Una donna in carriera. Un uomo sexy e perspicace. Un bambino. Un padre troppo duro. Un ex marito idiota. Un escort coglione. Un Natale fuori dal comune e una casa ad Aspen che magicamente risolverà più di un problema.
«Buongiorno Edward».
«Buongiorno Lucy».
«Buongiorno Edward».
«Buongiorno Alex».
«''Ngiorno Ed».
«''Ngiorno Jo».
«Ehi Edward!»
«Ehi Chris!»
«Giorno!»
«Giorno!»
Era il solito rituale. Arrivava tutte
le mattine trafelato, dopo l'ennesimo piccolo inconveniente gentilmente offerto dai mezzi pubblici
della città. Non era mai in ritardo, però. Il suo capo non l'avrebbe tollerato.
Oh, era successo una volta e se lo ricordava bene dato che era stato ben
mezz'ora seduto con aria contrita davanti alla sua scrivania, mentre lei
snocciolava la sua ramanzina non staccando gli occhi nemmeno per un secondo dai
numerosi documenti sempre presenti sulla sua bella scrivania, pertanto non
volle più ripetere l'esperienza.
«Ehi Ed, pronto per questi ricchi tre
giorni di vacanza?», chiese Tanya mentre lui si affrettava ad accendere il
laptop per controllare il programma della giornata.
«Non vedo l'ora. Sono stanco e voglio
dedicarmi il più possibile a Masen», sbuffò accennando un lieve sorriso al
pensiero di suo figlio.
«Awww…
ti dovrebbero dare il premio 'Papà dell'anno', Ed. Il tuo piccolo è adorabile.
Cosa che non si può certo dire della tua ex moglie…».
«Già», tagliò corto.
Non gli piaceva che altri parlassero
della sua vita privata, e men che meno gli piaceva pensare proprio ora alla sua
ex moglie. E l'argomento, se trattato da Tanya, sfociava sempre in un qualche
tipo di proposta.
«Senti, Ed…»
«Spiacente Tanya. Il Natale è una
festa di famiglia, lo voglio passare con mio figlio e tu dovresti pensare a…
tuo marito».
«Mh. Be', se ci ripensi…».
La guardò solamente. Non avrebbe mai
intrecciato una relazione con una collega e per giunta sposata. Troppi casini.
Lei lo sapeva, lui lo sapeva, ma il giochino era sempre quello. E la cosa
iniziava a pesargli parecchio, aveva fin troppe cose a cui pensare e ora una
relazione clandestina o anche impegnativa proprio non gli serviva.
«Calden.
Nel mio ufficio».
Venne interrotto dalla voce del capo
all'interfono.
Calden.
La odiava. Odiava lei, odiava la sua
voce, odiava il suo modo di fare, odiava come ogni volta storpiasse il suo
cognome in modo differente. E odiava il fatto che la trovasse la donna più in
gamba e più bella con cui aveva avuto a che fare.
Non c'era bisogno che le rispondesse,
conosceva il copione, doveva solo presentarsi a lei e attendere gli ordini.
E il medesimo copione lo guidò di
fronte alla sua scrivania senza esitazioni. A lei piaceva così. E lui non
voleva casini.
«Siedi», gli intimò senza degnarlo di
uno sguardo.
Obbedì.
Non era intimorito da lei.
Tutt'altro. Non la sopportava, questo sì, ma stimava profondamente la sua
bravura nel condurre gli affari e il suo essere una donna assolutamente
orientata agli obiettivi, senza sbavature di alcun genere. Non era mai
eccessiva e la sua intraprendenza, per quanto evidente, non rasentava mai il
patetico, come invece accadeva ad alcuni suoi colleghi. Sapeva quel che faceva,
era certa delle proprie capacità e teneva in gran conto ogni collega, ogni cliente,
ogni suggerimento e ogni proposta. Teneva in gran conto tutto. Tutto a parte
lui, il suo assistente personale, colui che aveva accettato con onore di essere
il braccio destro di uno degli architetti più in gamba di New York. Aveva accondisceso
a quella mansione sebbene fosse un ingegnere, un progettista, un sognatore. Di quest'ultima
caratteristica era divenuto cosciente solo dopo aver lavorato con lei gomito a
gomito. Glielo ripeteva spesso, ogni qual volta lui si eccitava nella
spiegazione di ciò che visualizzava per questo o quello. Certo, glielo diceva
con fare dismissivo, come se non avesse alcuna importanza la passione che lui
metteva nei particolari. Era sempre pronta a sgonfiarlo ogni volta che lui si
lasciava andare all'entusiasmo, come se volesse tenerlo a bada, come se volesse
tenerlo con i piedi per terra o legato indissolubilmente al suo controllo. Non
era uno stupido, aveva stima di se stesso e delle proprie capacità e sapeva
bene che lei ne era perfettamente cosciente. La cosa, però, non sarebbe andata
avanti molto ancora. Il suo contratto come assistente stava per scadere, aveva
imparato moltissimo da quel rapporto lavorativo e aveva già firmato insieme a lei vari progetti. Era pronto per un avanzamento di carriera, per progetti
interamente intestati a lui e perché no, per un'assistente personale, sì,
vogliosa di compiacerlo e magari… fargli un pompino ogni tanto.
Si sorprese a sorridere soddisfatto
di quel pensiero e non fece in tempo a fermare la sua mente dall'immaginare
lei, l'arpia davanti a lui, a compiacerlo.
Con la sua bella, rossa, perfetta bocca avvolta intorno alla sua spranga a
succhiare come se non ci fosse un domani.
«Colton! Ma… mi sta ascoltando?!».
Colton. Strega.
Te lo insegnerei io come chiamarmi se ti potessi sbattere ripetutamente su
questa scrivania, non facendoti venire mai, mentre macchi tutte le tue
preziosissime carte, pregandomi senza fiato…
«Ohh… Clinton… ti prego… fammi venire…».
«Come mi…. chiamo? Uh? Troietta?... Dì il mio nome… dimmi come mi chiamo…
esattamente… e io ti faccio urlare…».
«Ohh… ooohhh… Cul… Cullen… Cullen… Cullen! Sì!!!».
«Cullsin!».
Con un lieve sobbalzo e una nuova
versione dello storpiamento nominale, venne riportato aspramente alla realtà.
Si ricompose cercando di nascondere il suo desiderio. Desiderio di vendetta, certamente.
«Uhm, sì Miss Swan».
Lei lo guardò assottigliando sguardo
e labbra.
«Oggi mi sembri fuori concentrazione»,
borbottò altera.
«No, no. Sono concentratissimo, mi
creda».
Sì, concentratissimo a far tornare il
sangue nelle sue sedi naturali o, almeno, quelle lavorative.
Era infastidito da se stesso. Non che
non avesse mai pensato a lei in quel
modo, gli era capitato e piuttosto di malavoglia: una volta dopo una sbronza
epica al termine di una giornata dove lei lo aveva mandato a fare delle
commissioni ridicole, tra cui comprarle i tamponi, si era trovato nel suo letto
a mandarla a fare in culo ripetutamente mentre, sempre ripetutamente, pompava
il suo uccello senza sosta nel suo culo; un'altra volta quando una domenica di
prima mattina aveva controllato le e-mail da casa e scoperto che la megera
aveva perso le modifiche sul progetto, dando la colpa ad altri naturalmente, e
richiedeva la sua presenza immediata in ufficio, quella fu una rumorosa, ricca
di improperi, pippa in doccia fatta forse, o almeno era quello che si era
ripetuto, al solo uso di non uscire con il preciso scopo di ucciderla; oh, e
quella volta davanti a quel porno dove l'attrice era la dominatrice e veniva
sottomessa e sculacciata… oh sì… quella volta la ripulitura del divano durò
molto di più del tempo di capire che se lo stava menando rudemente pensando a
lei; e la migliore di tutte, o peggiore a seconda del modo di vederla, quando
non era potuto nemmeno scendere dalla macchina ormai parcheggiata sotto casa,
pensando al modo in cui quel giorno l'aveva guardato, mentre apportavano
insieme delle modifiche su un progetto e lei respirava con un po' di
difficoltà, bagnandosi le labbra più volte e sciogliendosi i capelli di fronte
al suo viso, distratta e intenta a mostrargli delle sezioni da modificare,
quando invece lui non riusciva a staccare gli occhi di dosso da quel delicato
reggiseno che intravedeva ogni volta che lei si muoveva, e quel dannato
profumo…
«Non mi sembra proprio. Ma veniamo al
sodo», proseguì lei seccamente.
Sodo…
Era una reazione istintiva la sua.
Far guizzare lo sguardo su quello che per lui era il sodo, era una risposta maschile normalissima. Come le seghe
frustrate. Stessa cosa. Era un maschio sano dal sangue caldo, e si comportava
come tale. Nulla di più. O almeno questo era ciò che si ripeteva come un mantra
ogni volta che non capiva come il suo corpo rispondesse in maniera così turgida e fulminea alla presenza di Malefica. La sua mente la detestava e il
suo corpo ne era inesorabilmente attratto. Aveva smesso di pensare ai motivi o
a combatterli. E aveva anche smesso di pensare di contattare uno psicologo. O
un andrologo.
«Come sa, l'ufficio chiude tre giorni
per l'interruzione festiva»,
«Eh, il Natale… questa festa così
anti produttiva…», ironizzò lui.
«Che spiritoso. Comunque sì, se vuole
saperlo, è assolutamente anti produttiva. Come diavolo si fa a mettere il
Natale a dicembre? In pieno periodo lavorativo? E' sciocco. Sarebbe da
spostare, che so, ad agosto», rispose lei come se l'idea fosse assolutamente
valutabile.
«Ho sentito dire in giro che abbia a
che fare con la nascita di un certo profeta, molto importante nella religione
seguita più diffusamente nel nostro emisfero…».
«Colgan, oggi lei è davvero
divertente, vedrò di farne menzione sul suo curriculum, qualora le servisse per
ottenere una posizione rispettabile… da un'altra parte».
Colgan.
Posizione. Troia.
«Il mio nome Isabella… urla il mio nome… adesso!».
«Oh… Col… Cullen! Sì! Cullen! Cuuuuuuuullleeeennn!!!».
«E comunque non è per scambiare
spiritosaggini che l'ho fatta venire qui»,
Venire. Oh… Miss Swan… quanto vorrei… non fartelo fare… mai!
«Come le dicevo, mi occorre la sua
presenza per un certo progetto. Dovrà rimandare il Natale per qualche giorno».
«Come? Scusi, può ripetere?»
«Ha capito benissimo. Io… uh… ho in
piedi un progetto urgentissimo per una residenza. Ad Aspen. Mi occorre il suo
aiuto. Possiamo sfruttare i giorni di chiusura dell'azienda e occuparci della
cosa senza interferenze e senza togliere tempo ai progetti su cui stiamo già
lavorando. Ho già dato disposizione per le nostre sistemazioni. Si tratta solo
di tre, massimo quattro giorni, potrà recuperare i giorni di ferie a fine anno,
o l'anno prossimo, deciderà lei».
Non poteva credere a quello che stava
ascoltando. O meglio, poteva crederci, era da lei avere queste idee, ma la
richiesta era decisamente fuori discussione.
«Miss Swan. Io ho un figlio».
«Ne sono consapevole, sì».
La guardava nell'attesa che capisse,
che realizzasse che almeno a Natale un padre volesse stare con la propria
famiglia, come tutti, diamine. Ma lei lo fissava in tranquillità, come se la cosa non avesse alcun rilievo.
«Si vorrebbe che le persone stiano in
famiglia a Natale?», continuò con una non troppo lieve punta di sarcasmo.
«Oh, sono sicura che suo figlio
comprenderà».
«Ha sei anni. Sono sicuro di no».
«Oh, Collins. Lo sa com'è il nostro
lavoro. Lavorare in tempo utile è fondamentale per la riuscita dei progetti.
Non le ho chiesto di rinunciare a nulla di trascendentale, e se è una questione
di retribuzione-»
«Non è un fatto di soldi. E poi io
sono solo il suo assistente. Perché
non chiama James Hunter? Sono certissimo che non vedrebbe l'ora di andare a
Natale ad Aspen con lei».
E scoparti. Hunter era una testa di
cazzo dal talento discutibile e dalla voglia di trombarsi l'intera scala
sociale fino alla presidenza. E Isabella questo lo sapeva. Non aveva mai
mostrato una particolare predilezione per il suo collega ed Edward lo metteva
in mezzo ogni qual volta volesse darle fastidio.
E il fastidio fece subito la sua
comparsa sul volto di Isabella che dismise l'idea con un breve cenno della
mano.
«Non mi serve Hunter. Mi serve il suo
punto di vista, mi serve qualcuno che possa visualizzare la ristrutturazione
senza pensare al guadagno o alla moda del momento. E' lei che mi occorre, non
Hunter».
«No».
«Prego?»
«Ho detto di no. Non rinuncerò al
Natale con mio figlio per ristrutturare la villa di qualche pomposo petroliere
che ha voglia di farsi installare una playroom per giocare con le sue amichette vestite solo di costosissimi doposci».
Isabella arrossì violentemente ed
Edward fu colto alla sprovvista da quella reazione così poco… da lei. Mmmh…
«Non… non si tratta di una… uhm…
playroom. E' del tutto legale, ha la mia parola».
Edward ridacchiò alla scelta delle
parole del suo capo. Miss Swan trovava le playroom illegali. Probabilmente erano una cosa troppo lontana dal suo
modo di vivere. Era la prima volta che la vedeva annaspare e trovò la cosa
incredibilmente carina.
Cosa? Carina? Ma che cazz…
Scosse lievemente la testa per
liberare la mente da quelle stupidaggini e si concentrò nuovamente sul
problema.
«No. No, non mi interessa Miss Swan»,
disse con finalità, alzandosi per andarsene.
«E va bene! Voglio il migliore. E lei
è il migliore, Cul… van».
Voltò il viso a lei. Non gliel'aveva
mai sentito dire. Sapeva di essere tenuto in gran conto, ma non aveva mai detto
a voce alta che lui era il migliore, ed è inutile mentire, la cosa gli faceva
un immenso piacere. Anche perché lui ne era perfettamente cosciente.
E non gli era sfuggito nemmeno il
fatto che lei, stavolta, si era sforzata a storpiare il suo cognome. Non ne
capiva il motivo, ma era pronto a darvi presto rimedio.
La fissò per qualche istante e notò
che era più rigida sulla sedia, non lo guardava apertamente ed era visibilmente
agitata. Era strano, non l'aveva mai vista così, c'era qualcosa che gli
sfuggiva. Avrebbe potuto semplicemente obbligarlo, o minacciarlo di
licenziamento, e invece gli aveva detto che lui era il migliore.
Già. Non riusciva a non gongolare
internamente per quell'assoluto. Isabella Swan non era una che snocciolava
complimenti gratuitamente. Se l'aveva detto, lo pensava.
Quindi decise di giocare un po'.
«Il migliore?», ghignò in maniera
volutamente boriosa.
«Mh. Sì», digrignò a fatica lei. «Lo
prenda come un favore personale. Le assicuro che verrà ricompensato
adeguatamente», si ricompose cercando visibilmente di darsi un tono.
Inutile fermare il cervello. Edward
pensò subito alla ricompensa adeguata: una Miss Swan inginocchiata, senza
cuscino, gli piaceva pensare che soffrisse un po', con le labbra avvolte fino
alla base della sua randa, che mugugnava i suoi ringraziamenti con persino un
po' di lacrime agli occhi per la poderosa intrusione.
«Cmmmllnnng…»
Oh sì… strozzati, che godo di più, 'baby'…
Ma stava diventando irrimediabilmente
duro e ora non era proprio il momento.
«D'accordo».
Isabella fu colta di sorpresa, non si
aspettava che avrebbe accettato. Non così presto.
«Davvero?», domando speranzosa e con
il bisogno di un'ulteriore conferma.
«Sì», disse lui risoluto.
«Oh, bene! A… allora posso
confermare le direttive per il viaggio. Mi passi a prendere con un taxi
domattina alle sei e zero-zero precise. Discuteremo dei dettagli strada facendo».
Aveva ripreso il totale controllo e
il suo tono era diventato quello classico di sempre: freddo e definitivo.
Edward rimase a guardarla con
curiosità. In pochi istanti aveva visto una gamma di emozioni in lei che non
aveva mai notato prima. Aveva colto con un piacere strano, quasi tenero, la sua
momentanea perdita di controllo, ma stranamente gli era piaciuto anche come lei
fosse tornata ad essere normale. Non
capiva le sue reazioni e tantomeno le proprie, ma dentro di lui si fece largo
la convinzione che questo viaggio gli avrebbe rivelato molto di più di ciò che
era stato appena accordato.
Si avvicinò alla porta e l'aprì, ma
prima di andarsene si voltò verso un'Isabella intenta a riordinare in modo
soddisfatto i documenti sul tavolo.
«Oh, e… Miss Swan, è Cullen. Veda di ricordarselo», sorrise
con un angolo della bocca.
Lei alzò lo sguardo di scatto e lui
notò la chiara espressione sul suo viso: quella di una bambina colta con le
mani nel barattolo della Nutella.
«Bene. D'accordo… Cullen», enfatizzò il cognome alzando un
perfetto sopracciglio.
Sì, aveva ripreso il controllo di sé,
ma se c'era una cosa che Cullen aveva
deciso era proprio quella di farglielo perdere. E in maniera spettacolare.
*
Aveva dormito poco e male. I suoi
sogni erano stati letteralmente invasi dal suo capo, rossa in viso, agitata e
intenta a parlargli di qualche villa ad Aspen mentre lo cavalcava a morte.
Durante la doccia aveva usato vari improperi per liberarsi da quelle immagini
che lo avevano reso marmoreo e dolorante, maledicendosi per aver accettato e
aver rinunciato a stare con Masen.
A dire la verità, il rimorso verso
Masen era tornato dopo aver concluso
la doccia. Gli aveva telefonato la sera prima e gli aveva promesso di stare con
lui a festeggiare alla grande non appena fosse tornato in città. Il piccolo non
aveva fatto capricci, era un bambino buono il suo Masen, e aveva accettato di
buon grado la compagnia di nonna Esme , la quale lo amava più di ogni altra
cosa al mondo. Si era sentito una merda ed era deciso a ricavare da questo
viaggio molto più che una semplice firma su un progetto.
Si era presentato con un taxi alle sei e zero-zero puntuale all'indirizzo
di Miss Swan. Aveva sorriso al pensiero dei suoi modi militareschi. Come se
dire solo 'alle sei' non fosse stato sufficiente.
Osservava stupito, nel buio della
fredda mattina invernale, la quantità di bagagli con cui si era presentata
all'ingresso del palazzo, istruendo il tassista sul come maneggiarli e sistemarli nel bagagliaio. Lo guardò con pietà e
voglia di dargli una lauta mancia accompagnata da una buona bottiglia di
whisky, per dimenticare. E aveva
guardato malissimo lei, mentre si accomodava visibilmente soddisfatta quando
lui le sedeva accanto con la propria valigia ora sulle ginocchia.
«Buongiorno!» , squillò lei
sorridendo.
'Buongiorno un cazzo', pensò lui, ma rinunciò ad esprimersi. Dopotutto, sua madre l'aveva
cresciuto come un gentiluomo, anche se lui ogni tanto faceva fatica a
ricordarsene, soprattutto in presenza di Sua
Maestà. E anche quando pensava a tutti i modi di fottersela, naturalmente.
Il viaggio in taxi e quello in aereo
furono relativamente tranquilli. Il caos di gente era pesante e il fatto di
stare seduto per ore vicino a lei, ingolfato costantemente dal suo profumo, non
l'aveva aiutato molto a rilassarsi, nemmeno quando cercava di concentrarsi con
il suo portatile.
C'era sempre qualcosa, di inutile, che lei gli chiedeva.
C'era sempre quello sguardo che
danzava tra i suoi occhi e la sua bocca.
C'era sempre quella lingua che
discretamente le bagnava le labbra.
C'era sempre il suo membro sveglio e
pronto a simpatizzare con quella compagna di viaggio sempre troppo vicina.
E c'era sempre il senso di colpa per
aver lasciato Masen durante le feste di Natale.
Isabella sembrava cogliere il suo
malumore, cercava di ingaggiarlo in conversazioni più o meno cretine,
rendendosene anche conto, e quando lui la guardava male, lei deviava riprendendo
il suo normale tono lavorativo.
Era irritato, era confuso da lei e da
se stesso, e in cuor suo sperava ardentemente che questo soggiorno lavorativo
terminasse il prima possibile.
«Martini. Con un oliva verde e una
ciliegia», ordinò Isabella all'assistente di volo.
Edward la guardò accigliandosi, «Oliva
e ciliegia?»
«Uhm… sì. Non vedo perché rinunciare
all'una o all'altra cosa», spiegò lei con una lieve scrollata di spalle.
Edward sbuffò sorridendo, «Hanno una
funzione differente, e un sapore differente. Non vanno messi insieme,
compromettono il gusto del liquore».
«Davvero?», chiese lei come se le
fosse stata fatta una rivelazione incredibile, «Be'… possono creare un gusto
nuovo insieme, qualcosa di inaspettato e originale. Magari possono funzionare».
«O essere una schifezza», terminò lui
guardandola con compassione.
Lui era tipo da bourbon liscio. Non
gli piaceva creare miscugli o togliere il gusto proprio di un buon liquore.
Ogni alcoolico era stato creato con una ricetta che funzionava da secoli,
perché mescolarlo con altro? Era già perfetto così.
«Oh», rispose lei un po' delusa dalla
sua affermazione. Sembrava come se fosse rimasta male a livello personale ed
Edward si dispiacque, ma solo per un momento, di quell'espressione.
Quando arrivò la bevanda, lei la
sorseggiò cautamente, come per valutare se effettivamente fosse una schifezza.
«Posso?», chiese Edward accennando
al calice.
Isabella si sorprese, ma sorrise e
glielo porse un po' impacciata.
Lui lo sorseggiò, non accorgendosi
che Isabella gli stava guardando le labbra con pura, vera fame.
«Mh. Non è male. Ma la prossima volta
provi a scegliere, provi a gustare l'uno o l'altro…», mormorò Edward mentre lei
lo ascoltava rapita dal movimento dell'uno o l'altro… labbro.
«Oh… okay», sussurrò lei riprendendo
il bicchiere che Edward le stava restituendo.
Schiarendosi un po' la gola, lei
portò il bicchiere alla bocca, cercando discretamente di girarlo per posare le
labbra esattamente nel punto dove lo aveva fatto lui.
Ma Edward stava guardando. Molto
attentamente. Troppo attentamente. Così decise invece di rinunciare a quel
sorso e posare il bicchiere sul tavolino reclinabile, distogliendo lo sguardo e
terminando quel flusso di azioni.
Edward non proferì parola, ma si
compiacque assai di quel piccolo episodio.
*
«Miss Swan…».
«Miss Swan… Isabella… oh, Dio…angelo… svegliati…».
Isabella stava sognando di baciare il
meraviglioso, maschile, lievemente barbuto collo di Edward, mentre lui le
baciava la tempia e i capelli, sussurrandole dolci sciocchezze. Aprì gli occhi
pigramente a quel richiamo e scoprì di essere tra le sue braccia, e scoprì
anche, con orrore, di avere la bocca aperta, appoggiata… sul suo collo.
«Oh… Oh!», si rialzò immediatamente,
con la testa che le girava per il brusco movimento e per il suo odore che
ancora la eccitava. Sì, decisamente aveva la testa che le girava furiosamente.
Cercò di risistemarsi i capelli,
mentre Edward le toglieva il braccio dalle spalle, e pregò con tutte le sue
forze di non averlo baciato davvero. O di non aver sbavato nel sonno su di lui,
più che altro.
Edward si schiarì la voce e, con
entrambe le mani a nascondere la sua dolorosa erezione, le comunicò che stavano
per atterrare.
Isabella si era addormentata un'ora
prima dell'atterraggio. Aveva reclinato il capo verso di lui e la testa le
ciondolava in maniera del tutto innaturale, quindi Edward aveva deciso di
posarle il viso sulla sua spalla, avvolgendola con il braccio, ma lei aveva
risposto a quello strano abbraccio, avvicinandosi nel sonno a lui, volgendosi
completamente verso di lui, cercando di alzare una gamba come per avvinghiarlo
a sè e non riuscendoci data la capacità limitata della gonna troppo stretta,
aveva portato una mano sul suo torace ed aveva afferrato debolmente il tessuto
sul petto della sua camicia nel pugno, respirava un po' più velocemente e muoveva
la bocca protraendola in fuori. Edward guardava il suo viso dall'alto e si
trovò a respirare in sincrono con lei, soprattutto quando sentì le sue labbra
baciargli languidamente il collo. Edward aveva strizzato fortemente gli occhi e
fece appello a tutte le sue forze per non muoversi, perché quei piccoli,
involontari baci lo stavano facendo letteralmente uscire di senno.
Era bellissima, inconsapevole,
abbandonata totalmente al suo inconscio, e sexy da morire.
Alla voce del capitano, Isabella
prese ad agitarsi un po' troppo. L'aveva notato anche al decollo, ma lei non
aveva fatto nulla per abbandonarsi al timore.
Isabella Swan aveva paura di volare,
questo ormai gli era chiaro. Non si sentì, però, di schernirla per questo e
stavolta le prese con decisione la mano nella sua, con gran sorpresa di lei,
che la accettò senza riserve tenendola stretta fino al dolore e fino ad
atterraggio concluso.
Quel contatto rassicurò visibilmente
lei. E spaventò a morte lui per quello sconosciuto senso di… perfezione… che
ora stava percependo.
All'aeroporto noleggiarono un SUV,
che lei aveva insistito per guidare.
«La strada è ghiacciata, Miss Swan.
Lasci guidare me», aveva ribattuto lui senza successo.
«Oh, sciocchezze. Non avrà mica paura
di un po' di ghiaccio?», gli disse con fare canzonatorio.
Edward la guardava con la coscienza e
la superiorità di chi aveva acquisito informazioni vitali su di un avversario
importante. Aveva imparato molte cose su di lei sin dal giorno prima e non
voleva lasciarsi sfuggire l'occasione per approfittarne. Lo faceva
costantemente, anche sul lavoro, lo divertiva e lei gli aveva risposto sempre a
tono. Finora.
«Non ha paura di niente, vero Miss
Swan?», la sfidò con un ghigno che lui sapeva che sotto sotto le piaceva. Non
sapeva quanto, ma era certo che l'avrebbe scoperto presto.
«Certo che no. La paura è una
sensazione inutile ed è controproducente», le rispose lei alzando il mento.
«Mmmh… cerrrto… come non ha paura di
volare…».
«Oh, be'… quello è un dettaglio. Volo
sempre, se devo. Lo sa. E non perdo mai il controllo».
«Se può», asserì lui, pensando in
maniera evidente alla sua totale, incondizionata, perdita di controllo quando
gli stava leccando il collo.
Lei per un attimo si innervosì,
pensando e pregando di non aver fatto nulla che potesse giustificare il tono
sarcastico di Cullen, ma non ne era sicurissima. Si era maledetta più e più
volte per essersi addormentata e aveva distintamente percepito dell'umidità
sulla pelle di Edward al suo risveglio. Solo che non sapeva cosa effettivamente
avesse fatto e quanto di tutto questo si fosse accorto lui.
Nel frattempo Edward ridacchiava tornando con la mente a quando Miss Swan si era alzata dal suo posto in aereo, sistemandosi con
decisione il tailleur, e chiedendo alla hostess di conferire con il pilota. L'assistente aveva acconsentito e al suo ritorno
lei aveva acceso di fretta il suo portatile cercando il curriculum del capitano. Alla
sua richiesta di cosa diavolo stesse facendo, lei aveva risposto candidamente che
voleva sapere chi guidava. La sua
necessità di non perdere mai il controllo era davvero un'esigenza primaria ed
Edward mise da parte quell'informazione per usarla a tempo debito, come un appunto
su un post-it. Con tanto di faccetta diabolica a fine frase.
*
Isabella parcheggiò davanti ad un
cottage. Molto grande, molto bello e molto… da ristrutturare.
«Miss Swan… non sarebbe meglio se
prima andassimo a fare il check in in albergo?», chiese Edward confuso dal
fatto che lei era scesa immediatamente, aveva già aperto il cofano e stava
cercando, senza molto successo, di tirare fuori una valigia delle dimensioni di
un guardaroba a tre ante.
«Oh, no, no. Non ce n'è bisogno.
Staremo qui», rispose lei sbuffando per lo sforzo.
«Qui? Staremo?», chiese lui mollando senza troppe cerimonie la valigia
che le aveva appena tolto di mano, la quale atterrò con un pesante tonfo.
Lei guardò inorridita tale scempio, e gli rispose alzando i palmi
delle mani in ovvietà. «Sì. Qui. Noi.
E' casa mia. C'è abbastanza spazio per entrambi».
«E per tutto il guardaroba quattro
stagioni di Paris Hilton», brontolò lui a bassa voce, ma poi ci ripensò e aggiunse
in tono decisamente isterico, «E' casa sua?! E lei mi ha fatto venire fino qui,
a Natale, per dare un'occhiata a quella che avremmo potuto vedere in qualsiasi
altro momento dell'anno?!»
«Be'… sì. E'… uhm… è importante
valutare uno stabile nelle condizioni climatiche giuste…», farfugliò in
risposta lei, arrossendo un po'.
«Questo è assolutamente ridicolo. E
inaccettabile. Io me ne torno a New York».
Edward marciò di nuovo verso il
bagagliaio della macchina, volendovi riporre la sua valigia, mentre Isabella si
fece prendere dal panico.
«Cosa?! No! Che sta facendo?»
«Me ne vado».
«Aspetti! Cullen, cerchi di
ragionare, ormai siamo qui, è tutto sistemato, è inutile che lei vada via
proprio ora! E poi è tardi, non troverà un altro volo», Isabella si affrettò a
spiegare, vedendo i suoi piani crollare miseramente.
«Prenderò un pullman», le rispose sbattendo il cofano due volte per chiuderlo.
Era furibondo. Non era stata chiara
con lui. Non le aveva detto che l'edificio da ristrutturare era il suo. Pft!
Forse voleva davvero installare una playroom per i suoi amichetti nudi in Moon-Boot!
«Calfort.
Ti ordino di fermarti».
Ah. Era tornata la stronza che lui
conosceva bene. Tanto meglio.
Le si avvicinò con sguardo letale e
la squadrò da capo a piedi.
«Miss Swan…», mormorò con voce bassa
e gelida, «lei qui non può dare ordini a nessuno. Non siamo in ufficio e
ufficialmente io non sto lavorando. Non erano questi gli accordi, né sul mio cognome,
né sul progetto», le alitò a pochi centimetri dal viso.
«Non le ho mai dato specifiche
sull'appartenenza della casa. L'accordo non era vincolato a questo», gli rispose alzando il mento, cercando di riprendere il controllo che rischiava di
sfuggirle del tutto per la ravvicinata, molto ravvicinata, presenza di Cullen,
«Dia un'occhiata agli interni, e poi deciderà per il meglio», gli offrì,
sperando in cuor suo di vedere quell'eccitazione che lei conosceva tanto bene,
quel guizzo che lo rendeva non un semplice tecnico, ma un artista
dell'ingegneria edilizia civile.
Edward la fissò a lungo, sperando di
riversare nel suo sguardo tutto lo sdegno di cui era capace. E sperando anche
che detto sguardo non rivelasse il costante desiderio per lei, persino quando
era incazzato a morte. Poi si voltò e fissò la casa. Si mosse verso quella
villa che aveva visto tempi migliori, verso quelle assi certamente rifinite da
un artigiano capace. Si avvicinò e ne accarezzò una, assorto nei suoi pensieri.
Isabella gongolò internamente. Il guizzo era tornato. Edward non le era
mai parso più bello di così, e questo diceva moltissimo, perché per lei, lui
era l'uomo più bello, sexy e intelligente che avesse mai conosciuto. Amava il
suo modo di fare, amava il suo modo di lavorare e amava la sua passione quando
era immerso in un lavoro, e sì, amava il suo essere sexy in maniera del tutto
naturale. Si era innamorata alla svelta di lui. Tanto quanto tutte le donne con
cui avevano avuto a che fare. Lui sembrava non accorgersene o non dare peso a
nulla, non ne era sicura, ma di certo lei non avrebbe mai fatto nulla in
merito. Lei era il suo diretto superiore ed era una donna, le avances erano
decisamente fuori discussione, avrebbero danneggiato la carriera di entrambi.
Questo piccolo stratagemma era stato l'unica occasione per… non lo sapeva
neanche lei. Non ci aveva pensato troppo. Le era venuto in mente e basta.
Lo fece entrare. Gli voleva accennare
il fatto che aveva lasciato il suo bagaglio in macchina e le valige di lei in
strada, ma non voleva rovinare il momento.
Edward non fiatò. Si limitò ad
entrare e a guardare ogni singolo angolo, ogni arredo, ogni dettaglio di quella
casa che dentro era… calda e accogliente. Non riuscì a fermare il corso dei
suoi pensieri, vedeva già quello che avrebbe potuto realizzare.
«C'è molto legno qui… ma non è
eccessivo… cambierei la scala e la farei in pietra grezza… il camino si può
spostare e mettere al centro della sala… controllare la canna fumaria… due
ambienti… cucina… altro camino...».
Era perso, ormai. Era perso nel suo
mondo, in quello che gli riusciva meglio. Era un sognatore, Isabella glielo
diceva spesso. Oh, lo diceva cercando di fargli credere che era un perditempo,
ma in realtà era proprio quella la caratteristica che lo distingueva da tutti
gli altri, e lei lo aveva notato subito.
Edward si voltò e a lei si spense il
sorriso. Si innervosì un po' perché ora lui la guardava come se fosse stata
nuda. Assottigliò gli occhi che ora frugavano senza riguardo nei suoi.
«Non le somiglia».
«Cosa? Perché?», cerco di
difendersi lei.
Lui si voltò nuovamente verso
l'ambiente.
«E' calda, accogliente, familiare…»,
mormorò, «No, un po' le somiglia, è anche antiquata e in severo bisogno di una
bella ripassata», aggiunse con tono decisamente ironico.
«Come prego? E questo che vorrebbe
dire?», si difese lei, volgendosi totalmente a lui con le braccia conserte
sotto al seno.
«Nulla», alzo le mani lui, ghignando,
«Sto solo dicendo che dev'essere… ristrutturata. Non è per questo motivo che
siamo qui?», concluse con una punta, non troppo celata, di sarcasmo.
«Certamente. Oh! Vo- voglio dire, per
la casa».
Stavano parlando della casa, vero? E
allora perché lei aveva la netta sensazione che lui intendesse ristrutturare lei?
Girandosi un paio di volte e cercando
di parlare senza riuscirci, gesticolò verso la scala e poi finalmente la sua
bocca decise di fare il suo lavoro.
«MmmmmCllllnnnn…»
No! Non quello! Ma che diavolo mi
salta in mente?!
«Forse è meglio che andiamo in camera
da letto», enunciò per riprendere le fila della faccenda.
«Di già?», rispose immediatamente lui
non abbandonando il sorrisetto storto.
«Oh! Vo- voglio dire… che le faccio
visitare la zona notte. Ecco, sì».
Senza ulteriori indugi, Isabella
praticamente corse verso la scala, seguita da un divertitissimo Edward. Che ora
le fissava il culo ondulatorio. Lei
però si voltò, assottigliando occhi e labbra, cogliendo Cullen in ipnosi da
culo. Le faceva piacere, certamente, ma intendeva far rimanere la loro
interazione su un piano puramente professionale. Per il momento.
«Bagno… stanza degli ospiti… master
bedroom, con bagno en-suite…», Isabella si fermò dentro la camera da letto più
grande. Era magnifica, decorata con arredi classici della zona e con una vista
panoramica mozzafiato.
Edward si innamorò di questa casa e
dentro di sé cercava di fare due più due tra questa e il suo capo. In qualche
modo le due erano correlate, ma lui doveva assolutamente scoprire come.
Non disse nulla quando distolse lo
sguardo dalla magnifica vista. Si voltò, invece, ad osservare lei. Guardò i
suoi piccoli gesti nervosi, notò la sua vulnerabilità e notò anche quanto questa la rendesse più bella del solito.
Tornò di sotto nel salotto, seguito
da una troppo silenziosa Isabella.
La verità era che lei era
preoccupata. Voleva che la casa gli piacesse. Voleva che se ne occupasse lui,
lui solo. Ed era nervosa perché in quel momento si sentiva come se lui stesse
guardando direttamente dentro di lei.
Quando furono vicino al camino,
Edward ruppe il silenzio.
«Parlami di lei», le chiese con voce bassa e suadente.
Isabella capì immediatamente che
Edward stava chiedendo della casa. Era sempre così. Quando Edward doveva
progettare un ambiente abitativo, lo trattava come se fosse vivo. Era per
questo che aveva voluto far vedere la casa solo a lui. Solo lui poteva capirla.
«E' una casa molto antica, è qui da
prima che Aspen diventasse una località per turisti facoltosi. Mi piacerebbe
dire che era, che ne so, di mia nonna, ma non è così. L'ho solo vista e me ne
innamorai subito. La comprai, volevo farla ristrutturare, ma avevo paura di
stravolgerla, dovevo pensarci bene, così ho apportato solo qualche miglioria
funzionale. Questo», indicò il camino, «non ha mai funzionato bene», sorrise
debolmente, «ma non mi è mai importato… finora. Io… io voglio che funzioni,
voglio che questa casa… torni a vivere», terminò in un sussurro, guardandolo
apertamente negli occhi.
La osservò a lungo, con la certezza
che stesse parlando di se stessa. Ed aveva scelto lui per… rimetterla a posto.
Capì che quella casa, in fondo,
somigliava ad Isabella più di quanto lui avesse immaginato, e questa scoperta
fu piacevole, seppure ancora sorprendente.
«Funzionerà», le disse fissandola in
quei grandi occhi scuri, ora non così freddi.
Oh, ma chi voleva prendere in giro.
Gli occhi di Isabella erano l'unica cosa che gli aveva sempre rivelato la
passione che era in lei. Poteva essere una stronza da premio, una fredda calcolatrice,
una donna d'affari fatta d'acciaio, questo sì, ma i suoi occhi gli avevano
sempre raccontato molto più di quanto lei volesse.
«Bene», disse lei interrompendo quel
sottile filo d'intesa non verbale che sembrava essere una presenza costante tra
loro, ormai, «C'è un ristorante molto carino in paese. Andiamo a cena, così poi
possiamo andare a letto».
Edward alzò le sopracciglia,
trattenendo a stento un sorriso.
«Oh! Vo- voglio dire che… che è
meglio che ceniamo presto, così possiamo coricarci prima. Oh, cazzo!», si interruppe
portando entrambe le mani alla bocca con sguardo orripilato.
Edward si lasciò andare in una
fragorosa risata.
«Oh, Miss Swan, se non altro, ora il
viaggio è valso davvero la pena!», continuò a ridere senza ritegno.
«Dannazione. Non me la farà mai passare
liscia per questo, vero?», si stizzì lei, certa delle ripercussioni. Edward
aveva sempre colto ogni lapsus e sempre ne aveva approfittato per canzonarla
non appena se ne fosse presentata l'occasione.
«Mai. Miss Swan che impreca! Questa è
favolosa! La prego non smetta, e non smetta nemmeno di spiegarmi la storia del
letto».
«Ah, ah, ah, spiritoso. Ha capito
benissimo cosa intendevo», le rispose lei un po' indignata, ma ancora
vergognosa per ciò che le era appena uscito di bocca.
«Oh, sì. Io ho capito benissimo. E
lei?», la prese in giro, ma il suo sguardo rivelava la serietà di quella
domanda.
Per tutta risposta, Isabella andò a
prendere la valigia più grande, trascinandosela dietro come un pesante cadavere
avvolto in un tappeto marcato Louis Vuitton, sotto lo sguardo di un Edward
sempre più divertito.
*
L'atmosfera al ristorante era intima
e gradevole, il cibo ottimo e il vino ancora meglio.
Isabella sembrava apprezzarlo
particolarmente.
«Quindi? Vuole dirmi perché sono qui,
Miss Swan?», chiese Edward nel bel mezzo di una conversazione sul cibo.
«Isabella. Se dobbiamo passare questi
giorni insieme, vorrei che ci dessimo del tu, almeno ora che non siamo in
ufficio», lei deviò la domanda con una richiesta che le premeva fargli già da
un po'.
«Isabella», Edward chinò il capo in
assenso, ma la guardò come per dire 'Non mi freghi. Ti conosco troppo bene. Ora
giù le carte.'
«Te l'ho detto perché sei qui»,
sbuffò lei portandosi la forchetta alla bocca e masticando lentamente per
evitare ulteriori spiegazioni. Si sentiva un po' brilla e sapeva che se avesse
esagerato avrebbe detto molto di più di quello che avrebbe voluto.
Ma qui stiamo parlando di Edward
Cullen, quello che capiva sempre tutto di tutti, prima ancora che altri
potessero arrivarci.
«Cameriere? Per favore, ci può
portare un'altra bottiglia di questo Pinot?».
Lei lo guardò sdegnosetta, ma già
troppo in là con i fumi dell'alcol per sembrare letale.
«Edmund.
Non credi che sia il caso di non bere più, per stasera?», ghignò lei ai nuovi
orizzonti che le dava il permesso di usare il nome. Già aveva una sfilza lunga
tre pagine di nomi diversi da Edward.
Lui si sporse verso di lei,
avvicinando parecchio il viso al suo su quel piccolo tavolo.
«Isabella, Edward Cullen. Edward
Cullen e basta. Se ti azzarderai a pronunciare anche solo una sillaba diversa
da queste, non solo me ne andrò alle prime luci dell'alba, ma ti sculaccerò
tutta la notte».
Isabella sputò incerimoniosamente il
vino che stava sorseggiando.
«Cosa?! Non oseresti!», ribattè lei
automaticamente, mentre il suo cervello congiurava immagini di lei sdraiata
sulle sue gambe, senza mutande, colpita ripetutamente dalla… bellissima…
capace… sexy... mano di Edward.
«Oh sì, invece. Oserei. E oserei dire
che potrebbe anche piacerti», la guardò lui, visualizzando la stessa scena e
percependo del desiderio nell'oscurità profonda delle pupille di Isabella.
«Mai. E' degradante. E inutile. Come
punizione è infantile, crudele e superata e come gioco sessuale è sgradevole ed
aberrante. Credo», aggiunse a voce bassa, cercando di capire se il suo discorso
era davvero dettato da una convinzione o da una… convenzione.
«Non puoi saperlo, finchè non provi»,
aggiunse lui cercando di capire se davvero potesse prendere in considerazione
l'idea. Edward non era un tipo pretenzioso a letto, aveva provato varie cose e
tutte con grande entusiasmo, ma il sesso per lui era una cosa che dipendeva
moltissimo dal partner del momento: con alcune donne era semplice, con altre
era avventuroso, con altre ancora era un gioco e per alcune altre era
semplicemente il bisogno di una sana, ricca scopata e nulla di più. Era okay.
Bastava solo stabilire la cosa più adatta alla persona o all'umore del momento.
Certo, a lui piacevano varie cose e si chiedeva cosa piacesse a Isabella. Era
quasi certo che sculacciarla avrebbe portato molto piacere ad entrambi. La
immaginava a lottare, questo sì, ma riusciva perfettamente anche a
immaginarsela a pregare…
«Che stupidaggini. Il sesso è una
pratica faticosa, appiccicaticcia e del tutto irrilevante», disse lei come se
parlasse della colonnina dell'oroscopo sui quotidiani.
Seguì il silenzio più assoluto. Di
Edward.
Lei stava proseguendo a magiare
beatamente i suoi pezzettini di pollo al gratin e a lui erano scomparse le
sopracciglia oltre la linea dei capelli.
Dopo numerosi secondi, Isabella
terminò di masticare ancora con il boccone sulla lingua notando lo stoccafisso di fronte a lei. Deglutì con
attenzione e poi cercò di chiarire.
«Voglio dire… sicuramente è una cosa
piacevole… un… un passatempo interessante… per alcuni. Non voglio sminuire
nulla, eh?».
Edward riprese lentamente i
movimenti, cercando disperatamente di capire cosa volesse dire Isabella. Le
sopracciglia però non si decidevano a ricomparire.
«Sono stata sposata, tempo fa. Ho… ho
fatto sesso», si difese, «Oh, e sono anche uscita con un escort una volta»,
terminò compiaciuta di se stessa. Dire alla gente che lei era uscita con un
professionista aveva sempre sortito un certo effetto d'ammirazione, almeno
sulle donne. Sulle poche donne a cui lo aveva rivelato. Okay, due. Alla sua
amica Alice e a quella vichinga rossiccia di Tanya. Quella Tanya che
importunava Edward ad ogni occasione. Quella Tanya a cui spesso e volentieri
lei affidava compiti dall'altra parte dell'edificio, o della città, e, se
avesse potuto, anche del pianeta.
«Un escort?», Edward ritrovò la voce.
«Sì. Un escort», ripetè lei ancora
gongolante, «E' stato interessante. Siamo andati ad una serata di gala, poi in
un night e poi abbiamo fatto sesso. Sì».
«Ah… Sesso. Quella cosa… com'è che hai
detto? Ah, sì: faticosa, appiccicaticcia e del tutto irrilevante?», le chiese con
sarcasmo mentre le versava l'ennesimo bicchiere di vino. Isabella trangugiava
giù tutto senza nemmeno accorgersene e a lui serviva farla sciogliere ancora un
po'.
«Be'… sì. Voglio dire… lui è stato
molto carino, mi ha fatto delle cose piacevoli, ma… ma io…», allo sguardo
interrogativo e un po' scettico di Edward, Isabella si lasciò finalmente
andare, ma non prima di sbuffare, «Insomma, non impazzisco per quella roba lì, ok? Mi sono trovata a osservare
con minuzia i particolari del lampadario, cosa che peraltro non avevo mai
notato prima, non ho acquistato io quel lampadario, sai? E' stata
l'arredatrice. Guardavo il lampadario e tutto quello a cui pensavo, con il
respiro di Alejandro nelle orecchie, era che volevo cambiarlo. Il lampadario,
non Alejandro. Lui è stato molto cortese con me e il nome esotico è stato un
bonus, concordi con me?», chiese lei sorseggiando altro vino e guardandolo
come se dovessero accordarsi sulla scelta tra nuovi sub appaltatori.
«Vu- vuoi dire che non hai sentito
nulla? Allora Alejandro è stato un coglione», terminò Edward sicuro di quello
che diceva e sperando che a questo Alejandro cascasse l'uccello in
quell'istante.
«Ma no, ma no, è stato bravissimo»,
finalizzò lei, bevendo ancora.
Edward si chiese come mai Isabella
trattasse l'argomento con tanta tranquillità e decise di scoprirlo. In quel
preciso istante.
«Isabella, hai avuto un'infanzia
difficile?», chiese ancora incredulo.
«Certo che no. Come diavolo ti è
saltato in mente? Ho avuto un 'infanzia normalissima, io. Il solito. Mia madre
ha lasciato mio padre e io sono rimasta con lui, finchè non sono partita per
l'università. Ohh… ho capito dove vuoi arrivare… ma tranquillo, non è successo
assolutamente nulla di rilevante. Io e papà abbiamo vissuto normalmente fino ad
allora». E giù un altro sorso.
«Mh… e il tuo ex marito?», prosegui
lui con l'indagine.
«Ma chi? Jacob? Oh, ero giovane e
cretina. L'ho sposato per amore, pensa che deficiente. Ma non ha funzionato
praticamente dal primo giorno. Me l'ha detto lui che sono frigida».
Edward strabuzzò gli occhi. Non
poteva credere a tutto quello che stava sentendo. Isabella Swan gli aveva
appena confidato di essere frigida. Come se la cosa non facesse alcuna
differenza per lei.
«Non mi guardare così», mugugnò lei.
«Così come?», le chiese interessato alle sue reazioni più che alla risposta. Si stava rendendo conto di
quello che diceva o no?
«Come se non lo sapessi. Tutti in
ufficio mi trattate così. Sono una stronza, no? Sono una strega, sono lesbica,
sono frigida, di appellativi ne ho sentiti in quantità industriali. Be', che
dicano pure. Io sono una spada con il mio lavoro e tutto il resto non ha alcun
rilievo per me. E io so di essere tutto ciò. Non lesbica, eh? O almeno credo,
non ho mai provato interesse per una donna e il pensiero di… di farci cose insieme, mi ripugna».
«Ah». Peccato, pensò Edward, ma continuò con la sua impresa, «E anche il
pensiero di fare cose insieme a un
uomo, ti ripugna?»
«No. Non che ci pensi molto, ma no.
Lo trovo piacevole. Noioso, ma piacevole».
«Piacevole. Piacevole e basta?»,
incalzò guardandola per farle capire dove voleva arrivare.
«Sì?... », rispose lei non troppo
convinta.
«Isabella, hai mai avuto un orgasmo?»,
le domandò guardandola intensamente e cercando di trattenere un sorriso. Sapeva
già la risposta: se lo avesse avuto, non troverebbe il sesso solo piacevole.
«Ma certo che sì!», si indignò lei
trangugiando più vino di quanto avesse fatto fino ad allora.
«Oh, davvero?», chiese lui con
evidente scetticismo.
«Sì! Davvero! Non molti, ma qualche
volta ci riesco anch'io, sai?», si imbronciò ed era più carina che mai:
ubriaca, con i capelli per la prima volta in vita sua, ne era sicuro,
sconvolti, e con le guance rosse. E il naso anche, dato che il vino stava
vincendo la sua partita praticamente a tavolino.
«E con chi?»
«Con chi», borbottò, «Con me stessa,
ovvio. E non è stato niente di che». Si avvicinò anche lei verso di lui, erano
quasi naso a naso. «Senti Edward, siamo adulti e vaccinati, sappiamo benissimo
entrambi che sta storia del sesso è una balla colossale. Gli uomini funzionano
in maniera idraulica, non devono fare niente se non darsi due pompatine, chi
c'è c'è, e le donne fingono spettacolarmente», ghignò lei e gli strizzò
l'occhio come se gli avesse rivelato il quarto segreto di Fatima.
«Ahh… e tu? Hai mai finto?», chiese
lui incuriosito, sorridendole.
«No, mai. Non l'ho mai ritenuto
necessario. Perché fingere? E' ridicolo. L'uomo viene? E' okay. Lui si soddisfa,
termina la sua intrusione e si sente bene. Fine delle trasmissioni».
Edward ridacchiò senza voce. Stava
sognando. Non poteva essere altro. Non aveva mai sentito parlare così
candidamente di sesso e dell'assoluta mancanza di soddisfazione, soprattutto da
parte di una donna.
«Intrusione…
è pazzesco…», disse tra sé e sé sogghignando.
«Oh, insomma! Perché? Per te non è
così, forse?», chiese lei certa che, be', fosse così per ogni essere vivente,
incluso il bellissimo esemplare sessuale che ora aveva davanti.
«No», mormorò lui alitandole sul
viso.
«Oh… e com'è?», chiese lei non sorprendendosi
nemmeno più del perché il suo corpo reagisse sempre in maniera così attiva quando Edward era nei paraggi. E
anche perché aveva bevuto troppo per chiedersi alcunché, al momento.
«Vuoi sapere davvero com'è? E'
trascendentale. E' vero, gli uomini funzionano davvero in maniera idraulica, ma
sorpresa, sorpresa, anche noi reagiamo agli stimoli cerebrali, sai Miss Swan? E
vuoi sapere qual è il godimento più assoluto?»
«Sì…».
«Venire dentro ad una donna mentre
sta venendo. Mentre sta venendo sul serio. Senza finzioni, senza filtri, senza
inibizioni. Sentirla scuotere fin dentro le ossa. Sentirla irrigidirsi intono a
te. Sentirla strizzarti dentro di sè come se ti volesse trattenere lì dentro
per sempre. E vederla. Vederle il viso trasformarsi, vederle strizzare gli
occhi per poi strabuzzarli, vederle le pupille annerirsi e la bocca
spalancarsi… gemendo… e chiamando il tuo nome, solo il tuo. Capire che tu le
stai facendo questo, è il godimento più grande che si possa provare. Capire che
tu sei riuscito a farle provare il piacere fisco più forte di tutti, tu,
proprio tu, è un piacere talmente appagante da superare miglia e miglia quello
del tuo stesso orgasmo».
«Oh…».
Isabella lo guardava rapita, lo
ascoltava estasiata, e si sentiva eccitata come mai prima.
«Gli uomini non sono tutti uguali, le
donne non sono tutte uguali e il sesso non è una pratica. Il sesso è puro istinto, Isabella. Non può essere
ragionato e non può essere mortificato. Non si studiano i lampadari mentre si
fa sesso. Il sesso è la conseguenza diretta dell'istinto riproduttivo e del
bisogno primordiale di contatto fisico. Non può essere trattato come un
contratto o un progetto. E Alejandro
rimane un coglione».
Isabella era sconvolta. Nessuno le
aveva mai parlato così e mai Edward le aveva sussurrato niente di più…
trascendente. Guardava quel viso sensuale, quegli occhi ardenti e quelle labbra
morbide e perfette. Era certa che se mai avesse provato un orgasmo con un uomo,
sarebbe stato… esattamente in quel momento. Ansimava e non stava fingendo. E
lui le stava solo parlando.
Lo sguardo di Edward le fece capire
che sapeva esattamente quello che stava accadendo e la cosa, invece di
infastidirla, la eccitava ancora di più.
«Tu non sei frigida, Miss Swan. E'
solo che hai incontrato delle teste di cazzo, tutto qui», finalizzò lui
rilassandosi di nuovo sullo schienale della sua sedia, ma senza abbandonare
quel sorriso storto che faceva impazzire Isabella.
La guardò a lungo. Il suo cazzo aveva
raggiunto ormai delle dimensioni imbarazzanti, ma in quel momento Edward non
aveva solo voglia di scoparla, come al solito.
Voleva farla venire.
«Toccati», le sussurrò.
«Cosa?!», ansimò lei senza voce.
«Toccati. Qui. Adesso».
«No! Io… no! Non posso, non qui!»,
cercò di sussurrare, ma sembrava un anatra strozzata persino alle sue stesse
orecchie.
«Tu vuoi farlo, vero, Isabella?»,
incalzò senza mai spezzare l'incredibile dialogo che i loro occhi sembravano
avere sin dall'inizio di quell'assurda conversazione.
Lei rispose a fatica, ma capitolò.
«Sì».
«Toccati».
«Oh, Dio… Edward… smettila…».
«Hai paura?»
«Se vuoi proprio saperlo, sì. Ma non
della gente. Io… io non voglio… e se non accadesse?»
«Tu stai per avere un orgasmo Miss
Swan, e sarà spettacolare. Avvicinati con la sedia al tavolo. Copriti con la
tovaglia. Siamo all'angolo del locale ed è semibuio. Tu sei nascosta da una
colonna e di spalle a chiunque. Nessuno lo noterà, se non io. Dammi la mano
sinistra», le mormorò Edward badando bene di non farle perdere l'eccitazione
che poteva leggere chiaramente in tutto il suo corpo.
Lei obbedì e lui iniziò ad
accarezzarle l'interno del polso con piccoli movimenti circolari del pollice.
«Co… cosa stai facendo? Ahh…».
«Ti sto accarezzando. Non farò molto
di più. Farai tutto da sola, ma non devi smettere di guardarmi, capito
Isabella?»
«No, non smetterò, ma…»
«Cosa? Di cosa hai bisogno, Isabella?»
« Tu non smettere di parlarmi…».
«Ti piace il suono della mia voce?»
«Sì…».
Edward si era accorto con una certa
eccitazione che lei si stava masturbando. Era discreta, ma aveva un clorito
decisamente più roseo del solito, gli occhi lucidi e le pupille dilatate e
sembrava essere incapace di chiudere la bocca, in caccia di tutto l'ossigeno
che potesse aspirare.
«Dimmi cos'altro di piace».
«I tuoi occhi… ardono…».
Era nei guai. Stava facendo questo
per lei, per farle capire quanto non fosse frigida, quanto fosse sexy e quanto
Alejandro fosse un coglione. Ma era davvero nei guai perche si stava eccitando
quanto lei.
«La tua mano… brucia… La tua… bocca…
oh, Dio… sto per… sto per… sto per sentirmi male…».
«No, non stai per sentirti male… Ahh…
lasciati andare… lasciati andare, baby…»
Portò istintivamente la mano di
Isabella alla bocca e iniziò a succhiarle il dito medio con intento,
mordicchiandolo con lieve, precisa pressione.
«Ohh… Diooo…».
Vide irrompere l'orgasmo di Isabella
che strizzò gli occhi e spalancò la bocca in un urlo muto. Il suo corpo tremò
in spasmi repentini ed Edward fece lo sforzo più grande della sua vita per
domarsi. Godeva nel vederla così. Era magnifica e non si era affatto sbagliato
su di lei. E su Alejandro.
Isabella rallentò i suoi movimenti,
cercando riprendere fiato. Continuava a guardare Edward, i suoi occhi socchiusi
in evidente desiderio, le sue labbra che si muovevano come se volesse baciarla,
il respiro corto e tremante. Tutti i suoi sensi erano aumentati
esponenzialmente d'intensità ed erano tutti rivolti a lui.
«Cosa… cosa… mi è successo?», chiese
con un filo di voce ancora in affanno.
Edward si avvicinò a lei ancora
accarezzandole la mano.
«Tu, Miss Swan, hai appena avuto un
ricco, intenso, scandaloso orgasmo», enunciò lui con voce roca.
«Ma… tu…».
«E' stato magnifico vederti così, è
stato intenso», scosse la tessa guardandola intensamente per farle capire cosa
significasse, «Vedere qualcuno eccitarsi
per te… venire in questo modo per te… è la sensazione più intensa che puoi
provare».
«Con- concordo… Io… io vorrei
vederti… così».
«Non riguardava me, riguardava
soltanto te. Te e la tua idea di essere frigida. Oh, Miss Swan, come hai solo
potuto pensare una cosa del genere?»
«Edward… io… credo… che sto per
sveni…».
Le si girarono gli occhi all'indietro
e si accasciò malamente sul tavolino.
«Cazzo!».
*
La mattina dopo, Isabella si svegliò
nel suo letto. Le girava la testa e si sentiva curiosamente appagata.
«Oh, merda», ricordò improvvisamente
gli avvenimenti della sera prima e si sentì veramente male. Era sobria e non
riusciva ad accettare il fatto di essersi lasciata andare così. E, soprattutto,
non sapeva come guardare Edward in faccia.
Entrò in doccia e si preparò
meticolosamente, prendendo tempo, ma non le veniva in mente nessuna strategia
per affrontare quel disastro. Cosa avrebbe pensato di lei Edward? Come si
sarebbe sentito? Ne avrebbe approfittato? Oh sì che ne avrebbe approfittato.
Scese al piano inferiore e si accorse
che lui era in cucina.
«Buongiorno», disse lei con l'aria
più dignitosa che potesse permettersi al momento.
Edward si voltò, la guardò un momento
e si avvicinò a lei.
«Buongiorno, tesoro… dormito bene?», fece per avvicinare la bocca alla sua, ma
lei si irrigidì e lo fermò immediatamente.
«Ti prego, Edward, non fare così.
Niente appellativi e, soprattutto, non tesoro!».
Edward represse un sorriso e si voltò
nuovamente a finire di preparare la colazione.
«Awww,
Miss Swan, ma come? Dopo tutto quello che c'è stato tra noi…?».
«Non c'è stato assolutamente nulla
tra noi. Quello che è accaduto è stato causato dall'eccesso di alcol, niente di
più», enunciò Isabella con finalità, tirandosi giù il maglioncino che indossava
e stirandolo con le mani per liberarlo da pieghe inesistenti.
«Oh, ma come niente? Ti ho succhiato
un dito», Isabella nascose subito la mano sinistra nell'altra, «E tu sei venuta
gloriosamente. Guardandomi la bocca».
«Anche tu eri ubriaco. Devi essertelo
sognato. Ti saresti comportato così, altrimenti?», gli rispose con aria
stizzita.
«Probabilmente no», le rispose
ricacciando indietro quel sorriso che conteneva a stento.
«Ecco. Problema risolto. Che c'è per
colazione?», disse lei riprendendo completamente le redini della faccenda. E
sentendosene anche molto soddisfatta. Soddisfatta per tutto: per aver goduto
come mai nella sua vita, per il fatto che Edward sembrava aver lasciato perdere
e per il fatto che ora tutto era come prima.
Edward le porse un bicchiere di succo
d'arancia e la guardò in modo inequivocabile: non avrebbe mai dimenticato e
avrebbe usato quell'episodio non appena gli fosse tornato utile, ossia solo per
prenderla in giro per stemperare la tensione. Non l'avrebbe mai fatto in
maniera scorretta o per la carriera, non era proprio il tipo. Tutto ciò che era
accaduto tra loro, sarebbe rimasto tra loro, ad esclusivo uso e consumo di un po' di divertimento. E per le notti frustrate di Edward, anche.
*
«Di tutta questa faccenda, questa è
la cosa più assurda in assoluto».
«E' solo un pranzo. Nulla di più. Non
prenderà molto tempo. Ma tu non fare e dire niente, intesi?».
Isabella aveva ordinato a Edward di andare con lei. Si trovavano in auto, diretti
verso Spoons, un paesino minuscolo non troppo distante da Aspen. Lì vi
risiedeva suo padre, ormai in pensione e, come tutti gli anni, Isabella si
recava da lui per la Vigilia di Natale; pranzavano insieme, la cena era fuori
discussione per il fatto che lei detestava guidare di notte su quelle stradine.
Edward non era affatto convinto della saggezza della decisione. Cosa c'entrava
lui con la Vigilia di Natale degli Swan? E perché Isabella aveva insistito
tanto, finendo per obbligarlo?
Giunsero di fronte ad una casa ben
messa, con un giardino non molto curato. Decisamente non si percepiva una
presenza femminile e in qualche modo Edward era convinto che fosse così anche
quando vi abitava Isabella. Non era certo una casalinga, lo aveva dimostrato
quando quella mattina si era seduta al tavolo della cucina, senza chiedere di
aiutare e, terminata la colazione in silenzio, si era semplicemente allontanata per fare le sue cose. Edward l'aveva osservata per tutto il tempo,
gustando enormemente i movimenti semi isterici di lei, di nuovo impettita e
alla ricerca disperata del controllo. Ma era tardi, le aveva visto perderlo
irrimediabilmente e con gran gusto, svenendo per lo sforzo, ed era certo che non sarebbe stata mai più quella di prima,
nonostante il suo impegno a dimenticare l'accaduto.
La porta della casa si aprì e
comparve un uomo bruno, piuttosto muscoloso e con dei gran baffi anni settanta.
«Papà…».
Edward si voltò al tono di Isabella.
Non si aspettava quella nota tenera, quasi commossa. Non l'aveva mai sentita
così.
«Bella. E questo chi è?», rispose
l'uomo in tono brusco.
Edward si accigliò, ma non per come
era stato indicato. Non si aspettava tanta freddezza e provò immediatamente un
senso di fastidio. E di protezione verso di lei.
«Questo è Edward Cullen. Lui è… lui
è…».
«Molto lieto, Capo Swan. Sono Edward, il fidanzato di
Isabella», disse tendendogli una mano sicura.
Isabella si voltò di scatto verso di
lui, ma non fece in tempo a proferire parola.
«Ah. Non mi avevi detto di esserti
fidanzata. Be', era ora. Venite dentro».
Edward era bravo a capire le persone,
era come se potesse leggere nel pensiero e sapeva che Isabella gli riconosceva
questa qualità. Aveva capito che tipo di uomo fosse il padre di Isabella dai
primi istanti e, conoscendo il carattere della sua fidanzata, aveva solo fatto due più due e aveva ricordato una
massima che gli diceva sempre sua nonna: 'Da un albero di mele, non può nascere
una pera'. Se Isabella era così, un po' doveva esserlo anche il padre:
cocciuti, militareschi, e sempre propri in ogni circostanza.
L'interno della casa era piccolo,
maschile e funzionale. Edward notò subito la foto sul camino che ritraeva
un'Isabella adolescente abbracciata a suo padre con la divisa della polizia e
dei vistosi baffi, che evidentemente aveva sempre portato. Isabella sorrideva,
ma lui no e la loro posa era assolutamente rigida.
Oh, 'Bella'… sei più incasinata di quanto tu non voglia ammettere…
Isabella preparava la tavola con
movimenti lenti e precisi. Il pranzo era pronto, fatto dal signor Swan o portato da
qualcuno, Edward non se lo chiese.
«Vieni Calgon. Siediti con me.
Whisky?», ordinò svelto il padre di Isabella.
Calgon. Quasi
non poteva crederci. Quasi. Si voltò a guardare Isabella con una smorfia di
disappunto e la vide reprimere un sorrisetto.
Stronzi. Stronzi padre e figlia.
«Sì, grazie», decise di non
correggerlo.
Il padre lo guardò come se si
aspettasse qualcosa e lui… capì.
«Sì, grazie… Capo Swan», aggiunse
arrendendosi e pensando che davvero padre e figlia erano fatti con lo stampino.
«Da quanto tempo siete fidanzati?»
«Otto mesi, signore», Edward rispose
subito pensando che probabilmente Isabella aveva visto suo padre esattamente un
anno prima, e decise di giocare in sicurezza.
«E quando vi sposate?»
«Oh, non abbiamo ancora deciso,
signore. Pensavamo di dirlo prima a lei, naturalmente».
«Molto bene. Allora sarà il caso che
vi decidiate. Siete già vecchi e io voglio dei nipoti».
«Sissignore. Per i nipoti ci stiamo
già lavorando».
Isabella sembrò non respirare più e
diventò paonazza.
Edward trovò l'intero scambio
surreale e incredibilmente divertente. Questi due erano pazzi, e nonostante la
loro rigidità e complessità erano così semplici da capire.
Isabella strizzò le palpebre
minacciando Edward con un solo sguardo, che lui trovò, come al solito, solo
tanto carino.
«Molto bene. Ma sbrigatevi anche con
la cerimonia. Non voglio che mia figlia si presenti all'altare con la pancia
grossa».
Si sedettero a tavola e Isabella era
più rigida che mai. Però Edward notò un velo di tristezza che non aveva mai visto
in lei e di nuovo sentì il bisogno di proteggerla.
«Bella è stata sposata, te l'aveva
detto questo, Edward?»
«Sissignore».
«Molto bene. Jacob era un bravo
ragazzo. Forte e gran lavoratore. Era un buon partito, ma Isabella non è
stata capace di tenerselo», Capo Swan grugnì con finalità.
Isabella non riusciva ad ingoiare e
Edward si accorse prontamente del suo stato.
«Capo Swan, non credo sia stata colpa
di Isabella-».
«Sciocchezze. Si sa. Quando un
matrimonio finisce è perché la femmina non è in grado di tenere a bada il
maschio», il padre di Isabella disse masticando, senza colpo ferire.
Isabella rimase muta, ma il lieve
tremito delle mani tradì le sue condizioni agli occhi di Edward.
«Signore, io non so cosa sia successo
esattamente tra loro e non voglio saperlo. Questo riguarda Isabella e quella
mer-», si accalorò Edward posando forchetta e coltello ai lati del piatto e
guardandolo con risentimento. Isabella però gli strinse improvvisamente la
mano.
«Lascia stare Edward», mormorò lei ad
occhi bassi.
«Pft! Lo sa anche lei. Mia figlia è
un'incapace. Lo ha sempre saputo. E' ora che lo sappia anche tu».
Edward si avvicinò con il busto fino
a premere il bordo del tavolo, avvicinando più che potè il viso a quello del
padre di Bella, che era seduto di fronte a lui.
«Non le permetto di parlare così.
Isabella è una donna dalle capacità e dalle qualità eccelse. Nel suo lavoro è
la migliore. E' una donna bellissima e passionale come nessuna. Come può
parlare così di sua figlia? Allora è evidente che non la conosce quanto me. E
io l'amo. Signore», aggiunse Edward
digrignando in disprezzo.
Si udì solo il sospiro secco di
Isabella, mentre suo padre ed Edward si guardavano come due lupi sul punto di
attaccarsi. Poi Capo Swan si rilassò e proseguì a mangiare come nulla fosse
accaduto.
«Molto bene. Allora ha trovato l'uomo
giusto per lei. Sposatevi e figliate. E ripresentatevi a me solo quando avrete
tre marmocchi».
*
Durante il viaggio di ritorno, il
silenzio tra Edward e Bella, era
pensante e carico. Entrambi sembravano assorti nei loro pensieri, ma la verità
era che erano perfettamente coscienti della presenza e di ogni minimo alito emesso dall'una o dall'altro.
Arrivati a casa, Isabella, scese
dalla macchina in fretta, sbattendo lo sportello e marciando verso l'ingresso con
furia.
«Isabella», Edward la raggiunse e
l'afferrò per un braccio, facendola voltare forzatamente.
«Non toccarmi. Non toccarmi! Perché
hai detto quelle cose? Come ti è saltato in mente di dirgli che sei il mio
fidanzato e che… e che mi ami?! Come?! Come hai potuto?!», gli urlò in faccia
cercando di divincolarsi.
«Era l'unica cosa da fare! Tuo padre
è uno stronzo, Isabella! Come hai potuto permettergli di trattarti così?! Tu
non sei così!», rispose lui concitatamente.
«Sì che sono così! Io sono così, Edward!
Sono come lui! Sono un'incapace! Sono un'inetta! E per quanto mi sforzi di
essere una donna normale, non ci riesco e non ci riuscirò mai!».
«Perché? Perché hai incontrato un
pezzo di merda che ti ha fatto credere di essere frigida? Perché sei cresciuta
pensando di essere una donnetta da niente? Perché pensi che ti debba sposare e figliare per essere una donna vera?!»
«Io… io… sì! Sì! Io voglio essere
come tutte le altre donne! Voglio essere bella, e sexy, e… voluta!», ribattè
con le lacrime che ormai le scendevano sulle guance.
«Isabella…», Edward la prese tra le
sue braccia, ma lei si divincolò di nuovo.
«No, Edward. Non dovevi dire quelle
cose. Non dovevi dirgli che mi ami! Non è vero! Tu non mi ami! Io non posso
farlo! Non ne sono in grado, lo capisci?!», corse via verso la porta, ma non
riuscì ad aprirla.
Edward la bloccò, premendo il suo
corpo dietro di lei e ingabbiandola sbattendo rumorosamente le mani sulla
porta, ai lati della testa bassa di Isabella.
«Smettila. Smettila di dire tutte
queste stronzate», grugnì, «Quello che ho detto a tuo padre è vero. Tu sei la
donna più calda e appassionata che io abbia mai incontrato. Stimoli la mia
mente. Ecciti il mio corpo. E io mi sono innamorato di te. Mi sono innamorato
di tutta te. Del mio capo, della donna in controllo, della donna che arrossisce
se dice una parolaccia, della donna che riesce ad affascinare un'intera sala
conferenze, della donna che non porta mai gonne troppo corte ma sono comunque
troppo strette e lo sai il perché? Perché non ce la fai a non essere sexy, non
ce la fai ad ingabbiare il tuo vero spirito e non te ne accorgi nemmeno. Lo sai
perché mi sono innamorato di te? Perché sei bellissima, e intelligente, e
spiritosa, e vieni in maniera grandiosa… perché mi fai sentire intero, perché mi
fai accorgere che la storia delle mezze mele è vera… perché siamo fatti l'una
per l'altro».
Isabella si girò, sebbene lo spazio
fra loro fosse praticamente inesistente e lo guardò negli occhi, spalancandoli
e interrogandolo silenziosamente.
«Qual è… qual è la storia delle mezze
mele?», domandò con vocina rotta.
Edward si avvicinò al suo viso
chinandolo un po' di lato.
«Baciami».
«Non… non posso».
«Baciami», le ripetè sfiorandole le
labbra con le sue, facendole sentire quanto lui la volesse, quanto le sue labbra
fremessero per possederla, senza però indulgere in quel desiderio e facendo
accrescere quello di lei.
Isabella si arrese completamente a
quel bacio tanto desiderato, tanto sognato, tanto agognato. Non riusciva a
smettere di succhiarlo, di baciarlo, di cercare la sua lingua. Lo stava
stringendo a sé più che poteva.
Edward sentì dentro di sé un boato,
non dissimile dalle urla da stadio. La sua Isabella si era lasciata travolgere
da quella passione mai morta in lei, e lui sapeva che poteva essere così. Si
sentiva intero davvero. E sentì anche distintamente la consapevolezza che se
succhiava la sua bocca con tale voracità… non voleva nemmeno pensare al suo
cazzo, in quel momento.
«Dimmi che mi vuoi», raspò Edward
nella sua bocca senza smettere di baciarla.
«Ti voglio».
«Dimmi che tu vuoi che io ti voglia.
Dimmelo».
«Non posso…».
Edward la interruppe afferrandola e
strattonandole i capelli per alzarle il viso completamente verso il suo.
«Dimmelo. Ordinami di volerti,
Isabella Swan», le intimò premendo il suo corpo su di lei e sentendo
distintamente il suo respiro alterarsi nell'accorgersi della sua rigida
erezione.
«Io… io voglio che tu mi voglia.
Desidero che tu mi voglia… tantissimo…».
«Ti voglio, Isabella. Ti voglio come
niente al mondo. Ti voglio come ogni uomo dovrebbe volere la sua donna. Voglio
te, tutta te. Ti voglio così come sei. Ti voglio da morire».
Edward riuscì ad aprire la porta e
una volta entrati, afferrò isabella per le cosce, sbattendola bruscamente sulla
porta chiusa, trattenendola con il bacino che non smetteva di muoversi
ritmicamente dove lei lo voleva di più. Era in estasi, comprendendo che il
desiderio di lei era ormai totalmente e irrevocabilmente liberato. Si sentiva
un drogato al culmine dell'ebbrezza nel sapere che tutto questo lei lo sentiva
per lui e per lui solo.
Si strapparono reciprocamente i
vestiti di dosso e la stanza si riempì dei rumori dei loro gesti sconnessi e
dei loro gemiti mal soffocati. La frustrazione per togliere tutti quegli abiti
e quei cazzo di jeans, non aveva fatto altro che accrescere il loro desiderio
ed Edward impalò Isabella lì, sulla porta, con i jeans che le penzolavano da
una gamba e i suoi abbassati alle caviglie. La prese con furia, con frenesia,
con tutta la passione di cui nemmeno lui aveva la coscienza di possedere. Era
lei. La sua passione era lei. Non era dolce, non era tenero e aveva capito
benissimo che Isabella aveva bisogno di questo, di essere presa solo con il
puro, brutale istinto. Aveva bisogno di capire quanto lui la desiderasse e quanto
poco spazio ci fosse a tutto ciò che non avesse dell'animalesco. Isabella aveva
bisogno di liberare la bestia in lei, e bestia era diventato Edward per lei. E
di questo ne stava godendo immensamente.
Represse il suo bisogno di venire,
perché voleva che lo facesse prima lei, voleva fargli finalmente vedere ciò che
le aveva spiegato la sera prima. E lei non si fece attendere.
«Oh, Dio… Edward… Edward… sto per... »
«Sì… dimmi perché, Isabella… dimmi
ora… perché stai per venire…»
«Oh, Madonna… perché… perché… ti sto
guardando… ti sto… se… sentendo… sento che stai per… oh, Gesù... ohhhh…».
«Sì… sì… sto per venire… sto per
venire perché ti sto guardando… venire, Isabella…».
«Ohh… sto per… sto per… sto per
sentirmi male…»
Eccola là.
Isabella stava per venire senza
ritegno, e con lei Edward.
«Anch'io…».
Eh, sì. Anche Edward stavolta pensava
di morire. Morire della più bella e sconvolgente morte possibile. Nonostante
preferisse rimanere in vita, almeno ancora per un po'.
«Sposatevi e figliate».
Si infastidì pensando alle parole del
Capo Swan nel bel mezzo del proprio orgasmo, ma non potè scacciare quel
pensiero.
«Sposami… sposami Isabella…», ansimò
pompandole ancora dentro come un pazzo.
«Ohhh… sto per morire…».
«No… non morirai… vieni amore,
lasciati andare…».
Stavolta Isabella urlò con tutto il
fiato che aveva nei polmoni, e cioè corto, parecchio corto, ma molto acuto.
Le loro bocche ripresero ad
attaccarsi mentre i loro corpi subivano la discesa post orgasmica. E la discesa
fisica anche, perché si trovarono sdraiati sul pavimento senza sapere come.
*
La mattina dopo Edward si svegliò nel
letto di Isabella. Aveva dormito come un sasso, ma non moltissimo dato che
avevano continuato le loro attività passional-esplorative per gran parte della
notte. Edward aveva anche realizzato il suo sogno: aveva sculacciato Isabella e
le aveva anche fatto fare un pompino da manuale. Senza cuscini sotto le
ginocchia. Un po' gli piaceva vederla soffrire, e lei aveva fatto finta di non
voler fare assolutamente nulla di improprio,
questo era il termine che aveva usato lei durante i loro giochini, ma la verità
era che ormai voleva fare tutto e ogni cosa le dava un gran gusto.
Si alzò dal letto, si fece la doccia
e si vestì, volendo cercarla per sapere se… riusciva ancora a camminare. Oh sì,
Edward era un maschio piuttosto orgoglioso di se stesso e gli piaceva il fatto
che la sua ragazza sentisse dolore 'il giorno dopo'. Non molto, quel tanto che
bastava per farle ricordare chi era stato lì e quanto l'aveva voluta.
Sentì dei rumori che non riconobbe e
si diresse al piano di sotto per capire cosa stava accadendo.
Quello che vide gli mozzò il fiato e
gli occhi gli si riempirono di lacrime.
«Masen…».
Il piccolo si voltò alla voce del suo
papà, e così fece anche Esme che lo guardò sorridendo dolcemente.
«Papà!», Masen corse tra le braccia
di Edward, il quale si inginocchiò tremante e lo accolse con tutto l'amore di
cui disponeva. Infinito.
Alzò gli occhi verso sua madre
interrogandola con lo sguardo.
«E' stata Isabella ad organizzare il
viaggio per noi. Guarda», Edward seguì l'indicazione di sua madre e si accorse
che nell'angolo del salotto brillava un albero di Natale completamente
addobbato, con tanti pacchetti alla base, e un trenino in movimento che gli
girava intorno.
«Ma come…».
«Ci ha mandato i biglietti aerei
qualche giorno fa, voleva farti una sorpresa», gli spiegò lei senza abbandonare
quel sorriso così tenero che riservava soltanto per suo figlio e suo nipote.
«Dov'è isabella?», chiese Edward
ancora stupefatto e commosso più di quanto un uomo possa ritenere degno.
Esme si rabbuiò.
«E' dovuta partire. Ha detto che
doveva sistemare delle cose e voleva lasciarci passare il giorno di Natale in
pace… senza fardelli. Ha detto proprio così».
«Cosa? Fardelli. E' da lei. Quanto mi fa incaz… uhm… arrabbiare quando fa
così».
«Edward, sei… tu sei… voi siete…».
«Sì. O almeno così pensavo fino a un
minuto fa», rispose lui in un grugnito.
Esme gli tolse il piccolo Masen dalle
braccia.
«E allora cosa aspetti? Vai e
riprenditela. Dovrebbe essere ancora sulla strada per l'aeroporto. Si è fatta
venire a prendere, se ti sbrighi riesci a batterla sul tempo».
Edward scattò in piedi e corse ad
infilarsi il giaccone.
«Mamma…»
«Sta tranquillo, non ci muoveremo. Riportala qui e falle capire che questo è il suo posto. Con te… e con
noi. Oh, e… Edward? Non correre… troppo».
*
Il piccolo aeroporto era
affollatissimo. Edward correva tra la folla cercando di riconoscere Isabella.
Quando non la trovò, si lanciò davanti a tutta la fila al banco informazioni,
non badando alle proteste della gente dietro di lui.
«Il prossimo volo per New York,
quand'è?», chiese senza tanti preamboli all'impiegata dietro al monitor.
«Signore, la prego. Rispetti la fila»,
rispose questa con fare annoiato.
«Senta, devo solo sapere quando parte
il volo per New York e qual è il gate», ritorse innervosito oltre misura.
Quando la signorina non rispose,
prestando invece attenzione all'uomo direttamente dietro a lui, gli si avvicinò
un'anziana signora.
«Giovanotto, il gate per l'aereo che
va a New York è quello lì», gli indicò una serie di sedie a poca distanza.
«Grazie, signora! Lei è un angelo!
Oh, Buon Natale!», le sorrise già correndo.
Dopo pochi istanti scorse Isabella in
piedi davanti al tabellone luminoso delle partenze.
«Dove credi di andare?», le chiese
alle spalle, ad un centimetro dalla sua schiena.
Isabella si voltò di scatto.
«Edward?! Ma… che fai qui? Non… non
hai visto che a casa c'erano tua madre e tuo figlio?», gli chiese sorpresa e
preoccupata.
«Sì. Li ho visti. E sono ancora
incazzato per tutti i trucchetti che mi continui a tirare. Ma adesso non ho
tempo, avrò modo di punirti più tardi, in camera da letto. Ora ti devo
riportare a casa», le afferrò un polso, ma Isabella si impuntò sul posto. E
lievemente arrossita, probabilmente per la storia della punizione, o questo è
quello che pensò Edward con grande compiacimento.
«Non dire sciocchezze. Volevi passare
il Natale con la tua famiglia, no? Ebbene, ti ho accontentato. Ci vediamo il
ventisette in ufficio alle sette e zero-zero», lo trattò con fare dismissivo.
Edward le mollò il polso e studiò
meticolosamente la donna davanti a sé.
«Non mi freghi, Miss Swan», ghignò
avvicinandosi molto lentamente e invadendo appositamente il suo spazio
respirabile, «Ti conosco ormai e non mi incantano più le tue cerimonie fredde e
distaccate… e lo sai il perché?», le alitò sul viso.
«No?... », sussurrò lei già sull'orlo
della, ormai solita, perdita del controllo in presenza di Edward.
«Perché io so esattamente com'è il
tuo viso quando vieni…», le mormorò a pochi millimetri dalle sue labbra.
«So esattamente come sei quando ti
lasci andare…».
«So esattamente chi sei… e ti amo».
Ad Isabella saltò il respiro.
«Tu hai paura», le disse dandole di
nuovo un po' di spazio.
«Come? No! Certo che no! Lo sai che
non ho paura di niente», ribattè lei debolmente.
«M-hm. Tu hai paura di non… essere
capace… di amarmi, non è così? Quella maledetta paura che ti hanno instillato
tuo padre, il tuo ex marito e Alejandro il coglione".
Su viso di Isabella comparve una
debole smorfia, la stessa che riaffiorava ogni volta che pensava alle sue
incapacità.
«Edward…», cercò di spiegare.
«Dimmi che mi ami».
«Oh, andiamo, non ricominciare con
questi giochetti, ora», cercò di prendere tempo.
«Dimmi che mi ami», ripetè lui
imperterrito.
«Dimmi che mi ami e che vuoi che io
ti ami», si avvicinò a lei, aderì completamente al suo corpo e le prese i polsi
tra le dita, massaggiandoli come le piaceva.
«Oh, no…», si lagnò lei in vista
della capitolazione.
«Oh, sì. Dimmelo. Adesso. Qui».
«Edward, questo non cambia nulla.
Anche se ti dicessi che ti amo, non possiamo fare la coppietta felice.
Lavoriamo nello stesso posto e io sono un tuo diretto superiore, e-».
«M-hm. L'ho visto quanto ti piace…
starmi sopra... ».
«Oh. Ora stai esagerando…».
Ma i suoi occhi erano già pieni delle
immagini della notte appena trascorsa, piene di Edward con il viso in preda al
piacere più sfrenato. Il respiro le si accelerò e percepì distintamente la sua
eccitazione farsi largo sulle sue coulotte di seta.
«Mhhh… proprio così, Miss Swan… ti
stai eccitando… e stai eccitando me… Dimmi che mi vuoi e che mi ami».
«Edward… il lavoro…».
«Mi licenzio».
«Cosa?! No!».
«Sì ».
«Ma è assurdo! Non puoi licenziarti!
Adori il tuo lavoro!».
«Adoro di più te».
«Oh...».
«E troverò un altro lavoro, così non
ci sarà alcun conflitto di interessi. Poi ci sposeremo e faremo un fratellino
per Masen», le sorrise con quel suo sorrisetto… Insomma, il solito, ecco.
«E ora dimmi che mi ami», la sfidò di nuovo.
«E ora dimmi che mi ami», la sfidò di nuovo.
Però questa volta Isabella lo sorprese,
prendendolo per il bavero del giaccone, tirandolo a se e baciandolo con tutta
se stessa.
«Ti voglio…. Ti amo… Portami a casa… E scopami».
Edward non smise di baciarla nemmeno
quando il sorriso gli si allargò impossibilmente. Insieme ad un'altra parte del
suo corpo.
E sapeva che prima o poi, più prima
che poi, le avrebbe fatto dire anche 'Sposami'. Con lo stesso, identico,
stordente procedimento.
Fine
*************************
*************************

Questa è una di quelle storie che quando la leggi vorresti che non finisse mai! E dico solo questa frase per far capire quanto mi è piaciuta. I voti e un ulteriore commento più approfondito li lascerò più avanti dopo averle lette tutte. Bellissima!
RispondiEliminaQuesto commento è stato eliminato dall'autore.
RispondiEliminaBellissima storia! È lunga ma scorre velocemente, non riesci a lasciarla e non annoia, anzi, è divertente e sensuale, Edward è adorabile ('sto ragazzo o è stronzo o è adorabile, non ci sono vie di mezzo :) ) e quando la storia finisce sei contenta per il lieto fine e, allo stesso tempo, dispiaciuta che sia finita. Anche Bella mi piace molto e mi ha aiutato a capire chi sia l'autrice (o almeno credo) scritta veramente bene, mi è piaciuto davvero molto come hai espresso i pensieri di Edward, bella e sensuale la scena al ristorante e le varie parti in cui Bella lascia inconsapevolmente uscire sé stessa.
RispondiEliminaInsomma, complimenti, mi è piaciuta da morire, come tutte le tue!
Grazie mille per averci regalato questa storia è aver finalmente partecipato! (ahahahah! Sperando di aver capito chi sei! :) )
Ultima storia del contest, ma solo perchè stai in mezzo.
RispondiEliminaE' inutile, ti ho riconosciuta :D Quindi ti dico le solite cose: troppo lunga e mi punge vaghezza che avresti voluto andare a parare da un'altra parte. Devi anche imparare a non usare troppo gli stessi termini. La storia mi è piaciuta sicuramente nella misura in cui a te è piaciuto scriverla, ma il finale è troppo affrettato. Come sempre! Ma è bellissima, eh? ;)
-Sparv-
Oh Signore che caldo che sento....
RispondiEliminaio non so dire chi tu sia, avevo un'idea ma era certamente sbagliata dato alcuni indizi che ho messo insieme...però la storia mi è piaciuta molto, moltissimo!
E' frizzante, diversa e mette in luce quelle insicurezze di Bella che spesso e purtroppo caratterizzano noi donne.
Sono felice che lei abbia trovato il modo di far uscire la vera sé stessa e che abbia avuto un Edward così ad aiutarla a farlo.
Il finale a me è piaciuto ...li vedevo lì al gate avvinghiati a parlarsi a pochi centimetri...
Brava, davvero brava!
Alejandro il coglione meriterebbe un premio tutto suo!!!! Ogni volta che viene nominato sono piegata in due dalle risate!!!!
RispondiEliminaDopo tanta dolcezza un po' di sane risate non guastano, è davvero molto carina scorrevole e simpatica. Forse il finale un po' affrettato ma nel complesso ottima! Molto molto brava!
Voto 3
Ila Cullen
Sono andata in ordine sparso a leggere le ff questa volta, non ho seguito nessuno schema. L'unica cosa di cui ero convinta è che mi sarei lasciata la tua OS per ultima. Difficile non individuarla tra tutte le altre. Il tuo stile è una firma che è impossibile da imitare. C'è chi ci prova, con scarsi risultati; c'è chi cerca di distinguersi con altre caratteristiche molto apprezzate. Il mix esplosivo, però, ce l'hai solo tu. Ogni tua storia ha quel pizzico di dolcezza che serve alla trama, unito alla "frizzantezza", passatemi il termine, la bomba di divertimento, sarcasmo, durezza ed erotismo che servono a far diventare una semplice storia in una OS memorabile. Ammetto che ti invidio da morire, questa capacità di divertire in poche righe ti appartiene e alle volte vorrei esserne capace io stessa, ma è impossibile ahahahahaahhaha!
RispondiEliminaDetto ciò torniamo alla trama, frizzante, esplosiva e ben articolata. Concordo con qualche recensione sopra: una volta che parti con la lettura vorresti avere pagine infinte da leggere. Ridi, ti diverti e passi il tempo a non sentire la pesantezza di ciò che ti circonda, questo è il tuo genio. E si torna sempre lì! Non so che altro dire, rischio di ripetermi all'infinito. Rendi ogni storia che partecipa al contest LA STORIA del contest. Questo è senza ombra di dubbio un grande pregio, sapersi distinguere. La Shot qui ne ha tutte le caratteristiche: c'è la magia del Natale, il capo stronzo (che questa volta è rappresentato da Bella, ottima idea), le tue battute che fanno scompisciare dalle risate... c'è anche il solito e amatissimo Edward con i suoi commenti e pensieri poco casti che poi si traducono in realtà e che rendono la lettura piccante al punto giusto. Insomma, gran bella storia!
Complimenti, ancora una volta. Mi sono divertita e, questa volta, mi sono innamorata di quel pizzico di dolcezza visto in alcuni punti che ha reso la storia perfetta.
Aly
I miei 3 punti!!!
EliminaAleandro il coglione... vogliamo parlarne? No, lasciamo perdere altrimenti finisce come con la banana mentre la tua storia merita di essere apprezzata in tutto e per tutto.
RispondiEliminaMi è piaciuta, ma tanto. Speravo di non dover ripetere le solite cose, che per una volta avessi cannato e magari ti fosse venuta fuori una cagata micidiale, invece come sempre hai "partorito" una storia fantastica. Che poi, diciamocelo, non è che ci sia tutta sta fantasia e originalità, è proprio il tuo modo di renderla talmente TUA, talmente speciale e coinvolgente che è come se non fosse mai stato scritto niente di neanche lontanamente simile.
Bravissima e bellissima storia.
p.s. la sinossi fa cagare ahahahahahahah
p.p.s. scherzo ovviamente per la sinossi
Ohhhh
RispondiEliminaquesta volta ti sei impegnata veramente eh ma la firma l'hai messa ugualmente ahahahahah
a parte gli scherzi, vedo sempre di più una tua crescita verso il mondo serio delle scrittrici.
questa l'ho veramente trovata diversa da tutte le altre ma fortunatamente ci sei sempre tu.
non so come spiegarmi, perdonami, sei tu ma non sei tu (vuoi vede che ho toppato alla grande) sei tu ma più... scrittrice e il risultato è sempre meraviglioso, niente fuori posto, tutto presente nella giusta dimensione, personaggi sempre più unici che rari, che ti rimangono dentro e ti fanno compagnia, idee originali e ben sviluppate senza eccedere e senza nulla togliere.
Sono le cinque di mattina, sono un pò incartata come le parole ma spero di essere riuscita a farmi capire un pò
Un Bacio e grazie
JB
Ma non si doveva operare nell'anonimato? Va beh...
RispondiEliminaLa tua storia è bellissima, come sempre. Frizzante, divertente, ben scritta, scorrevole, con i personaggi ben delineati. Normalmente la parte comica, se così si può dire, la riservi a Bella... 'sto giro hai lasciato che il gioco lo gestisse Edward... e ne esce una storia piacevolissima.
Grazie per scrivere così... è sempre un'emozione condita da invidia pazzesca per queste Bella che si prendono sempre gli Edward migliori.
A te va il mio 4... ma è stato molto difficile scegliere.
RispondiEliminaHo finito di leggere ora, ma devo scappare... mi serve del tempo per commentare a dovere!!! Quindi a dopo mia cara scrittrice anonima!!!
RispondiEliminaQuesto commento è stato eliminato dall'autore.
RispondiEliminaQuesta è l’ultima storia che ho deciso di leggere perché, diciamolo (!!!), era firmata già dal titolo e sapevo che mi sarei divertita ed emozionata come sempre mi capita con le tue storie. Inutile mentire, lo sai cosa penso della tua fantasia, del modo che hai di tratteggiare i personaggi attraverso pensieri e dialoghi. Lo sai che ogni tuo “Edward” mi fa sangue e che riesco ad identificarmi sempre nelle tue Abbelle. Insomma è inutile negare che io abbia una preferenza senza vergogna per ciò che scrivi ed è per questo che sempre, nessun contest escluso, ho sempre l’impressione che tu debba vincere. Perchè, malgrado anche alcune imprecisioni, ti trovo sempre un passo avanti a tutte. Tutte. Adesso che ho fatto il mio discorso (che potrà fare anche arricciare il naso ad alcune, lo posso capire), vengo alla storia. E nienteeeeee... anche questa volta ho la stessa sensazione di sempre. Storia con trama pensata, divertente, sensuale e al contempo romantica. L’idea di fare di Edward un soggetto sottoposto ad una Bella umorale, ma comunque maschio sano e in controllo della situazione a prescindere... è tanta roba!
RispondiEliminaIsabella nevrotica è uno spasso, tanto che nemmeno riesce ad essere antipatica. Anche perchè sei stata brava a trovare una ragione plausibile per la sua nevrosi e la sua scarsa autostima nelle relazioni.
Lo svolgersi della storia ti tiene incollata fino alla fine. Insomma per me questo è sapere scrivere una one shot. Saper dipingere con chiarezza i personaggi, mettere dentro un po’ di ironia e sensualità, sapere scrivere dialoghi brillanti e intelligenti, avere in mente una bella trama. Credo che tu saresti una sceneggiatrice favolosa!!!
A TE VANNO I MIEI 5 PUNTI!
RispondiEliminaPer te i miei 2 punti.
RispondiEliminaValentina Pattz
Eccomi qua con i punti. Ho faticato un po' a decidere come distribuirli...ma alla fine a te i miei 4 punti.
RispondiEliminaTroppo divertente, mi è piaciuta questa inversione dei ruoli con una Bella rigida e fredda cosa che di solito nelle ff è prerogativa di Edward. Brava, voto 1.
RispondiEliminaVOTO 5
RispondiEliminaPenso di non essere l'unica, ma a me Edward che "insegna" il sesso a Bella mi fa sangue da morire!!! Non so, forse perché è facile identificarsi con la povera fanciulla che non ha mai avuto un orgasmo e a cui Edward mostra un mondo meraviglioso, però... leggevo la parte in cui Edward spiega a Bella quello che rende il sesso una meraviglia ed avevo le vampate!!! Con uno così nemmeno se una ci si impegna riesce a essere frigida!!! Cmq bellissima storia, lunga ma scorrevole, apprezzo molto anche il fatto che hai invertito i ruoli (CEO lei e assistente lui), anche caratterialmente parlando!!! Davvero brava,
RispondiEliminaAleuname
Voto 1.
EliminaAleuname.
VOTO 4
RispondiEliminabrividi, ti dico solo questo.
RispondiEliminabravissima !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! complimentissimi per la storia. L'ho riletta ancora e vorrei non finisse mai questa storia. complimenti.
voto 4
RispondiEliminaVi odio tutte! Sono invidiosa...anche io voglio imparare a riconoscervi dallo stile! Per troppo tempo sono stata un po fuori dai giochi, ma cercherò di non perdemi più un contest!
RispondiEliminaQui c'è veramente poco da dire...Mi è piaciuta in tutto...l'avrei solo preferita INFINITA, senza Atreyu ovviamente! Ho adorato le prese in giro, i vari tentativi di storpiamento del nome, Bella stronza ma fragile e Edward in grado come al solito di tirare fuori il lato più porco di ogni essere vivente!!! Grazie infiniteeeeeeeee
Georgia
VOTO 3
EliminaGeorgia
FANTASTICA, mi ha fatto divertire un sacco e la storia è semplicemente stupenda. Complimenti
RispondiEliminaVOTO 3
Avrei letto questa storia per ore.
RispondiEliminaVOTO 4 (perchè non si possono dare pari merito).