lunedì 21 dicembre 2015

Christmas Eve


Edward, avvocato di successo e affermato, ha perso di vista quali sono i valori e le priorità che dovrebbero riempire la propria vita. Questo gli impedisce di vedere l’amore che ancora, nonostante tutto, ha intorno a sé rischiando con il suo comportamento di perdere tutto per sempre.





Se c’è una cosa che odio è discutere.
Con Bella in modo particolare.
È una perdita inutile di tempo ed energie.
Purtroppo però, da troppo tempo, discutere, è diventata un’asfissiante routine nella mia vita; e se adesso, per la Vigilia di Natale, mi trovo nella sala di attesa del reparto rianimazione del St. Joseph Hospital di Chicago, con tutto quello che ho da fare, è esclusivamente colpa sua.
Non sarei uscito se non mi avesse fatto imbestialire.
Non fraintendetemi tra noi non c’è stata alcuna violenza fisica, almeno per ora, quella verbale invece, è all’ordine del giorno. Proprio a seguito della nostra ennesima furiosa discussione, ho interrotto la telefonata e sono uscito per cercare calmarmi.
Vuole il divorzio.
Non tollera che sia dovuto venire a Chicago la settimana di Natale. Questi viaggi sono all’ordine del giorno per me, ormai dovrebbe averlo capito. Sono il legale di fiducia di uno dei maggiori colossi informatici del Nord America, qualsiasi atto passa dalle mie mani prima di essere discusso: c’è in ballo una grossa acquisizione e non posso permettermi alcun tipo di errore o svista, è fondamentale che esamini con la massima attenzione i documenti che saranno discussi nella prossima Assemblea del Consiglio di Amministrazione di lunedì 28 dicembre.
Il mio tempo è prezioso.
Sono pagato profumatamente per il tempo che dedico ai miei clienti; è solo grazie alle mie parcelle che posso continuare a garantire a lei e a nostra figlia il tenore di vita adeguato alla nostra posizione.
A Bella, però, non sembra interessare. Preferisce polemizzare sul mio stile di vita e sulle poche attenzioni che, secondo il suo parere, dedico alla famiglia.
Lamenta la mia assenza.
Se non sono presente, oggi, lo sarò domani, non vedo che problema ci sia. In fondo cos’è il Natale se non un giorno come un altro, se si lavora la domenica, si può lavorare anche per Natale e per tutte le altre feste. Per farla tacere le ho promesso che prenderò il primo volo per New York appena finita la riunione, non le è bastato.
Il suo scopo è unicamente mettermi i bastoni fra le ruote e irritarmi. Avevo trovato una soluzione perfetta, sarei tornato a casa il ventotto in serata, saremmo stati insieme tutta la giornata successiva in modo da poterci levare il pensiero del “brindisi in famiglia” e festeggiare in un colpo solo, sia il Natale che il nuovo anno. Il trenta sarei partito per Londra, i primi giorni di gennaio, sarò il relatore di un ciclo di conferenze e devo essere riposato, non posso arrivare con l’acqua alla gola; con questo incastro tutti avrebbero avuto la propria soddisfazione, ma a lei non è piaciuto ed ha pensato bene di farsi venire una crisi isterica.
Da tutta questa polemica è scaturita la sua brillante idea della richiesta di divorzio, che altro non è che una stupida picca adolescenziale. Le sue argomentazioni sono senza fondamento, a scuola di nostra figlia fanno recite in continuazione, se non ho potuto vedere quella di Natale, sarò presente per quella di Pasqua, impegni permettendo. In fondo vista una viste tutte, ho assistito a quella che fecero quattro anni fa, non sarà cambiato gran che nella rappresentazione della Natività. Continua ad insistere che mi perderò ancora una volta l’apertura dei regali, so già cosa contengono, mi ha mandato una mail con il resoconto alcuni giorni fa e non fa che ripetermi che mi sto perdendo gli anni più belli di nostra figlia Per interrompere il suo inutile monologo, il cui unico risultato è stato infliggermi un’emicrania martellante, ho chiuso la comunicazione seduta stante, ho spento il telefono e sono uscito a fare due passi.
Senza una meta.
Con solo il desiderio di poter riflettere sulle varie implicazioni delle possibili decisioni che il Consiglio di Amministrazione potrebbe prendere nei prossimi giorni, senza il tormento della sua voce.
La neve che da alcune ore sta cadendo sulla città ha coperto già buona parte dei marciapiedi e delle strade, le previsioni hanno dato, per i prossimi giorni l’allerta meteo, con un po' di fortuna bloccheranno i voli e non avrò il tempo per questo fastidioso scalo a New York, obbligandomi così a partire per Londra direttamente da qua non appena i voli saranno ripristinati.
Guadagnandoci in tempo e denaro.
Visto la polemica estenuante che mi aspetta al rientro a casa sarebbe proprio la soluzione ottimale, almeno avrà il tempo di sbollire la sfuriata.
Mentre ragiono sulla concreta possibilità di non fare nemmeno il brindisi del ventinove, non mi accorgo che l’uomo che cammina a testa bassa verso di me sta per venirmi addosso, fino a quando non ci scontriamo e lui cade a terra. Guardo per una frazione di secondo la scena ed analizzo la situazione: è seduto sul marciapiede, niente sangue, si muove.
Posso quindi proseguire per la mia strada senza perdere altro tempo.
<<Scusi, non ce la faccio, mi può aiutare?>> chiede non appena faccio un passo per allontanarmi.
Mi volto e lo guardo.
È anziano e, a giudicare dall’aspetto, non deve passarsela nemmeno tanto bene. Prima di ritrovarmi con una denuncia per omissione di soccorso l’aiuto ad alzarsi, sperando che tutto finisca lì.
<<Io ti conosco.>> dice guardandomi dritto negli occhi. << Sei Edward, Edward Cullen... Sei un uomo ormai... Che piacere veder...>> inizia a dire, ma una smorfia di dolore gli attraversa il volto e stringendosi il braccio sinistro con l’altra mano si accascia su di me.
Perfetto.
Mancava l’infarto per concludere in bellezza la giornata.
Quando queste giornate di merda prendono il sopravvento, la cosa migliore sarebbe starsene chiusi da qualche parte in solitudine, perché qualsiasi cosa uno faccia la giornata non potrà MAI migliorare. Evidentemente, essendo uscito a fare due passi, c’è ancora qualcosa che mi sfugge in questo dogma fondamentale.
Uno sparuto gruppo di passanti, curiosi, si ferma a guardare la scena e chiama subito il 911. Spero di svincolarmi da questa bega una volta caricato il vecchio sull’ambulanza, ma uno degli spettatori, fa presente al personale di soccorso che l’uomo ha detto di conoscermi, vengo così “gentilmente” invitato ad accompagnarlo all’ospedale.

Sono quasi tre ore che me ne sto seduto nella sala d’attesa del pronto soccorso, aspettando una qualsiasi notizia dell’uomo che mi è svenuto addosso. L’hanno portato in sala operatoria con l’infarto in corso e da quel momento non ho saputo più niente. Non che mi prema particolarmente, non vorrei che però, andandomene ora, il mio nome finisca per qualche fortuita coincidenza, sulla bocca di tutti. Sputtanarsi la reputazione con queste inezie è un attimo; vorrei solo capire perché quello stupido passante si sia sentito in dovere di fare presente che il vecchio mi conosceva; in fondo se il motivo non interessa a me, a lui dovrebbe importare ancora meno; invece no! Alla gente piace farsi in beati cazzi degli altri.
Ed eccomi qua.
Ho pile di documenti da finire di studiare, e devo starmene seduto con le mani in mano; il mio tempo vale denaro. Chi mi rimborsa adesso? Sicuramente non il vecchio in fin di vita.
Completamente preso dai miei pensieri, noto appena l’infermiera che con fare circospetto si avvicina, <<Posso offrirle una tazza di caffè?>> chiede porgendomi un bicchiere fumante dei distributori automatici.
La guardo stranito, da quando in qua le infermiere offrono bevande calde alle persone in sala d’attesa? La squadro un attimo: piccola di statura e corporatura talmente esile da farla sembrare un folletto, capelli neri e corti con due occhi profondi, capaci di scavarti dentro appena li incroci con i tuoi. Un personaggio a dir poco inquietante e certamente fuori dallo standard infermieristico normale ... Forse è una tirocinante ... <<Nessuno dovrebbe passare la Vigilia di Natale in un pronto soccorso, ad attendere da solo.>> aggiunge, forse, percependo il disagio che il suo gesto e il suo sguardo mi stanno provocando. <<Volevo solo scaldarle il cuore ... Natale è anche questo, giusto?>> mi lascia in mano il bicchiere e se ne va senza darmi il tempo di replicare.
Tanto vale berlo, sicuramente ne avrò per tutta la notte.

Passa un’altra ora e inizio a controllare le mail dallo smartphone, cercando di potermi, in qualche modo, portare avanti con il lavoro; attendo conferme importanti ma evidentemente con questa menata del Natale la gente è presa da altre cose, questo comportamento irresponsabile mi irrita oltremisura, possibile non si rendano conto dell’urgenza che ho. Tra un sorso di caffè e l’altro inizio ad avvertire uno strano torpore...

<<Ehi!! Sveglia!! Non ti sembra di aver dormito abbastanza? >> È la voce di Emmett a svegliarmi, cosa ci fa al pronto soccorso di Chicago la notte di Natale? È una vita che non sento più la sua voce. È stato il mio migliore amico, quasi un fratello, fin dall’asilo, poi qualcosa si è rotto.
Da parte sua ovviamente.
Ero il legale della finanziaria con cui suo padre si è indebitato fino all’osso, arrivando a ipotecare l’attività. Quando il mio cliente rilevò la tavola calda del vecchio McCarthy per insolvenza, Emmett mi accusò di non aver fatto nulla per aiutarlo. Anche se avessi sbrigato le pratiche più lentamente, per lui cosa sarebbe cambiato? Con soli tre mesi in più non credo avrebbe certo racimolato la totalità del suo debito; per me, invece, estinguere la pratica nel più breve tempo possibile significava percentuali di profitto più alte, questa sì che era una grossa differenza. Ho sempre considerato Emmett come una persona ragionevole, magari non brillava d’intelligenza, ma non era nemmeno uno sprovveduto; se ci ripenso, mi stupisco ancora della reazione furiosa che ebbe nei miei confronti.
Spalanco gli occhi e me lo trovo davanti con la stessa faccia gioviale di sempre; devo ammettere che il tempo è stato generoso con lui, sono quasi sei anni che non ci frequentiamo più ed è identico.
<<Emmett! Cosa diavolo ci fai al pronto soccorso di ... dove siamo!?>> esclamo realizzando che non siamo più in ospedale.
<<Sapevo che i soldi ti avevano dato alla testa, ma credevo saresti stato in grado di riconoscere la casa dei miei genitori. In fondo ci siamo cresciuti in questo giardino.>>
<<Ma io ero ... come ho fatto ad arrivare qua ... cosa sta succedendo … da quando mi parli di nuovo?>>
<<Calmiamoci subito! Tanto per essere chiari se io fossi veramente me, col cazzo che ti rivolgerei la parola! L’infarto che ha quasi mandato mio padre all’altro mondo ė stato tutto merito tuo! Io sono il frutto della tua coscienza, qualcosa di simile a un ricordo ... vedi di farti piacere questa risposta perché non saprei dartene una migliore! Sono stato rispolverato dai piani alti e mi è stato chiesto di farti fare un giro nei tuoi ricordi, quindi eccoci qua. Tieni bene a mente: guardare e non toccare.>>
Lo guardo imbambolato cercando di dare un senso a quell’assurda spiegazione.
<<Muoviti dai! C’è una festa questa sera a casa McCarthy, vieni a vedere.>> esclama facendomi cenno di avvicinarmi alla finestra della casa che adesso vedo davanti a noi.
In che razza di guaio mi sto cacciando e come diavolo ho fatto a finirci dentro!?
Titubante mi avvicino e come lui osservo dalla finestra.
Guardo dentro e riconosco subito la casa dei suoi genitori, ricordo perfettamente anche la festa: è la Vigilia di Natale del 2003, esattamente dodici anni fa.
<<Ci siamo tutti>> esclamo <<È una vita fa…>>
<<In effetti... >> conferma Emmett <<... proprio una vita fa! Più esattamente quando ancora non eri diventato lo stronzo che sei adesso!>> Mi volto furioso, ma lui continua<< visto chi è seduta sul divano nell’angolo?>>
Torno a guardare e vedo Bella, un brivido mi percorre la schiena, esattamente come dodici anni prima. È bellissima, ha uno splendido abito di velluto blu ed è appena truccata ... lei è bella così, al naturale, lo è sempre stata.
Bella è la cugina di Rosalie, la ragazza, adesso moglie, di Emmett, la conobbi tre mesi prima di quella Vigilia ad un barbecue a casa dei futuri suoceri del mio ex amico e persi completamente la testa per lei. Rosalie mi aveva detto che era fidanzata con un certo Jacob, una storia che però, si trascinava per inerzia. Era stata invitata alla tradizionale festa di Natale che Emmett organizzava ogni anno con la squadra di football, sebbene fosse di un paio d’anni più piccola di noi, per darmi una possibilità. Non le ero indifferente, Rose aveva già indagato. Emmett avrebbe distratto Jacob, non era una cosa difficile, bastava parlare di sport, uno qualsiasi, e il gioco era fatto, io avrei avuto campo libero per tutta la serata.
Ricordo che per la tensione che avevo addosso, mi trasformai nel peggiore degli incapaci, cosa piuttosto insolita per me, l’emozione fu però la mia carta vincente perché la conquistai. Da quella sera fummo inseparabili. Nell’estate che seguì, finii in mio master di specializzazione e lei il college, due mesi dopo eravamo sposati. Inutile dire che suo padre non la prese bene, tuttora mi odia. Mi accusa di aver impedito a Bella di terminare il suo percorso di studi con il soggiorno in Europa che aveva sempre sognato, si era laureata in lingue e quell’esperienza all’estero sarebbe stata il fiore all’occhiello del suo curriculum, le sarebbe piaciuto insegnare. Charlie sostiene ancora oggi che abbiamo affrettato i tempi. Io però non ero in grado di vivere senza lei, al solo pensiero di tutti quei mesi lontani andavo completamente fuori di cervello, sapere invece che quando tornavo a casa l’avrei trovata ad aspettarmi, rendeva migliore ogni mia giornata.
<<Mentre adesso non vedi l’ora di liberartene. Dico bene?>> Ferito nell’orgoglio mi volto di scatto pieno di rabbia e pronto a esplodere ma questo non gli impedisce d’ignorarmi continuare a infierire. <<Non fare il finto, l’offeso, questa è solo la realtà dei fatti ... che ne dici di guardare dalla finestra sul retro?>> Neanche sposto i piedi che in un lampo sono davanti alla finestra di quella che, a memoria, avrebbe dovuto essere la camera di Emmett ma che, invece, scopro essere salotto della casa che io e Bella avevamo in affitto a Forks, nulla di che, troppo piccola per i miei standard, un niente confronto alla palazzina che abbiamo adesso a New York. Al tempo però non potevamo permetterci di più. Io lavoravo nello studio legale di mio padre e stavo iniziando a farmi conoscere, Bella insegnava Francese alla scuola media, non navigavamo certo nell’oro.
Osservo la scena in silenzio: sono sdraiato sotto l’albero di Natale nel tentativo di far funzionare le decorazioni luminose, ricordo che quelle serie di luci comprate al discount erano pessime saltava la corrente in continuazione ma Bella si era ostinata che dovessero funzionare perché, quell’anno l’albero doveva essere enorme e stupendo.
Riesco miracolosamente ad accenderle proprio nel momento esatto in cui entra lei con in braccio Emily. Quanto è piccola, quasi non riesco a ricordarla così, vede le luci e il suo viso è pura meraviglia, inizia a battere le manine e le vuole raggiungere ad ogni costo, una visione che riesce a scaldarmi il cuore.
Inutile dire che le decorazioni non durarono più di qualche ora, doveva essere l’albero più bello del mondo ma probabilmente se lo candidavamo per il premio del più disastrato, avremmo vinto di sicuro. Dopo le ripetute cadute cui fu sottoposto, non rimase nemmeno una singola pallina intera, senza contare che a mia figlia piaceva da morire strappare e ciucciare i rami artificiali.
Arrivammo alla fine delle festività con il solo scheletro di quello che un tempo era un rispettabile abete sintetico e qualche luce che ancora timidamente brillava qua e là. Nonostante tutto è rimasto nei miei ricordi come il primo vero Natale della mia famiglia, un momento unico e speciale.
<<Credo fosse il primo Natale di Emily, giusto?>> chiede Emmett.
<<Il secondo. >> risposi secco. <<Era troppo piccola per godersi il primo, decidemmo di fare le cose in grande dall’anno dopo.>>
<<Bene, vedo che ti ricordi ancora qualche dettaglio di tua figlia ...>>
<<Stai esagerando! Vedi di darti una regolata perché ...>>
<<Perché cosa, Edward? Sono solo una proiezione della tua coscienza puoi anche massacrarmi di pugni ma non mi faresti assolutamente nulla e comunque sei tu che le hai piantate da sole la sera di Natale. Davvero complimenti un altro punto per aggiudicarti il premio di Stronzo dell’anno.>>
<<Vorrei ricordarti che non sono in gita di piacere, fra due giorni ho una riunione della massima importanza. Il mio tempo è denaro e il denaro permette loro di vivere bene ed avere tutto.>>
<<Già, scusa, mi ero scordato la tua indole generosa ed altruista. Che ne dici di dare un’occhiata anche alla finestra qua sopra?>> la mia risposta è ovviamente irrilevante perché in una frazione di secondo mi trovo a sbirciare dal vetro di una finestra del primo piano.
Decido seduta stante non indagare su come ho fatto ad arrivare fin quassù e guardo dentro.
<<Vorrei sapere, dove sei stato tutto il pomeriggio?>> grida Bella <<Sono giorni che sei irreperibile!>>
<<Ero in studio, dove credevi che fossi! Come pensi che entrino i soldi in questa casa? Veramente Bella ne ho le palle piene delle tue scenate isteriche ...>>
<<C’era la recita di Natale, Edward! Tua figlia ci teneva. Non ci sei mai, glielo avevi promesso. Quando ha visto che non c’eri, è scoppiata a piangere sul palco ed è scappata di corsa. È andata a letto singhiozzando e non è la prima volta ... il saggio di danza, il pic-nic con la scuola, la sua festa di compleanno, ha quattro anni e vuole il suo papà a festeggiare con lei. Noi abbiamo bisogno di te, non vogliamo soldi, vogliamo solo te. Cosa ti è successo Edward? Non eri così.>>
<<Scusate se cerco di farvi avere una vita migliore!>> rispondo irritato.
<<Se vuoi farci avere una vita migliore, inizia a mantenere le tue promesse, altrimenti non t’impegnare nemmeno.>>
Era il 2012 ... ricordo che stavo riemergendo dal periodo forse più nero della mia vita, dopo il disastro economico che aveva seguito la morte dei miei genitori, mi ero ripromesso che non avrei mai più permesso che l’insicurezza economica fosse una spada di Damocle sulla mia testa e su quella dei miei cari. Mi buttai anima e corpo nel lavoro, ma questo innescò altri problemi.
<<Ammetti quindi di essere uno stronzo?>> chiede una voce che non mi aspetto.
<<Charlie?>> che diavolo ci fa quest’uomo nella mia testa.
Ho rotto definitivamente i ponti con lui quando decisi di trasferirci a New York quasi tre anni fa. Bella non lo nomina quasi mai in mia presenza, so che si sentono ma nulla più. In fondo non mi ha mai potuto soffrire, non può certo pretendere la mia stima o il mio rispetto.
<<Ti ricordi ancora come mi chiamo, mi fa piacere.>> non rispondo. Non voglio dargli la soddisfazione di essere riuscito ad irritarmi.
Charlie non è mai stato gentile né educato, nei miei confronti.
<<Che cosa pretendi ... >> risponde ai miei pensieri inespressi; <<Non mi avete mai ascoltato, vi siete sposati dopo neanche un anno che vi conoscevate, tu hai avuto modo di affermarti nel tuo lavoro ma Bella no. Le hai fatto il lavaggio del cervello ed ha preferito rinunciare ai suoi sogni per te, per essere ripagata con il tuo menefreghismo. E sì, sono il frutto della tua mente, è ovvio che i tuoi pensieri non abbiano segreti per me.>>
Ottimo, davvero una bella notizia.
<<È stata Bella a scegliere! Quante volte dobbiamo ancora tornare su quest’argomento!>> replico iniziando a irritarmi furiosamente.
<<Certo, certo. So perfettamente che non le hai mai imposto nulla ... almeno non in modo diretto ... sono bastate due moine, per farle scattare il senso di colpa e pur di non farti “soffrire la lontananza” ha messo in secondo piano la sua vita. Piano, piano, progressivamente ha smesso anche di insegnare...>>
<<È nata Emily, era complicato gestire lavoro e famiglia! Vorrei ricordarti che non ho fatto mai mancare nulla a nessuna delle due! Abbiamo la fortuna che con il mio reddito possiamo vivere senza problemi. C’è chi venderebbe l’anima al diavolo per avere questa vita!>> sbotto cercando di trattenere la rabbia.
<<Dipende tutto dai punti di vista, non ti pare?>> risponde strafottente <<Quella è la vostra casa a New York, suppongo, sai non ci sono mai stato...>> continua guardando oltre le mie spalle, <<... ma dato che quelle che stanno entrando sono mia figlia e mia nipote immagino…>>
Mi volto di scatto e mi accorgo di essere davanti al portone d’ingresso della nostra palazzina, Bella tiene per mano Emily e dopo aver aperto il portoncino, entrano in casa.
Non c’è una luce alla finestra, nemmeno un addobbo sul portone.
Strano, non era da lei.
Non sono mai mancati gli addobbi in casa nostra ... almeno mi pare ... A Forks sicuramente li metteva ... Charlie si avvicina alle finestre ed io lo seguo.
Vedo Bella seduta sul divano che aiuta Emily a togliersi il cappotto.
<<Perché niente albero mamma?>> chiede la piccola mentre sua madre continua a levarle strati di vestiti.
<<Siamo in partenza tesoro, domani mattina abbiamo l’aereo. Andiamo dal nonno!>> risponde con un sorriso tirato.
Resto basito.
Come? Quando pensano di partire? Non ricordo che avessero in ponte alcun viaggio.
<<È ovvio che tu non lo sappia. Sta accadendo in questo preciso istante Edward. Tu sei a Chicago, loro a New York. Bella ha deciso poco fa.>>
<<TE LO STAI INVENTANDO! BELLA NON MI HA DETTO NULLA DI QUESTO VIAGGIO!! SONO TUTTE CAZZATE!>>
<<Se non sbaglio, avete discusso qualche ora fa. Bella ti ha chiesto il divorzio.>>
<<COSA DIAVOLO NE SAI?? Gliel’hai messa in testa tu questa storia vero?>>
<<Assolutamente no. Ma non nego di essere entusiasta della sua decisione! >> ghigna guardandomi dritto negli occhi.
<<Viene anche papà?>> chiede Emily.
<<No tesoro, papà deve lavorare, andiamo solo noi due...>>
<<Credi che Papà Natale potrà portarmi ciò che gli ho chiesto? Sa, dove abita il nonno?>>
<<Dipende ... ma... sì ... penso di sì. Cosa gli hai chiesto?>>
<<Voglio papà. Ho chiesto a Papà Natale di far tornare a casa papà più spesso ... è tanto che non sta con noi.>>
Se in questo momento mi avessero pugnalato in pieno petto, avrei sentito meno dolore che trovarmi ad ascoltare quelle parole.
Bella la stringe in un abbraccio e inizia a singhiozzare.
<<Spero ti esaudisca tesoro... ma sai ogni tanto ... può capitare ... che anche Papà Natale sbagli.>>
<<Papà Natale non sbaglia mai!>> ribatte decisa mia figlia.
Qualcosa si frantuma dentro me.
Non l’ho mai vista piangere, sono dodici anni che stiamo insieme, l’ho vista felice, arrabbiata, triste, furiosa e avvilita ma mai in lacrime ... sta piangendo a causa mia ... è una sensazione orribile.
<<Non è la prima volta.>> sentenzia freddo Charlie senza staccare gli occhi dalla figlia. <<Basta guardarla per vedere che non è lei. Sempre nervosa, tirata. Non c’è niente che ricordi la ragazza solare che era. Già, scusa ... dimenticavo che non sei mai in casa per rendertene conto.>>
Per la prima volta nella mia vita non riesco a rispondere.

<<Purtroppo le conseguenze saranno ancora più dolorose ...>> sussurra una voce alle mie spalle, e per un attimo desidero tornare bambino. È dura ammetterlo con me stesso ma mi è mancata in questi anni, più di quanto potessi immaginare.
<<Papà!>>
<<Mi duole rivederti in queste circostanze, figliolo.>> Mio padre ci aveva lasciati dopo una lunga malattia poco prima che nascesse Emily, la sua morte creò un vuoto enorme nella mia vita e in quella di mia madre, che si lasciò completamente sopraffare dal dolore ricongiungendosi a lui dopo solo un paio d’anni. Al dolore che la loro morte mi procurò, dovetti aggiungere la rabbia profonda per la situazione economica in cui lasciarono. Il principale responsabile di quel disastro fu mio padre, nemmeno mia madre era al corrente dell’enormità di debiti che il marito aveva contratto e che piombarono inesorabilmente sulle mie spalle. La loro vita era stata, tutto sommato, normale. Nessun eccesso, nessuna follia, fino al momento dell’acquisto della casa in campagna che mia madre sognava da una vita.
Il mutuo che contrasse era al limite dello strozzinaggio, gli alti e bassi del mercato finanziario di quel momento fecero il resto. Mia madre, ignara di tutto, continuò la sua vita come se nulla fosse, quasi sicuramente non le aveva detto nulla per non addolorarla, e farla preoccupare; lui invece accendeva sempre nuovi prestiti per coprire quelli già esistenti.
Con la sua morte, il sistema collassò, mia madre non voleva che in alcun modo mettessi le mani nei documenti di mio padre, la sua mente non accettava che il marito le avesse nascosto un tale problema e continuava a dire che tutto si sarebbe sistemato. Da quel poco che ero riuscito a capire, avevo intuito che il danno non era da poco, ma non mi fu concesso in alcun modo di andare a fondo. Quando anche lei ci lasciò, fui letteralmente risucchiato dal vortice di debiti che si era creato e con loro venni trascinato a fondo.
Inutile dire che tutta la mia vita risentì di questa situazione e per fare fronte ai debiti senza rimetterci del nostro io e la mia famiglia affrontammo grossi sacrifici.
Al ricordo di quel disastro la gioia di sentire la sua voce si dissolse all’istante e rabbia e rancore presero il sopravvento, il desiderio di vomitargli addosso tutto quello che avevo dovuto ingoiare per la sua negligenza, stava diventando incontenibile.
<<Devo chiederti scusa.>> dice pacato come suo solito, impedendomi di attaccarlo <<Scusa per averti costretto a farti carico di problemi non tuoi. Scusa per aver innescato in te un cambiamento così profondo da impedirmi quasi di riconoscerti. Il tuo comportamento e il valore che dai a certe cose, negli ultimi anni, non sono certo frutto degli insegnamenti miei e di tua madre. Questo tuo modo di agire e ragionare non ti porterà nulla di buono, Edward.>>
<<Invece lasciare tua moglie, tuo figlio e la sua famiglia nei guai è da gentiluomo, vero?>>
<<Comprendo la tua rabbia. Ho sbagliato e lo so. In quel momento non potei aiutarti, non mi fu concesso il tempo necessario, tutto ciò che posso fare per te, adesso, è cercare di non farti prendere decisioni insensate e di farti tornare ad essere l’uomo del quale ho avuto l’onore di essere il padre.>>
<<Un po' tardi! Non ti pare?>>
<<È una mia responsabilità se sei diventato così cinico e insensibile. Tocca a me mostrarti a cosa può portare tutto questo ... affacciati in quella casa per favore>> e m’indica la finestra illuminata di una villetta di periferia, il giardino è addobbato con luci e ghirlande, ad essere sincero non riconosco il posto, mi sembra familiare ma non ricordo di esserci mai stato.
<<Siamo a Forks la Vigilia di Natale del 2025, nella nuova zona residenziale che stanno realizzando proprio in questi anni.>> risponde alla domanda della mia mente.
Come per le volte precedenti, mi avvicino alla finestra ma questa volta una sensazione di paura inizia a impossessarsi di me.
Per quale motivo siamo tornati a vivere a Forks?
La scena che si presenta davanti ai miei occhi è un classico: salotto addobbato, musiche natalizie in sottofondo, tavola già imbandita per il cenone della Vigilia. Sento dei passi scendere veloci le scale che portano al primo piano, una splendida ragazzina scende a tutta velocità chiamando sua madre. Impiego un attimo a riconoscere mia figlia, la copia esatta di Bella solo con i miei colori.
Bella si affaccia dalla porta in fondo alla stanza, che suppongo, essere quella della cucina, la segue a ruota un bambino, avrà circa quattro anni.
Avremo un altro figlio! Che cosa potrà mai esserci di così terribile?!
<<Non trarre conclusioni affrettate ...>> mi gela mio padre.
<<Jake, puoi giocare con Paul? Emily ha bisogno di un consulto per la scelta del vestito per stasera.>>
Jacob?!?
Lo vedo entrare in salotto, prende in braccio il bambino, che solo in quel momento noto essere il suo clone solo più piccolo, bacia Bella sulla bocca e si mette a giocare con il figlio.
Incredulo e terrorizzato mi paralizzo.
Le immagini di quella serata mi scorrono davanti agli occhi ma non riesco a fissarle con chiarezza nella mente, il mio cervello registra solamente che MIA moglie è tornata insieme al suo ex e che anche MIA figlia sembra volergli davvero bene.
Sembrano felici.
Sono una famiglia.
Una telefonata interrompe la cena, Bella risponde.
Mente ascolta il suo interlocutore, il volto non tradisce nessuna emozione, evidentemente non è niente di rilevante.
Forse il solito call-center.
Ringrazia e chiude la telefonata.
<<Chi era tesoro?>> chiede Jacob.
<<Il Boston Medical Center.>> il silenzio cala nella stanza <<Sembra che Edward abbia avuto un incidente stradale. Hanno chiamato per avvertire Emily. In fondo è l’unico familiare diretto che ha. Non sanno se supererà la notte.>> riporta i fatti fredda e completamente distaccata, se leggesse l’elenco della spesa ci avrebbe messo più passione.
Inizia mancarmi l’aria.
<<Se vuoi andare a trovarlo partiamo subito.>>chiede a nostra figlia, che risponde senza nemmeno alzare gli occhi. <<Non saprei nemmeno cosa dirgli. Non c’è mai stato per me, sia nel bene che nel male. Sarebbe da ipocriti e basta accorrere al suo capezzale, non credo senta il bisogno di avermi vicino proprio adesso. In fin dei conti mi ha rovinato fin troppi Natali, non gli permetterò di farlo ancora un’altra volta.>> e la cena riprende come se nulla fosse.
Le gambe mi cedono e, per non cadere, devo appoggiarmi al muro davanti a me.
<<Mi rammarico di averti dovuto mostrare tutto questo ...>> sussurra lo spirito di mio padre. <<Ognuno di noi raccoglie ciò che semina; ma ricorda: il futuro è in continuo movimento. La più minuscola variazione di oggi può portare a stravolgimenti enormi domani. Sto male al pensiero che in parte sia anche causa mia, ma so che puoi imparare dai tuoi sbagli. Io credo ancora in te...>>
Alzo lo sguardo per cercare nei suoi occhi la rassicurazione che tante volte nella mia infanzia mi aveva aiutato, ma davanti non ho più nessuno. Il buio mi circonda e iniziò a piangere.
Piango come non ho mai fatto prima e scosso dai singhiozzi apro gli occhi, trovandomi nuovamente nella sala di attesa del pronto soccorso di Chicago.

<<Si sente bene?>> chiede un’infermiera, subito la riconosco, è la stessa che la notte precedente mi ha offerto il caffè.
Che razza d’incubo assurdo ho fatto ... il senso di panico che mi ha assalito al momento del mio risveglio non si attenua, eppure è palese sia stato solo un sogno. Il pensiero però che mia moglie e mia figlia mi avrebbero disprezzato al punto di lasciarmi morire solo come un cane mi fa mancare la terra sotto i piedi ... Dio che emicrania pazzesca, questa pazza di un’infermiera mi deve aver drogato.
<<Che cosa ha messo nel caffè che mi ha offerto ieri sera?>> ruggisco furioso all’esserino minuto che ho davanti <<Ho fatto dei sogni orribili, ho un’oppressione sul cuore che non intende cessare, per non parlare dell’emicrania che mi sta martellando senza tregua!>>.
<<Nulla di più che caffè e ... Amore.>> risponde senza scomporsi <<L’uomo che avete accompagnato in ambulanza ieri sera, è stato dimesso.>> La guardo allibito, aveva un infarto in corso, è stato in sala operatoria per almeno quattro ore, com’è possibile che sia stato dimesso. <<Potremmo definirlo miracolo di Natale, non crede?>> mi sta leggendo nel pensiero? Sto ancora sognando? Dio che caos ho nella testa...<<Mi ha chiesto di consegnarle questo.>> e nel più totale disorientamento mi trovo per le mani un pacchetto.
Alzo lo sguardo ed è sparita.
Oh cazzo.
Fisso il pacchetto titubante, infine prendo un profondo respiro e inizio a scartare. Quando mi trovo tra le mani una vecchissima edizione di “Canto di Natale” di Charles Dickens resto senza parole.
La dedica all’interno è ciò che mi turba di più:

“Ricordo benissimo il bambino che eri, la vita ti ha cambiato a tal punto che ieri stentavo a riconoscerti. Tua figlia ha chiesto in dono il padre, non posso certo obbligatori, ma vorrei chiederti di non voltare le spalle a chi ti ama, non smettere di amare, non smettere mai di credere. Non è ancora tutto perduto.
Santa Claus”

Il mio cervello, sebbene incredulo, inizia a mettere insieme, freneticamente, tutti i pezzi: il vecchio ... l’infermiera ... il sogno. La mia vita che è scorsa davanti ai miei occhi ... com’ero e come sono diventato ... mia figlia ha chiesto di avere me come regalo... l««’ho ignorata. Nella mia assurda convinzione di fare il loro è il nostro bene, di non far mancare loro nulla, le ho lasciate sole abbandonate a se stesse ... ho rovinato tutto ... ottenebrato dalla bramosia della stabilità economica e del successo, non ho fatto altro che accumulare, accumulare, perdendo in pratica tutto...Merito tutto il loro disprezzo ...
Le gambe cedono e mi trovo ancora in ginocchio a piangere come un bambino.
<<Ricorda, non tutto è perduto ...>> sussurra qualcuno vicino a me. Alzò lo sguardo ma sono ancora solo.
Non tutto è perduto ... devo credere ... una flebile luce di speranza si accende in un angolo del mio cuore.
Controllo l’ora, sono le sei del mattino.
Ce la posso fare.
Schizzo fuori dal pronto soccorso, mi butto sulla strada e fermo il primo taxi che passa. Destinazione aeroporto, durante lo spostamento in macchina riesco a prenotare un posto sul primo volo per New York.
Tre ore e mezzo dopo sono arrivato.
Appena scendo iniziò a telefonare a ripetizione prima casa poi al cellulare di Bella, il primo numero squilla a vuoto e il secondo è irraggiungibile.
Merda.
Se ne sono andate. Se ancora avessi nutrito qualche dubbio sulla realtà dei fatti della notte appena trascorsa, adesso li avrei dissipati.
Trovo un poliziotto e lo supplicò di aiutarmi, ho bisogno di sapere se mia moglie e mia figlia sono sull’elenco passeggeri di qualche volo per Seattle. Se è vero che sta andando dal padre quella è l’unica destinazione possibile.
Mi guarda scettico, cerco di dargli una spiegazione plausibile e alla fine mi aiuta.
Fa controllare da una hostess di terra e le trova.
Si stanno imbarcando.
Grazie Dio per aver ascoltato le mie suppliche!
Dopo una corsa frenetica nel via vai del traffico aeroportuale arrivo al loro Gate e le vedo, stanno per salire.
Poche persone ancora e sarà il loro turno.
<<BELLAAA!!>> grido nel tentativo di farmi sentire sopra il brusio generale ma non funziona. Continuo a chiamarla e accelero il passo cercando di farmi largo tra la fila di passeggeri in attesa di salire; nel momento in cui consegna i documenti d’imbarco riesco ad afferrarle il polso e finalmente mi vede.
<<PAPÀ!!!>> esclama Emily e un sorriso le illumina il volto.
<<EDWARD!! Ma cosa ... Che cosa fai qui? Cosa ... come sapevi di trovarci qua?>>
<<Ti prego Bella concedimi un minuto ... io ... ho bisogno di parlarti.>>
Senza aggiungere altro si sposta verso le poltroncine d’attesa.
<<Non ho detto a nessuno che saremmo partite, nemmeno mio padre sa nulla delle mie intenzioni, mi hai fatta pedinare? Mi controlli le carte di credito?!>> mi accusa appena ci sediamo.
<<Non ti ho MAI controllata in alcun modo e non intendo farlo ora ...>>
<<In effetti è stupido far controllare qualcuno di cui non ci importa niente, scusa se mi sono permessa di illudermi …>>
<<Basta Bella! Ti chiedo solo di ascoltarmi poi sei libera di andare dove vuoi. Merito la tua rabbia ma ho comunque bisogno che mi ascolti ...>> inizio a raccontarle tutto, dallo scontro con quello strano vecchio, al folle sogno che mi sono trovato a vivere. Il suo sguardo scettico mi scruta come se fossi posseduto da qualche strana entità. Le mostro il libro, forse l’unica prova concreta che non sono preda di pazzia. Con le lacrime agli occhi chiedo scusa a entrambe del mio comportamento, per aver dato per scontato che tutto andasse bene, per aver smesso di considerarci un noi. Bella impietrita, mi fissa con un’espressione indecifrabile.
<<Mi merito tutto il vostro rancore, sappiate che però vi amo immensamente.>> faccio per alzarmi e Bella mi si butta tra le braccia baciandomi con una passione che non mi aspetto. Al suo abbraccio si unisce anche Emily; resto stupito dal calore a dall’amore che emana quest’abbraccio, il peso sul cuore che mi porto dietro fin dal risveglio di questa mattina si scioglie in un attimo.
<<Sapevo che Papà Natale non si poteva essere scordato del mio regalo!>> esclama Emily tra le nostre braccia.
<<Hai ragione tesoro!>> risponde Bella tempestandole il viso di baci.
<<Non bisogna mai smettere di credere. Grazie amore mio.>> Sussurro alla mia piccola stringendola ancor più forte. <<Torniamo a casa adesso.>> dico senza riuscire a staccarmi da loro, <<Abbiamo più di un Natale da recuperare!>>.



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37 commenti:

  1. Storia davvero molto, molto, molto carina. Mi è piaciuta l'idea di questo viaggio tra passato e futuro per mettere un po' di sale in zucca a quel cretino di Edward, perchè diciamocelo, all'inizio è davvero uno da prendere a sberle. Ma proprio per come l'hai descritto, menefreghista, distaccato, freddo... la storia mi è piaciuta particolarmente. Il ritorno a casa è stato molto tenero.
    Complimenti, brava e grazie di aver partecipato.
    Aly

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    1. Scusa se rispondo quasi a Pasqua, ma ho avuto una serie di problemi. Grazie per i complimenti e sono contenta ti sia piaciuta.

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  2. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  3. Classica storia di Natale, sempre bella anche se usata e abusata :)
    Edward odioso, ma vista l'ispirazione è normale, e mi sono piaciuti molto i fatti narrati e la breve comparsa di Alice.
    Storia scritta molto bene, brava.

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    1. Grazie dei complimenti e scusa se rispondo dopo così tanto tempo

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  4. Sì, è vero, ho riconosciuto subito il capolavoro di Dickens e sai che ti dico? E' un capolavoro proprio perchè funziona sempre in tutte le sue varianti! Mi sono commossa e il tuo adattamento mi è piaciuto tanto. Non lo so il perchè, forse perchè un po' credo in Babbo Natale, un po' sono romantica e un po' credo nella bontà delle persone, ma di certo tu hai rivisitato la storia con passione ed è stato bello leggerla.
    Brava!
    -Sparv-

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  5. Il Canto di Natale è una delle storie natalizie che preferisco. Letta e riletta, vista e rivista in TV eppure è vero...ogni volta ha il suo perché è si presta bene a varie rivisitazioni.
    Mi è davvero piaciuta molto la tua idea.Brava e grazie

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    1. Grazie dei complimenti mi fa piacere ti sia piaciuta

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  6. Scusate ho scritto dal cellulare e mi è scappato un accento in più...
    Correggo: ogni volta ha il suo perché e si presta bene a varie rivisitazioni.

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  7. Come sempre la sintesi non è il tuo forte!!!
    Ma nella rivisitazione di questo classico tutto ci sta.
    Brava, complimenti

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  8. Adoro il canto di Natale, non mi stanco mai di leggere le varie rivisitazioni sia scritte che cinematografiche e questa volta non è stato differente. Hai reso benissimo l'Edward/Scrooge, pessimo elemento sino a quando si rende conto che sta perdendo ogni persona che ama nella convinzione che il denaro sia più importante, certo che avrà tempo per recuperare il rapporto con la moglie e la figlia, che la sua famiglia lo aspetterà per sempre.
    Complimenti.

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    1. Grazie del commento, sono contenta ti sia piaciuta. Scusa se ho risposto solo ora ma ho avuto una serie di impedimenti.
      Ancora grazie!!!

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  9. ma che stronzooooooooooooooooooooooooo..... fino al midollo... ma ci sta ^_^
    e anche qui concordo con le altre, hanno già detto tutto... bella rivisitazione con un accenno al Karma che non guasta.
    Complimenti e grazie

    JB

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    1. Grazie a te per il tuo commento!!!! Mi fa piacere ti sia piaciuta e scusami se ti rispondo così tardi

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  10. Wow!!! Hai preso in mano un classico della letteratura inglese e ne hai fatto un gioiellino.
    Mi è piaciuta moltissimo. Ben scritta, scorrevole e piena di sentimenti... si passa dall'egoismo all'amore puro passando attraverso rabbia, risentimento, nostalgia. E tutto descritto con maestria.
    Brava e grazie...

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    1. Addirittura con maestria!!!! Grazie grazie infinite per il tuo commento!!!
      Scusa se rispondo così tardi.

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  11. Quanto mi è piaciuta questa rivisitazione de Il canto di natale. Da morire. Perfetto il ritmo, perfette le descrizioni, il tutto coinvolgente e verosimile. Bravissima. Ho notato alcuni refusi e piccole sviste, ma davvero nulla comparato alla fluidità e alla facilità con cui si legge questo gioiellino per quanto è ben scritto! Grazie di avere partecipato!

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    1. Grazie a te per aver commentato e per i complimenti!
      Scusa se rispondo solo ora

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  12. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  13. Faccio questa premessa a tutte:
    Eccomi qua a votare.
    Ho pensato molto a lungo alla rosa delle 5 che devo scegliere. Ho letto subito tutte le storie non appena pubblicate, ma ho voluto riflettere e far "cucinare" le mie impressioni, per vedere cosa mi restava dentro, cosa mi ha impressionato di più. Devo dire che non solo 5 le storie che mi hanno impressionato, sia in bene che in male, ma riguardo alle preferite ne ho un paio che ho adorato, altre che mi sono piaciute molto e altre meno per vari motivi, e mi dispiace moltissimo non avere più voti a disposizione, ma questa volta va così.
    Le storie che ho amato di più sono quelle che ho apprezzato per idea, linguaggio ed esposizione insieme: ci sono state idee molto carine e modi di presentazione originali e coinvolgenti nella lettura, e ho scelto seguendo ciò che più si confà a me: il "piglio", ciò che mi aggancia sul serio in una storia. Scelgo sempre in questo modo, essendo onesta con me stessa e con chi leggo.

    La tua rivisitazione del Canto di Natale di Dickens, sebbene breve, è intensa e mi è piaciuta moltissimo. Non posso dire di aver amato alla follia questo Edward perchè è un personaggio che in fondo è colpevolee quel "Basta Bella!" alla fine della storia quando già si è ravveduto mi ha scioccata un po', ma la storia che hai dipinto ha il suo perchè così come lo hanno i personaggi di contorno e ti è venuta bene. Non è facile trasporre un racconto tanto famoso e soprattutto renderlo breve ed efficace. Complimenti!

    2 PUNTI

    -Sparv-

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    1. Ciao carissima !!! Per prima cosa scusa se rispondo solo ora ( non ti elenco i vari casini di questo periodo...) mi fa piacere ti sia piaciuta e grazie per entrambe i commenti, sono davvero due punti preziosi se li dá una delle migliori scrittrici del gruppo!!! Mi sono divertita tantissimo a partecipare e spero di riuscire a replicare presto!!! Grazie ancora

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  14. Storia ben scritta e sviluppata, ma con poca fantasia. Ti do 3 punti.

    Valentina Pattz

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  15. Mi è piaciuta, è adorabile. Voto 2.

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  16. Questa storia mi ha sorpreso, soprattutto per come si presenta all'inizio il personaggio di Edward: sembra impossibile che un uomo così meschino abbia nel suo profondo qualcosa di salvabile. Quindi è bellissimo vedere a poco a poco cadere i suoi muri, vederlo ritornare l'uomo fragile che ha sempre nascosto di essere. Complimenti,
    Aleuname.

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    1. Scusa se rispondo solo ora, grazie infinite per la tua recensione

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  17. Edward insensibile, squalo negli affari, indifferente alle persone che lo circondano: sembra quasi un'eresia. C'è di buono che riesci a trovare una ragione plausibile e umana per il ghiaccio che gli circonda il cuore, la paura, provata alla morte dei genitori, di perdere qualunque sicurezza economica e di trovarsi in serissime difficoltà senza poter proteggere la sua famiglia. Piccione: alla fine rischiava di perdere tutto ciò che di più importante aveva. Storia garbata, gratificante, con messaggio positivo incorporato, anche se i caratteri dei personaggi (direbbe la mia mamma) sono tagliati col "fulciot".

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    1. Scusa se ti rispondo solo ora, grazie per il tuo commento è il tuo consiglio!

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  18. La storia merita secondo me, non ho visto errori o cose del genere ma solo un appunto: non usare <<>> per fare o caporali. usa i caporali veri e propri quindi questi: «» che vai meglio ^_^

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    1. Grazie per il tuo commento e per i complimenti!!! Scusa se rispondo solo ora, hai ragione i caporali sono molto meglio, il problema è che scrivo la FF sul cellulare la sera e nel programma che uso non riesco a metterli ( le app gratuite sono una schifezza ...) ma ti do ragione al 100%

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  19. Bellissima. Devo dirti la verità, mi sono commossa. Amo "Canto di Natale" di Dickens e amo questo genere di storie natalizie in cui Santa Clause fa magie, in cui bisogna credere e soprattutto in cui emerge il vero (o meglio quello che è per me) significato del natale. Fantastica, ti faccio davvero tantissimi complimenti.
    VOTO 1

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    1. Grazie per il commento e i complimenti! Mi fa davvero piacere ti sia piaciuta così tanto, scusami se rispondo solo ora

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  20. Bellissima variazione de Il Canto di Natale. Complimenti! L'ho letta con vero piacere.

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