bella è da invidiare. Non so chi tu sia, ma complimenti, la storia è davvero bellissima. (Occhi a qualche errore di grammatica, ma ti sarà sfuggito.)
Brava e grazie di aver partecipato.
Aly
Per tutti i motivi sopra, ti do i miei 4 punti!
EliminaCara Aly, grazie per l'apprezzamento e grazie anche per i consigli, sempre preziosi, che mi hai dato. Ne farò tesoro.
EliminaSono felice questa storia sia arrivata...
Storia dolcissima, ricca di emozioni, una bellissima storia di Natale con personaggi molto ben caratterizzati, infatti anche dei genitori di Edward, anche se poco più che accennati, si capiscono molte cose. Adorabile il personaggio di Antony, Bella mi è piaciuta moltissimo, con il suo orgoglio e la sua "arrendevolezza" (non è proprio quello che intendo, ma non mi viene in mente un termine più appropriato) per il bene del figlio. Edward è adorabile, premuroso, gentile, sei riuscita a farmi innamorare di lui senza tirare in ballo il suo lato sexy È scritta molto bene, qualche piccolo refuso ma quei maledetti sfuggono sempre.
RispondiEliminaGrazie mille per aver partecipato
Grazie Denise. Sono davvero contenta di aver condiviso questa storia che mi ha appassionato tanto mentre la scrivevo...e sono felice vi sia arrivata come arrivava a me.
EliminaMi aggrego con entusiasmo ai commenti precedenti, questa storia è molto carina, ben scritta, scorrevole ed estremamente romantica, ma quello che mi è piaciuto di più sono i passaggi descrittivi con cui permetti di far "vedere" al lettore quei piccoli particolari che rendono tutto vero e vissuto, non è facile da fare perchè spesso si scade nel banale o nel già sentito e soprattutto nell'eccessivo, invece tu con poche parole giuste riesci a far sentire un rumore o far percepire la pioggia sull'asfalto oppure fa cogliere un'atmosfera. Bei personaggi, positivi e non troppo carichi. Brava!
RispondiElimina-Sparv-
Oh, quanto mi è piaciuta questa storia. Votare sarà difficilissimo adesso che sono state diminuite le possibilità.
RispondiEliminaL'inizio e la fine mi hanno scaldato il cuore. Tutto lo sviluppo è stato raccontato benissimo, nessun momento di stanca, niente di eccessivo o "povero".
Complimenti davvero, la tua storia è deliziosa.
Grazie Perry, lo sai che per me un commento di questo tipo da parte tua significa tanto...
EliminaGRAZIE
Sono senza parole. E' una storia bellissima dove traspare il vero senso del Natale... soprattutto in una frase: "E poi è Natale. A Natale non si delude. A Natale si dà." Non so chi sei, ma credo che il tuo cuore sia ricchissimo per scrivere una cosa come questa, dove c'è da una parte al sofferenza di una ragazza madre e di suo figlio, dall'altra un uomo generoso, al quale la vita ha dato tanto, soprattutto due genitori che hanno saputo trasmettere l'amore e i valori che rendono un uomo degno di questo nome. E' veramente una perla, credimi... grazie... grazie veramente per avermi scaldato il cuore in questo modo.
RispondiEliminaQuando ho letto il tuo messaggio mi sono commossa.
EliminaNon serve che mi dilungo con troppe parole....grazie le racchiude tutte.
Ohh che dolcezza, adoro le emozioni raccontate con cosi' tanto rispetto e delicatezza. I personaggi sono tutti descritti con grande cura e il sapore dolce che rimane in bocca fa bene al cuore. L-anima del Natale e' in ogni parola. Grazie per il sorriso che ho sulle labbra.
RispondiEliminaGrazie Francies, sono felice di essere riuscita a trasmettere sentimenti positivi raccontando una storia con basi non idilliache.
EliminaGrazie mille per il tuo sorriso.
Meravigliosa!!!!! Un piccolo capolavoro l'ho amata tutta fin dalle prime righe, ti lascia addosso tante di quelle emozioni positive che raramente si riescono a rovere in una storia.
RispondiEliminaI personaggi sono tutti perfetti, anche quelli appena accennati.
Grazie per averci regalato questa piccola magia.
Voto 5
Ila Cullen
Grazie Ila!Grazie per aver provato buone emozioni leggendo la mia storia! E' una cosa che mi fa stare davvero bene sapere di regalare attimi preziosi e positivi.
EliminaVolevo scrivere "trovare in una storia" ( maledetto cellulare!!!)
RispondiEliminaNon posso che unirmi al coro di complimenti e di ammirazione per questa storia così delicata e ben scritta. Sono quasi certa di chi sei e anche questa volta sei stata bravissima. Mi chiedo cosa sapresti fare se ti cimentassi in una long, cosa che mi auguro di tutto cuore. Sai scrivere, hai fantasia, grazia e sensibilità. Questa storia è proprio una bella favola di natale, super romantica, con personaggi descritti alla perfezione. Insomma ti ammiro tantissimo perché sei una scrittrice di talento. Complimenti e spero che parteciperai sempre ai nostri contest! Cristina
RispondiEliminaSei stata brava a riconoscermi. E lo sai che mi ha fatto tanto piacere...
EliminaLeggere poi quello che pensi di me in questo messaggio mi ha resa felice. Strafelice.
E' un grande complimento quello che mi hai fatto.
E te ne sono grata. Tantissimo.
Spero di poter scrivere la famosa Long un giorno e non troppo lontano.
Grazie al vostro sostegno credo di potercela fare.
GRAZIE DI TUTTO.
M E R A V I G L I O S A
RispondiEliminaMi è piaciuta dall'inizio alla fine, la lunghezza non mi è pesata per nulla anzi ne volevo sempre di più, anzi ne voglio di più. Nonostante la tristezza di sottofondo per la vita difficile di Bella riesci a strappare un sorriso e a scaldare il cuore.
Personaggi uno più bello dell'altro che ti entrano nel cuore e lo scaldano. Ovviamente Edward e Antony sono la ciliegina sulla torta o la crema nel pandoro.
Una bellissima favola di Natale da raccontare sotto l'albero... grazie di cuore!
JB
Grazie Jusy, sono felice questa storia abbia portato queste emozioni proprio sotto Natale.
EliminaGRAZIE
Ed anche questa storia mi ha scaldato il cuore!!! Adoro le storie coi bambini, l'ho già detto, ma mi piacciono ancora di più le fiction con i personaggi così approfonditi, e la tua Bella ha veramente tantissime sfaccettature!!! Bravissima!!!
RispondiEliminaAleuname.
Voto 5.
EliminaAleuname.
GRAZIE MILLE ALEUNAME!
EliminaQuesta merita incondizionatamente il mio 5.
RispondiEliminaGrazie anche qui....
Eliminaè una delle storie più belle!!!!!!!!!!!!!! davvero tantissimi complimenti, ti do un bellissimo 5
RispondiEliminaGrazie mille!
EliminaA TE VANNO I MIEI 4 PUNTI!
RispondiEliminaFaccio questa premessa a tutte:
RispondiEliminaEccomi qua a votare.
Ho pensato molto a lungo alla rosa delle 5 che devo scegliere. Ho letto subito tutte le storie non appena pubblicate, ma ho voluto riflettere e far "cucinare" le mie impressioni, per vedere cosa mi restava dentro, cosa mi ha impressionato di più. Devo dire che non solo 5 le storie che mi hanno impressionato, sia in bene che in male, ma riguardo alle preferite ne ho un paio che ho adorato, altre che mi sono piaciute molto e altre meno per vari motivi, e mi dispiace moltissimo non avere più voti a disposizione, ma questa volta va così.
Le storie che ho amato di più sono quelle che ho apprezzato per idea, linguaggio ed esposizione insieme: ci sono state idee molto carine e modi di presentazione originali e coinvolgenti nella lettura, e ho scelto seguendo ciò che più si confà a me: il "piglio", ciò che mi aggancia sul serio in una storia. Scelgo sempre in questo modo, essendo onesta con me stessa e con chi leggo.
Tu dovresti scrivere per mestiere. Ovviamente so chi sei e come per le ragazze a cui ho già assegnato i punti più alti, penso che una delle tue strade, se vuoi, può essere questa. Sei davvero brava, lo hai sempre dimostrato e sai scrivere con penna leggera e precisa, ci sono delle sviste, ma come per le altre storie che ho scelto di votare sono sviste del tutto trascurabili in una situazione come questa. La tua storia è bellissima, ho amato molto il rapporto tra Edward e Anthony e come sviluppi il loro legame, mi ha scaldato il cuore e mi ha commossa. Sei portata per il dramma leggero e mi viene tanta voglia di chiederti di buttarti in una storia più grezza, più aspra perchè credo che il risultato, con il tuo tipo di scrittura, sarebbe magnifico. Hai la capacità, rara, di far vedere le cose senza rompere i coglioni con la sovrascrittura dei dettagli e trasmetti tranquillità a chi ti legge perchè si percepisce una sicurezza nella scrittura che non so se tu sai di avere, ma che hai. Brava!
3 PUNTI
-Sparv-
Cara Laura, cosa risponderti? Come risponderti?
EliminaTi racconto una cosa. Sono sposata da parecchio, ma non ho mai rivelato nemmeno a mio marito questa passione per la scrittura. Sono sempre stata riservata e preferivo buttare giù fantasie ed emozioni e tenerle per me.
Tu hai permesso che questo cambiasse.
Tu e Cristina avete creato questo ambiente in cui ci si può buttare senza temere di farsi troppo male. Ed è stata la scelta migliore che ho preso quando ho deciso di condividere il mio mondo con voi.
Quando ho letto questo tuo commento ero a casa ed era sera. Mio marito era sul divano. Mi sono avvicinata e gli ho messo in mano il mio telefono.
Ha letto il messaggio e non capiva.
Allora ho spiegato. E raccontato. E mi sono sentita più libera, più vera. E non voglio più tenere nascosta questa parte di me perché ora so che vale.
Quindi grazie. Ma grazie a 360 gradi.
Scusa se mi sono dilungata, ma ci tenevo a raccontartelo.
Storia molto intensa e toccante, piena di dolcezza e tenerezza, con un velo di malinconia che ci accompagna per quasi tutta la storia. Per me è la più bella del contest, per questo ti do 5 punti.
RispondiEliminaValentina Pattz
Grazie Valentina...la malinconia c'era. E' vero. E mi fa piacere sia stata colta.
Eliminasenza parole...incantata! Ho amato tutto...il piccolo Anthony, la forte Bella e in particolare Edward (come non amarlo), scoprire piano piano il suo amore è stato veramente magico!
RispondiEliminaGeorgia
VOTO 4
EliminaGeorgia
Grazie mille Georgia.
EliminaMeravigliosa e perfettamente natalizia. Voto 5.
RispondiEliminagrazie!
EliminaSei stata famtastica, inoltre adoro la descrizione del piccolo Edward nella fase iniziale della tua shot
RispondiEliminaGrazie mille
EliminaVOTO. 3
RispondiEliminaVOTO 3
RispondiEliminaLa storia mi è piaciuta molto. Mi ha fatto riflettere e soprattutto mi ha fatto emozionare. Ti faccio i miei complimenti.
RispondiEliminaVOTO 5
Grazie Francesca. Sono contenta questa mia storia si arrivata e abbia fatto pensare.
EliminaGRAZIE MILLE
VOTO 3
RispondiEliminaChe meraviglia! Una storia magica, dolce e romantica. Mi hai fatto commuovere.
RispondiElimina