Non
avresti mai pensato di essere così forte come quel giorno in cui abbracciasti
tuo padre così stretto da prendersi un po’ del suo dolore. Non avresti mai
immaginato che tutte le grida contro tua madre, un giorno, diventassero un
rimorso. Non avresti mai pensato che una sola parola potesse sconvolgere il tuo
mondo, capovolgerlo e metterlo sottosopra, tanto che neppure la magia del
Natale riesce a darti sollievo in quei momenti.
Nota: La
storia non ha pretese morali, né professionali.
Natale 2012
“Renesme, tesoro, vieni
qui!” Mia madre mi chiama dal fondo della scala a gran voce.
Sbuffando lascio cadere la mia matita da disegno sulla scrivania e avviso le mie amiche in chat che mi assenterò per qualche minuto, poi con passo pesante e svogliato scendo le scale.
Mio padre è seduto sulla poltrona, lo sguardo afflitto e concentrato sul tappeto ai suoi piedi, sulle sue ginocchia è seduta mia madre. Indossa un abitino in maglia color grafite e un paio di stivali neri al ginocchio, è sempre così semplice ma bellissima che non dubito del motivo per cui mio padre si sia innamorato di lei. Mia sorella Rosalie, di diciassette anni, e mio fratello Emmett, di dodici, sono entrambi seduti composti sul divano; lei continua a mandare messaggini con il suo smartphone, lui se ne sta a braccia incrociate e con il viso corrucciato, probabilmente l’hanno allontanato dal suo videogame. Stranamente l’albero di Natale ha le luci spente, la televisione è in modalità silenziosa e nessuna orribile canzoncina di Natale risuona allegra nell’aria. È un salotto angosciante, freddo, irriconoscibile; se non sapessi con certezza di essere a casa mia, avrei dei seri dubbi.
“Tesoro, siediti.” Avere ancora degli ordini da parte dei miei genitori è imbarazzante, nonostante io abbia ormai ventitré anni sentono ancora il diritto di darmi dei comandi. Scendi. Siediti. Mangia. Non fare tardi.
Alle volte li odio. Mia madre è la più rigorosa, la più fiscale, quella che tiene in mano le redini delle regole. Mio padre è più permissivo, sempre allegro, quello che dietro le spalle di mamma ti fa l’occhiolino e ti copre le marachelle il più delle volte. È un buon padre. Mia madre, invece, certe volte è così inadatta che rischia seriamente di farsi urlare addosso perché combina qualcosa che non va: sbaglia marca di yogurt, dimentica qualcosa al supermercato, beve un bicchiere di vino di troppo e sbraita al posto di parlare con calma. Tutto sommato, però, è una buona madre.
Prendo posto di fianco a mio fratello, mia madre intreccia le dita insieme a quelle di mio padre che, proprio in questo momento, stacca gli occhi dal tappeto per guardare verso di me. Io e mio padre abbiamo un rapporto profondo, ci diciamo tutto, non ho nessun timore a parlare con lui di qualsiasi cosa, il dialogo è aperto, gli argomenti sono vari e condividiamo la passione del disegno e del baseball. Io e lui ci capiamo con uno sguardo. Mia madre, invece, va d’accordo con Rose, sono entrambe attaccate alla lettura: guai a disturbarle mentre stanno leggendo un buon libro. Proprio perché lo conosco bene, capisco che lo sguardo di mio padre, stasera, è preoccupato; nonostante cerchi di mascherare la sua ansia e l’angoscia, nei suoi occhi è così limpido quello che prova che mi agito.
“Io e papà dobbiamo dirvi una cosa. Non vogliamo però che vi preoccupiate né che questo cambi le cose in casa d’ora in avanti.”
“Vi separate?” Chiede Emmett con il vocione che è cambiato da qualche mese a questa parte. Mamma scuote la testa stringendo ancora di più la mano di papà. Ho capito che ciò che ci devono dire non è facile per nessuno dei due.
“No, tesoro. No.”
“La mamma…” La voce di mio papà è roca, debole, come se stesse per scoppiare a piangere. “La mamma e io non ci lasceremo mai. Però…”
“Però sono malata.”
“Malata? Quindi vuol dire che non puoi andare a fare la spesa e che tocca a me e a Renesme?”
“Devo pulire il bagno ancora una volta?” Mi lamento dopo mia sorella.
Mamma guarda mio padre negli occhi e tra loro parlano.
Ho sempre amato il modo in cui comunicano senza parole, chiaro segno di un amore forte nonostante tutti questi anni di matrimonio.
“La mamma è malata. Questa mattina il medico le ha detto che ha… ha un tumore al seno.”
Li guardo sbalorditi, come se ci avessero fatto uno scherzo di cattivo gusto. Tutto il resto del discorso è un ciarlare lontano dalla mia testa, come se parlassero fuori da casa e i rumori arrivassero attutiti. Tumore.
“Con il medico abbiamo stabilito una serie di esami che dovrò iniziare a fare da domani, poi valuteranno se operare aggressivamente o limitarsi a tirare via il nodulo.”
“Cosa vuol dire?” Mio fratello espone le domande la posto mio, per fortuna.
“Significa che se gli esami sono negativi, il nodulo è un tumore non cattivo, che ci si può limitare a tirare via. Se…” Mia madre si ferma e chiude gli occhi un secondo, mio padre però è più veloce a prendere la parola.
“Se gli esami risultano positivi, l’operazione sarà più lunga e dovrà togliere il seno. Fare un ciclo di chemioterapia e verificare che non ci siano altre cellule malate sparse per il corpo.”
“Ti toglieranno il seno?”
“No Rose, non è detto. È l’ipotesi in cui…”
“Ho capito. Ma se dovesse andare male… la mamma sarebbe senza un seno! Diventerebbe…brutta?”
Mamma chiude gli occhi, appoggia la schiena al petto di papà che la circonda immediatamente, baciandole la testa.
“La mamma non sarà mai brutta. Il seno potrà essere ricostruito tramite una plastica quando sarà completamente guarita. Fino a quel momento avrà solo la cicatrice di una guerriera.”
Sono chiusa nel mio mutismo ad osservare la mia vita cambiare. Tumore.
Che sia benigno o maligno, perché questo vogliono dire, mia madre ha un estraneo nel suo corpo, un nodulo che le cambierà la vita, per sempre. Tumore. È così brutta questa parola che anche se non conoscessi il significato mi farebbe paura.
Tumore. Cancro. Al seno. Guardo negli occhi mia madre, sono arrossati e umidi, le guance più rosse del solito e indossa un maglione in più. Lei, così solitamente calorosa, ora sente freddo. Quel freddo impossibile da mandare via, quel freddo che ti penetra nelle ossa, che niente e nessuno te lo toglie. È la consapevolezza di essere malati, di dover attendere, di dover confrontarsi con qualcosa di più grande, inconsueto, agghiacciante.
Tumore.
Freddo.
Paura.
Mio padre la circonda come una coperta, cerca di trasmetterle un po’ di quel calore che, fino a poco tempo fa, riusciva a farla stare bene. Le loro dita sono ancora intrecciate, lei poggia ancora sul suo petto, lui la protegge come sa fare meglio.
Sono certa che se potesse salvarla, ora, lo farebbe. Sono certa che se potesse strapparle a morsi quel dannato cancro, lo farebbe. Sono sicura che se fosse da solo, in questa stanza, piangerebbe e si dispererebbe come mai prima. È un uomo forte, mio padre, ma ci ha sempre tenuti al sicuro. Tutti. Ha sempre protetto noi figli come se avesse dovuto proteggere la propria vita e si è sempre preso cura di mia madre come se fosse una parte di sé. Ho adorato questa parte di lui fin da quando ne ho memoria, e continuo ad amarla.
“Vuol dire che puoi morire, mamma?” Emmett balbetta queste parole con voce tenue, sembra neanche appartenere a lui, è così diverso dal tono di poco prima.
“Emm, tesoro, farò tutti gli esami che il medico mi ordinerà, le cure che l’oncologo mi prescriverà… farò tutto quello che i dottori stabiliranno da qui in avanti. Non mollerò.”
“Non hai risposto però…”
“Rose, non sappiamo ancora di cosa si tratta precisamente. Non sappiamo quanto sia aggressivo, quanto sia radicato… non abbiamo ancora una chiara idea di cosa sia, di come agire. Da domani inizieremo con gli esami e poi… sapremo con certezza.”
“E allora perché ce lo avete detto adesso?” Sbotto quasi arrabbiata. Mia madre e mio padre mi fissano sconvolti. Non ho detto nulla da quando sono arrivata, l’unica cosa che ho tirato fuori è un’accusa bella e buona. Sono l’adulta tra i miei fratelli e mi comporto come una bambina. Ma non sono io a parlare, è la paura, quella maledetta che mi attanaglia lo stomaco da quando ho posato gli occhi in quelli di mio padre.
“Perché abbiamo pensato che doveste saperlo, non vogliamo arrivare un giorno e darvi una notizia peggiore di questa senza avervi preparati. Potrebbe andare tutto bene… o potrebbe esserci qualcosa di peggio di quello che vi stiamo dicendo. Siete tutti e tre grandi abbastanza per capire.”
Mi guardo attorno e solo adesso noto che sul camino sono già state attaccate le calze, sul marmo del camino sono apparse delle fotografie che prima non c’erano e il salotto sembra più vivo, più accogliente se non fosse per la freddezza generale che si avverte stasera. È come se perfino il mio salone parlasse di un limbo, di una strana sensazione.
È così strano trovarsi a metà. Sospesi fra il sapere e il non sapere, l’incertezza e la certezza, la paura e la convinzione che andrà tutto bene… deve andare tutto bene. Sono spaccata a metà. Proprio come il nostro salotto: freddo da una parte e più accogliente dall’altra. Ho freddo anche io adesso, vorrei che l’abbraccio di mio padre potesse raggiungermi, consolarmi, calmarmi e rassicurarmi. Quando volto lo sguardo verso la poltrona, però, mi rendo conto che è impossibile. Mia madre si è fusa con il petto di mio padre, le loro dita sono una ragnatela fitta e indistricabile. Le loro teste sono vicine. La bocca di mio padre sulla tempia di mia madre. È un immagine che mi rimarrà in testa, e nel cuore, per sempre.
Se penso a quante volte ho dato per scontato un abbraccio simile tra loro. Se penso che ho sempre odiato trovarli a baciarsi sul bancone della cucina, o stretti abbracciati a guardare un film. Se penso a quante volte li ho presi in giro perché si lanciavano dei calcetti sotto al tavolo, solo per rendere partecipe l’altro della propria presenza.
“Da domani cambierà tutto, quindi?”
“Sì, io accompagnerò la mamma a fare tutti gli esami che servono e tu, Renesme, sei responsabile dei tuoi fratelli. Sei l’adulta dei tre e ci aspettiamo un grosso aiuto da parte tua.” Annuisco, consapevole che responsabilità significa preparare loro da mangiare, fare qualche lavatrice e occuparmi delle faccende di casa, come quando andavano a fare qualche viaggio.
Ancora intontiti dalla notizia che abbiamo ricevuto ci alziamo e ci disperdiamo. Emmett raggiunge camera sua di corsa, Rose lo segue a passo cadenzato, io mi alzo lentamente dal divano e salgo di sopra come se mi trovassi in una dimensione particolare, dove non sono io la padrona del mio corpo, dove la mente è completamente staccata dal corpo, preferendo invece viaggiare per i cavoli propri. Mi fermo prima di arrivare sul corridoio, mancano ancora quattro scalini e riesco a vedere il salotto e a sentire ciò che i miei si dicono.
“Come pensi che l’abbiano presa?”
“Sembra che abbiano capito. Emmett è quello che mi preoccupa di più.” Dice mia madre.
“No, no. È Renesme quella a cui dobbiamo fare attenzione. Si è sempre dimostrata forte in questi anni, tenace, determinata, solitaria e menefreghista… ma sono certo che dentro di lei rimuginerà e starà peggio degli altri. Emmett dalla sua ha che è ancora piccolo per capire fino in fondo cosa tutto ciò implica. Renesme sarà catapultata in mezzo alla forza di un ciclone e… mi preoccupa.”
“Vuoi andare a parlarci?”
“Più tardi. Sono sicuro che avrà bisogno di parlare. Ora però voglio solo tenerti tra le braccia.”
“Chissà se farà male?”
“Non importa amore, ci sarò io a tenerti la mano, sempre.”
“Ho sempre più freddo Edward.” Mormora mia madre a bassa voce. È la paura mamma, vorrei dirle.
“Lo so, ma ti scaldo io. Puoi stringerti nel mio abbraccio quando e quanto vuoi.”
“Secondo te…” Mia madre si ferma un lungo attimo, poi riprende. “Il prossimo Natale sarò ancora qui con voi a fare l’albero e ad aspettare la mezzanotte?”
“Amore.” La voce di mio padre si incrina e sento un singhiozzo provenire dalla sua gola. Il muro ha ceduto. Scendo un gradino di più, mi siedo, e nel buio delle scale resto ferma e muta ad osservarli. Lui la stringe forte, lei si aggrappa come se fosse la sua ancora. Le lacrime si mischiano le une con le altre mentre si baciano dolcemente.
Un peso mi schiaccia il petto, nello stomaco si forma un enorme vuoto e mi stringo le braccia per evitare di sentire tutto questo freddo.
Sulle guance, mi accorgo troppo tardi, mi stanno scorrendo delle lacrime incontrollate.
“Sarai qui con noi. Non permetterò a niente e a nessuno di portarti via da me, amore. Starai qui, con me. Fra un anno guarderemo il nostro abete, colorato di rosso e dorato, con il tepore del camino a scaldarci e progetteremo una lunga vacanza in montagna. Io e te. Una maratona di sesso selvaggio!” Mia madre ride tra le lacrime e io mi commuovo ancora di più.
Spero, in futuro, di conoscere una persona come mio padre. Spero di innamorarmi, di gioire, di stare con un uomo che mi tiene stretta ed è l’esatta metà di me. Mio padre è come l’uomo perfetto, il principe azzurro che ogni donna vorrebbe, di cui ognuna si potrebbe innamorare.
Sbuffando lascio cadere la mia matita da disegno sulla scrivania e avviso le mie amiche in chat che mi assenterò per qualche minuto, poi con passo pesante e svogliato scendo le scale.
Mio padre è seduto sulla poltrona, lo sguardo afflitto e concentrato sul tappeto ai suoi piedi, sulle sue ginocchia è seduta mia madre. Indossa un abitino in maglia color grafite e un paio di stivali neri al ginocchio, è sempre così semplice ma bellissima che non dubito del motivo per cui mio padre si sia innamorato di lei. Mia sorella Rosalie, di diciassette anni, e mio fratello Emmett, di dodici, sono entrambi seduti composti sul divano; lei continua a mandare messaggini con il suo smartphone, lui se ne sta a braccia incrociate e con il viso corrucciato, probabilmente l’hanno allontanato dal suo videogame. Stranamente l’albero di Natale ha le luci spente, la televisione è in modalità silenziosa e nessuna orribile canzoncina di Natale risuona allegra nell’aria. È un salotto angosciante, freddo, irriconoscibile; se non sapessi con certezza di essere a casa mia, avrei dei seri dubbi.
“Tesoro, siediti.” Avere ancora degli ordini da parte dei miei genitori è imbarazzante, nonostante io abbia ormai ventitré anni sentono ancora il diritto di darmi dei comandi. Scendi. Siediti. Mangia. Non fare tardi.
Alle volte li odio. Mia madre è la più rigorosa, la più fiscale, quella che tiene in mano le redini delle regole. Mio padre è più permissivo, sempre allegro, quello che dietro le spalle di mamma ti fa l’occhiolino e ti copre le marachelle il più delle volte. È un buon padre. Mia madre, invece, certe volte è così inadatta che rischia seriamente di farsi urlare addosso perché combina qualcosa che non va: sbaglia marca di yogurt, dimentica qualcosa al supermercato, beve un bicchiere di vino di troppo e sbraita al posto di parlare con calma. Tutto sommato, però, è una buona madre.
Prendo posto di fianco a mio fratello, mia madre intreccia le dita insieme a quelle di mio padre che, proprio in questo momento, stacca gli occhi dal tappeto per guardare verso di me. Io e mio padre abbiamo un rapporto profondo, ci diciamo tutto, non ho nessun timore a parlare con lui di qualsiasi cosa, il dialogo è aperto, gli argomenti sono vari e condividiamo la passione del disegno e del baseball. Io e lui ci capiamo con uno sguardo. Mia madre, invece, va d’accordo con Rose, sono entrambe attaccate alla lettura: guai a disturbarle mentre stanno leggendo un buon libro. Proprio perché lo conosco bene, capisco che lo sguardo di mio padre, stasera, è preoccupato; nonostante cerchi di mascherare la sua ansia e l’angoscia, nei suoi occhi è così limpido quello che prova che mi agito.
“Io e papà dobbiamo dirvi una cosa. Non vogliamo però che vi preoccupiate né che questo cambi le cose in casa d’ora in avanti.”
“Vi separate?” Chiede Emmett con il vocione che è cambiato da qualche mese a questa parte. Mamma scuote la testa stringendo ancora di più la mano di papà. Ho capito che ciò che ci devono dire non è facile per nessuno dei due.
“No, tesoro. No.”
“La mamma…” La voce di mio papà è roca, debole, come se stesse per scoppiare a piangere. “La mamma e io non ci lasceremo mai. Però…”
“Però sono malata.”
“Malata? Quindi vuol dire che non puoi andare a fare la spesa e che tocca a me e a Renesme?”
“Devo pulire il bagno ancora una volta?” Mi lamento dopo mia sorella.
Mamma guarda mio padre negli occhi e tra loro parlano.
Ho sempre amato il modo in cui comunicano senza parole, chiaro segno di un amore forte nonostante tutti questi anni di matrimonio.
“La mamma è malata. Questa mattina il medico le ha detto che ha… ha un tumore al seno.”
Li guardo sbalorditi, come se ci avessero fatto uno scherzo di cattivo gusto. Tutto il resto del discorso è un ciarlare lontano dalla mia testa, come se parlassero fuori da casa e i rumori arrivassero attutiti. Tumore.
“Con il medico abbiamo stabilito una serie di esami che dovrò iniziare a fare da domani, poi valuteranno se operare aggressivamente o limitarsi a tirare via il nodulo.”
“Cosa vuol dire?” Mio fratello espone le domande la posto mio, per fortuna.
“Significa che se gli esami sono negativi, il nodulo è un tumore non cattivo, che ci si può limitare a tirare via. Se…” Mia madre si ferma e chiude gli occhi un secondo, mio padre però è più veloce a prendere la parola.
“Se gli esami risultano positivi, l’operazione sarà più lunga e dovrà togliere il seno. Fare un ciclo di chemioterapia e verificare che non ci siano altre cellule malate sparse per il corpo.”
“Ti toglieranno il seno?”
“No Rose, non è detto. È l’ipotesi in cui…”
“Ho capito. Ma se dovesse andare male… la mamma sarebbe senza un seno! Diventerebbe…brutta?”
Mamma chiude gli occhi, appoggia la schiena al petto di papà che la circonda immediatamente, baciandole la testa.
“La mamma non sarà mai brutta. Il seno potrà essere ricostruito tramite una plastica quando sarà completamente guarita. Fino a quel momento avrà solo la cicatrice di una guerriera.”
Sono chiusa nel mio mutismo ad osservare la mia vita cambiare. Tumore.
Che sia benigno o maligno, perché questo vogliono dire, mia madre ha un estraneo nel suo corpo, un nodulo che le cambierà la vita, per sempre. Tumore. È così brutta questa parola che anche se non conoscessi il significato mi farebbe paura.
Tumore. Cancro. Al seno. Guardo negli occhi mia madre, sono arrossati e umidi, le guance più rosse del solito e indossa un maglione in più. Lei, così solitamente calorosa, ora sente freddo. Quel freddo impossibile da mandare via, quel freddo che ti penetra nelle ossa, che niente e nessuno te lo toglie. È la consapevolezza di essere malati, di dover attendere, di dover confrontarsi con qualcosa di più grande, inconsueto, agghiacciante.
Tumore.
Freddo.
Paura.
Mio padre la circonda come una coperta, cerca di trasmetterle un po’ di quel calore che, fino a poco tempo fa, riusciva a farla stare bene. Le loro dita sono ancora intrecciate, lei poggia ancora sul suo petto, lui la protegge come sa fare meglio.
Sono certa che se potesse salvarla, ora, lo farebbe. Sono certa che se potesse strapparle a morsi quel dannato cancro, lo farebbe. Sono sicura che se fosse da solo, in questa stanza, piangerebbe e si dispererebbe come mai prima. È un uomo forte, mio padre, ma ci ha sempre tenuti al sicuro. Tutti. Ha sempre protetto noi figli come se avesse dovuto proteggere la propria vita e si è sempre preso cura di mia madre come se fosse una parte di sé. Ho adorato questa parte di lui fin da quando ne ho memoria, e continuo ad amarla.
“Vuol dire che puoi morire, mamma?” Emmett balbetta queste parole con voce tenue, sembra neanche appartenere a lui, è così diverso dal tono di poco prima.
“Emm, tesoro, farò tutti gli esami che il medico mi ordinerà, le cure che l’oncologo mi prescriverà… farò tutto quello che i dottori stabiliranno da qui in avanti. Non mollerò.”
“Non hai risposto però…”
“Rose, non sappiamo ancora di cosa si tratta precisamente. Non sappiamo quanto sia aggressivo, quanto sia radicato… non abbiamo ancora una chiara idea di cosa sia, di come agire. Da domani inizieremo con gli esami e poi… sapremo con certezza.”
“E allora perché ce lo avete detto adesso?” Sbotto quasi arrabbiata. Mia madre e mio padre mi fissano sconvolti. Non ho detto nulla da quando sono arrivata, l’unica cosa che ho tirato fuori è un’accusa bella e buona. Sono l’adulta tra i miei fratelli e mi comporto come una bambina. Ma non sono io a parlare, è la paura, quella maledetta che mi attanaglia lo stomaco da quando ho posato gli occhi in quelli di mio padre.
“Perché abbiamo pensato che doveste saperlo, non vogliamo arrivare un giorno e darvi una notizia peggiore di questa senza avervi preparati. Potrebbe andare tutto bene… o potrebbe esserci qualcosa di peggio di quello che vi stiamo dicendo. Siete tutti e tre grandi abbastanza per capire.”
Mi guardo attorno e solo adesso noto che sul camino sono già state attaccate le calze, sul marmo del camino sono apparse delle fotografie che prima non c’erano e il salotto sembra più vivo, più accogliente se non fosse per la freddezza generale che si avverte stasera. È come se perfino il mio salone parlasse di un limbo, di una strana sensazione.
È così strano trovarsi a metà. Sospesi fra il sapere e il non sapere, l’incertezza e la certezza, la paura e la convinzione che andrà tutto bene… deve andare tutto bene. Sono spaccata a metà. Proprio come il nostro salotto: freddo da una parte e più accogliente dall’altra. Ho freddo anche io adesso, vorrei che l’abbraccio di mio padre potesse raggiungermi, consolarmi, calmarmi e rassicurarmi. Quando volto lo sguardo verso la poltrona, però, mi rendo conto che è impossibile. Mia madre si è fusa con il petto di mio padre, le loro dita sono una ragnatela fitta e indistricabile. Le loro teste sono vicine. La bocca di mio padre sulla tempia di mia madre. È un immagine che mi rimarrà in testa, e nel cuore, per sempre.
Se penso a quante volte ho dato per scontato un abbraccio simile tra loro. Se penso che ho sempre odiato trovarli a baciarsi sul bancone della cucina, o stretti abbracciati a guardare un film. Se penso a quante volte li ho presi in giro perché si lanciavano dei calcetti sotto al tavolo, solo per rendere partecipe l’altro della propria presenza.
“Da domani cambierà tutto, quindi?”
“Sì, io accompagnerò la mamma a fare tutti gli esami che servono e tu, Renesme, sei responsabile dei tuoi fratelli. Sei l’adulta dei tre e ci aspettiamo un grosso aiuto da parte tua.” Annuisco, consapevole che responsabilità significa preparare loro da mangiare, fare qualche lavatrice e occuparmi delle faccende di casa, come quando andavano a fare qualche viaggio.
Ancora intontiti dalla notizia che abbiamo ricevuto ci alziamo e ci disperdiamo. Emmett raggiunge camera sua di corsa, Rose lo segue a passo cadenzato, io mi alzo lentamente dal divano e salgo di sopra come se mi trovassi in una dimensione particolare, dove non sono io la padrona del mio corpo, dove la mente è completamente staccata dal corpo, preferendo invece viaggiare per i cavoli propri. Mi fermo prima di arrivare sul corridoio, mancano ancora quattro scalini e riesco a vedere il salotto e a sentire ciò che i miei si dicono.
“Come pensi che l’abbiano presa?”
“Sembra che abbiano capito. Emmett è quello che mi preoccupa di più.” Dice mia madre.
“No, no. È Renesme quella a cui dobbiamo fare attenzione. Si è sempre dimostrata forte in questi anni, tenace, determinata, solitaria e menefreghista… ma sono certo che dentro di lei rimuginerà e starà peggio degli altri. Emmett dalla sua ha che è ancora piccolo per capire fino in fondo cosa tutto ciò implica. Renesme sarà catapultata in mezzo alla forza di un ciclone e… mi preoccupa.”
“Vuoi andare a parlarci?”
“Più tardi. Sono sicuro che avrà bisogno di parlare. Ora però voglio solo tenerti tra le braccia.”
“Chissà se farà male?”
“Non importa amore, ci sarò io a tenerti la mano, sempre.”
“Ho sempre più freddo Edward.” Mormora mia madre a bassa voce. È la paura mamma, vorrei dirle.
“Lo so, ma ti scaldo io. Puoi stringerti nel mio abbraccio quando e quanto vuoi.”
“Secondo te…” Mia madre si ferma un lungo attimo, poi riprende. “Il prossimo Natale sarò ancora qui con voi a fare l’albero e ad aspettare la mezzanotte?”
“Amore.” La voce di mio padre si incrina e sento un singhiozzo provenire dalla sua gola. Il muro ha ceduto. Scendo un gradino di più, mi siedo, e nel buio delle scale resto ferma e muta ad osservarli. Lui la stringe forte, lei si aggrappa come se fosse la sua ancora. Le lacrime si mischiano le une con le altre mentre si baciano dolcemente.
Un peso mi schiaccia il petto, nello stomaco si forma un enorme vuoto e mi stringo le braccia per evitare di sentire tutto questo freddo.
Sulle guance, mi accorgo troppo tardi, mi stanno scorrendo delle lacrime incontrollate.
“Sarai qui con noi. Non permetterò a niente e a nessuno di portarti via da me, amore. Starai qui, con me. Fra un anno guarderemo il nostro abete, colorato di rosso e dorato, con il tepore del camino a scaldarci e progetteremo una lunga vacanza in montagna. Io e te. Una maratona di sesso selvaggio!” Mia madre ride tra le lacrime e io mi commuovo ancora di più.
Spero, in futuro, di conoscere una persona come mio padre. Spero di innamorarmi, di gioire, di stare con un uomo che mi tiene stretta ed è l’esatta metà di me. Mio padre è come l’uomo perfetto, il principe azzurro che ogni donna vorrebbe, di cui ognuna si potrebbe innamorare.
Da quel giorno le cose sono
cambiate radicalmente.
Mia madre sentiva sempre di più la stanchezza, non riusciva a completare una giornata di lavoro, fare la spesa, cucinare e badare alla pulizia. Ha ridotto le ore in ufficio, ha delegato la spesa al supermercato a mio padre e le pulizie a me e Rose. Si limitava a cucinare, qualcosa di semplice e niente di ricercato, nonostante amasse prepararci piatti meravigliosi ogni sera. Ha sempre detto che cucinare per noi la rilassava, le piaceva; ora è stanca anche per tenere un cucchiaio tra le dita. Stanca ed agitata, perché l’attesa è straziante. Quando è arrivato l’esito degli esami l’hanno condiviso con noi, seduti sempre in salotto, con l’albero di Natale spento e la televisione ammutolita. Il camino a fiamma alta non scaldava abbastanza.
Il responso è stato il primo ostacolo da superare insieme, come una grande famiglia unita. Da quel giorno mia madre si è spenta completamente e mio padre viveva in funzione sua. Le cene sono diventate rare attorno al tavolo, l’albero continuamente spento metteva più tristezza di quanto già ce ne fosse e il camino, costantemente acceso, non scaldava abbastanza. Non era mai abbastanza il calore di casa nostra.
Solo ora mi rendo conto di quante cose ho dato per scontato in questi anni. Il sorriso di mia madre, la sua allegria, la sua forza, la sua determinazione e le sue debolezze. Ho dato per scontato il piatto sul tavolo al mio ritorno da scuola, le regole imposte prima di uscire, le raccomandazioni mentre mi seguiva fino alla porta. Ho dato per scontato i suoi abbracci, i suoi baci prima di andare a dormire, i suoi consigli su cosa indossare.
Ho dato per scontate un sacco di cose.
Sono settimane, ormai, che mio padre non siede più sul divano insieme a mia madre, la televisione è sempre spenta e la radio non trasmette allegre canzoni. Natale è passato in un lampo, vissuto in uno stato di apatia totale, disseminati in stanze diverse della casa.
La famiglia unita che pensavamo di essere, si è disgregata sotto il peso della cattiva notizia e della paura.
In questi giorni mi sono resa conto di quanto fosse importante mia madre in casa, di quanto ci tenesse uniti, di quanto si preoccupasse per noi, senza farci mancare nulla.
Quando il giorno dell’intervento è arrivato la mamma si trovava già in ospedale, ricoverata due giorni prima per una serie di esami di routine. Papà tornava a casa solo per buttarsi a letto, cambiarsi i vestiti e prendere un nuovo libro per mia madre. Rosalie si è gettata sullo studio intenso, senza uscire dalla sua camera se non per mangiare. Emmett, invece, mi girava attorno come fosse la mia ombra. Entrambi hanno insistito per venire in ospedale, ma papà è stato categorico e li ha obbligati ad andare a scuola e a vivere la loro giornata come sempre. Immagino che non sia facile per nessuno, oggi. Penso che nonostante siano stati obbligati a frequentare le lezioni, sia Rose che Emmett abbiano la mente altrove. Io, per fortuna, oggi non ho lezione all’Università e ho accompagnato mio padre. Sediamo su delle scomode sedie in sala d’aspetto, sono di ferro, dure, fredde e la stanza è così impersonale che rende tutto ancora più freddo. Indosso il cappotto, sulle gambe ho appoggiato la sciarpa che mamma mi ha regalato due natali fa, sopra di essa un libro che dovrei studiare per l’esame di fine corso. Molti dicono che fa bene distrarsi in questi momenti, perché angosciarsi per ore non serve a niente. Penso che abbiano ragione, anche perché ogni volta che guardo l’orologio sono passati solo pochi minuti, mentre a me sembrano ore. Eppure, nonostante abbia questo maledetto libro aperto sulle mie gambe, non sono riuscita a leggere neppure una riga.
Mi guardo attorno, stringo le dita tra loro cercando di infondermi un po’ di calore, mi mordicchio le pellicine che mi si sono seccate a furia di lavare piatti e osservo mio padre.
Passeggia per la stanza, guarda fuori dalla finestra, si passa le mani nei capelli e torna a sedere al mio fianco. Poi ripete tutto di nuovo. Infinite volte. L’ansia lo sta divorando.
Mi propongo di andare a prendere qualcosa di caldo, ma non vuole niente; ci riprovo dopo un’ora, ma ancora la risposta è negativa. Quando sono decisa a prendere in mano il libro e darci dentro, la voce di mio padre risuona debole e angosciata.
“Tua madre stamattina aveva paura. Non ho mai visto Bella così timorosa per qualcosa. Neppure quando sei nata tu e ci sono state delle complicazioni durante il parto. È sempre stata forte, determinata, invincibile.” Mi volto a guardarlo: le spalle sono ricurve sotto il peso dell’impotenza e della paura, gli occhi sono lucidi e stanchi, il volto coperto dalla barba di alcuni giorni mostra tutte le emozioni in circolo dentro di lui. Appoggia i gomiti sulle gambe, le mani volano tra i suoi capelli un numero imprecisato di volte: li tira, li sposta, ci gioca. Mia madre ha sempre adorato i suoi capelli, ci passava le dita attraverso, proprio come fa mio padre quando è nervoso. “Non sapevo cosa fare. L’ho tenuta stretta, le ho detto che sarebbe andato tutto bene, che l’avrei aspettata qui, senza andarmene. Piangeva e mi sentivo impotente. Non potevo fare nulla per alleggerirle il cuore, per strappare via quella paura… L’ho baciata e lei mi ha chiesto se sarebbe stato l’ultimo bacio che le avrei dato. Mi sono arrabbiato, non gliel’ho fatto notare, ma mi sono arrabbiato. Aveva paura, parlava così solo perché aveva paura.” Sto per rispondergli, per dirgli che è solo un’operazione, che andrà tutto bene, che la mamma ha paura perché è debole, stanca e ha sempre odiato i medici. Sto per dirgli che lui deve essere forte, perché è da oggi che inizia il percorso più difficile, fatto di chemio, speranze, illusioni, timori. Ma non dico nulla, perché una lacrima lascia i suoi occhi e velocemente la spazza via con le dita. Scioccata da quel momento mi si secca la gola e un leggero tremolio passa attraverso le mie labbra. Gli occhi mi diventano lucidi e sento ancora più freddo. Alza la testa e si gira verso di me, il suo sguardo punta al mio: occhi miele lucidi in lacrimevoli occhi verdi.
“Ho paura Renesme.” Il cuore mi si disintegra e lo stomaco vola a picco lasciandomi un vuoto immenso nel corpo. La gola brucia e mi si chiude, come se anche respirare fosse faticoso. Mi sporgo di getto vicino a lui, incurante della sciarpa e del libro che cadono ai miei piedi, lo abbraccio e lui mi stringe talmente forte che temo possa spezzarmi.
Mio padre ha paura. Ho paura anche io.
Restiamo abbracciati per quello che sembra un tempo infinito, ma che sono solo pochi minuti. L’infermiera ci avvisa che l’intervento è finito e che riporteranno la mamma in camera dopo averla svegliata. Dopo poco la dottoressa di mamma viene a parlare con noi, spiegandoci di aver rimosso il nodulo e tutto il seno, nei prossimi giorni stabilirà quando iniziare il ciclo di chemio e i prossimi esami, ma è andato tutto bene.
Tutto bene. Quante volte ho sentito queste due parole negli ultimi tempi? Troppe. Ma ora hanno un ché di rassicurante e avvolgente. Tutto bene. C’è speranza. Papà mi stringe in un abbraccio caloroso, non ha bisogno di dire nulla, le lacrime parlano per lui.
Tiro un sospiro di sollievo prima di stringerlo forte a mia volta ed esprimergli, con i gesti, tutto quello che non riesco a dire.
Chiudo gli occhi, al caldo e al sicuro nell’abbraccio dell’uomo della mia vita, e lascio che le lacrime scorrano libere sul mio volto. Andrà tutto bene.
Mia madre sentiva sempre di più la stanchezza, non riusciva a completare una giornata di lavoro, fare la spesa, cucinare e badare alla pulizia. Ha ridotto le ore in ufficio, ha delegato la spesa al supermercato a mio padre e le pulizie a me e Rose. Si limitava a cucinare, qualcosa di semplice e niente di ricercato, nonostante amasse prepararci piatti meravigliosi ogni sera. Ha sempre detto che cucinare per noi la rilassava, le piaceva; ora è stanca anche per tenere un cucchiaio tra le dita. Stanca ed agitata, perché l’attesa è straziante. Quando è arrivato l’esito degli esami l’hanno condiviso con noi, seduti sempre in salotto, con l’albero di Natale spento e la televisione ammutolita. Il camino a fiamma alta non scaldava abbastanza.
Il responso è stato il primo ostacolo da superare insieme, come una grande famiglia unita. Da quel giorno mia madre si è spenta completamente e mio padre viveva in funzione sua. Le cene sono diventate rare attorno al tavolo, l’albero continuamente spento metteva più tristezza di quanto già ce ne fosse e il camino, costantemente acceso, non scaldava abbastanza. Non era mai abbastanza il calore di casa nostra.
Solo ora mi rendo conto di quante cose ho dato per scontato in questi anni. Il sorriso di mia madre, la sua allegria, la sua forza, la sua determinazione e le sue debolezze. Ho dato per scontato il piatto sul tavolo al mio ritorno da scuola, le regole imposte prima di uscire, le raccomandazioni mentre mi seguiva fino alla porta. Ho dato per scontato i suoi abbracci, i suoi baci prima di andare a dormire, i suoi consigli su cosa indossare.
Ho dato per scontate un sacco di cose.
Sono settimane, ormai, che mio padre non siede più sul divano insieme a mia madre, la televisione è sempre spenta e la radio non trasmette allegre canzoni. Natale è passato in un lampo, vissuto in uno stato di apatia totale, disseminati in stanze diverse della casa.
La famiglia unita che pensavamo di essere, si è disgregata sotto il peso della cattiva notizia e della paura.
In questi giorni mi sono resa conto di quanto fosse importante mia madre in casa, di quanto ci tenesse uniti, di quanto si preoccupasse per noi, senza farci mancare nulla.
Quando il giorno dell’intervento è arrivato la mamma si trovava già in ospedale, ricoverata due giorni prima per una serie di esami di routine. Papà tornava a casa solo per buttarsi a letto, cambiarsi i vestiti e prendere un nuovo libro per mia madre. Rosalie si è gettata sullo studio intenso, senza uscire dalla sua camera se non per mangiare. Emmett, invece, mi girava attorno come fosse la mia ombra. Entrambi hanno insistito per venire in ospedale, ma papà è stato categorico e li ha obbligati ad andare a scuola e a vivere la loro giornata come sempre. Immagino che non sia facile per nessuno, oggi. Penso che nonostante siano stati obbligati a frequentare le lezioni, sia Rose che Emmett abbiano la mente altrove. Io, per fortuna, oggi non ho lezione all’Università e ho accompagnato mio padre. Sediamo su delle scomode sedie in sala d’aspetto, sono di ferro, dure, fredde e la stanza è così impersonale che rende tutto ancora più freddo. Indosso il cappotto, sulle gambe ho appoggiato la sciarpa che mamma mi ha regalato due natali fa, sopra di essa un libro che dovrei studiare per l’esame di fine corso. Molti dicono che fa bene distrarsi in questi momenti, perché angosciarsi per ore non serve a niente. Penso che abbiano ragione, anche perché ogni volta che guardo l’orologio sono passati solo pochi minuti, mentre a me sembrano ore. Eppure, nonostante abbia questo maledetto libro aperto sulle mie gambe, non sono riuscita a leggere neppure una riga.
Mi guardo attorno, stringo le dita tra loro cercando di infondermi un po’ di calore, mi mordicchio le pellicine che mi si sono seccate a furia di lavare piatti e osservo mio padre.
Passeggia per la stanza, guarda fuori dalla finestra, si passa le mani nei capelli e torna a sedere al mio fianco. Poi ripete tutto di nuovo. Infinite volte. L’ansia lo sta divorando.
Mi propongo di andare a prendere qualcosa di caldo, ma non vuole niente; ci riprovo dopo un’ora, ma ancora la risposta è negativa. Quando sono decisa a prendere in mano il libro e darci dentro, la voce di mio padre risuona debole e angosciata.
“Tua madre stamattina aveva paura. Non ho mai visto Bella così timorosa per qualcosa. Neppure quando sei nata tu e ci sono state delle complicazioni durante il parto. È sempre stata forte, determinata, invincibile.” Mi volto a guardarlo: le spalle sono ricurve sotto il peso dell’impotenza e della paura, gli occhi sono lucidi e stanchi, il volto coperto dalla barba di alcuni giorni mostra tutte le emozioni in circolo dentro di lui. Appoggia i gomiti sulle gambe, le mani volano tra i suoi capelli un numero imprecisato di volte: li tira, li sposta, ci gioca. Mia madre ha sempre adorato i suoi capelli, ci passava le dita attraverso, proprio come fa mio padre quando è nervoso. “Non sapevo cosa fare. L’ho tenuta stretta, le ho detto che sarebbe andato tutto bene, che l’avrei aspettata qui, senza andarmene. Piangeva e mi sentivo impotente. Non potevo fare nulla per alleggerirle il cuore, per strappare via quella paura… L’ho baciata e lei mi ha chiesto se sarebbe stato l’ultimo bacio che le avrei dato. Mi sono arrabbiato, non gliel’ho fatto notare, ma mi sono arrabbiato. Aveva paura, parlava così solo perché aveva paura.” Sto per rispondergli, per dirgli che è solo un’operazione, che andrà tutto bene, che la mamma ha paura perché è debole, stanca e ha sempre odiato i medici. Sto per dirgli che lui deve essere forte, perché è da oggi che inizia il percorso più difficile, fatto di chemio, speranze, illusioni, timori. Ma non dico nulla, perché una lacrima lascia i suoi occhi e velocemente la spazza via con le dita. Scioccata da quel momento mi si secca la gola e un leggero tremolio passa attraverso le mie labbra. Gli occhi mi diventano lucidi e sento ancora più freddo. Alza la testa e si gira verso di me, il suo sguardo punta al mio: occhi miele lucidi in lacrimevoli occhi verdi.
“Ho paura Renesme.” Il cuore mi si disintegra e lo stomaco vola a picco lasciandomi un vuoto immenso nel corpo. La gola brucia e mi si chiude, come se anche respirare fosse faticoso. Mi sporgo di getto vicino a lui, incurante della sciarpa e del libro che cadono ai miei piedi, lo abbraccio e lui mi stringe talmente forte che temo possa spezzarmi.
Mio padre ha paura. Ho paura anche io.
Restiamo abbracciati per quello che sembra un tempo infinito, ma che sono solo pochi minuti. L’infermiera ci avvisa che l’intervento è finito e che riporteranno la mamma in camera dopo averla svegliata. Dopo poco la dottoressa di mamma viene a parlare con noi, spiegandoci di aver rimosso il nodulo e tutto il seno, nei prossimi giorni stabilirà quando iniziare il ciclo di chemio e i prossimi esami, ma è andato tutto bene.
Tutto bene. Quante volte ho sentito queste due parole negli ultimi tempi? Troppe. Ma ora hanno un ché di rassicurante e avvolgente. Tutto bene. C’è speranza. Papà mi stringe in un abbraccio caloroso, non ha bisogno di dire nulla, le lacrime parlano per lui.
Tiro un sospiro di sollievo prima di stringerlo forte a mia volta ed esprimergli, con i gesti, tutto quello che non riesco a dire.
Chiudo gli occhi, al caldo e al sicuro nell’abbraccio dell’uomo della mia vita, e lascio che le lacrime scorrano libere sul mio volto. Andrà tutto bene.
Natale 2015 - Oggi
Me ne sto seduta sul divano
del nostro salotto a guardare l’albero pieno di luci bianche nell’angolo buio
della stanza. Quello spazio sempre inutilizzato il resto dell’anno è perfetto
per il nostro abete finto che arriva fino al soffitto, ornato di bianco e
dorato, con le luci che al buio si riflettono per tutta la stanza, donandoci
uno spettacolo magnifico. Nel camino scoppietta qualche tocco di legno, le
fiamme danzano e, insieme alle lucine dell’albero, colorano il salone. In
televisione si susseguono film natalizi che ho iniziato ad amare profondamente.
Sul tavolino di fronte a me ci sono dei biscotti: alcuni al cioccolato, altri
alla cannella, altri alla vaniglia e, per ultimi, al caramello. Stamattina mi
sono svegliata presto e, non avendo nulla da fare, ho sfornato biscotti per
qualche ora. Stasera, quando i nostri ospiti si siederanno attorno all’albero
di Natale per scartare i regali potranno inzuppare i biscotti nella cioccolata
calda. Rosalie è tornata ieri dal campus di New York, ma si è vista pochissimo,
dato che è andata a salutare tutti gli amici che non vede da mesi. Emmett passa
il pomeriggio a casa di un’amica, io invece resto a casa a godermi la
tranquillità e il calore che c’è qui dentro.
Sto mangiucchiando un biscotto alla cannella quando sento la chiave nella toppa e alzo la testa per vedere chi è. Mio padre entra scrollandosi la neve fresca sul tappeto all’ingresso, appoggia il cappotto all’appendi abiti e toglie gli scarponcini camminando sul parquet solo con le calze. Mia madre entra dopo di lui, il cappotto ricoperto di neve fresca, il cappello e la sciarpa completamente zuppi. Segue l’esempio di mio padre, ma cammina fino al divano, di fianco a me. Si siede, infilando i suoi piedi gelidi sotto la mia coperta e intrecciando i suoi piedi ai miei.
“Avete fatto compere?” Chiedo spostandomi per dare un bacio sulla guancia gelida e pallida di mia madre.
“Solo i regali che mancavano. Tuo padre ha insistito per prendere un altro regalo per Callie, sai quanto adora quella bimba.” Annuisco sorridendo, mia cugina è viziatissima dallo zio Edward.
“Come sono i biscotti?” Alzo il sopracciglio lanciandole un’occhiataccia e lei ridacchia. Amo la sua risata, nei mesi della malattia l’ho sentita così poco che quando si è ripresa ho fatto di tutto, ma proprio di tutto, per sentirla ridere infinite volte al giorno.
Le passo il vassoio e, proprio in quel momento, mio padre ci raggiunge con tre tazze colorate che sprigionano un profumo celestiale. Tea agli agrumi, il preferito di mamma.
“Ehi donzelle, fatemi un po’ di posto sotto la coperta. Sto gelando!” Mi siedo portando i piedi sotto il sedere e appiccicandomi al bracciolo del divano, mia madre si mette nel mezzo, mettendo i suoi piedi, ancora ghiacciati, sotto il mio sedere, guadagnandosi una finta occhiataccia. Mio padre si appoggia al bracciolo con la schiena, porta le gambe sul divano e mia madre si posiziona nel mezzo. Le gambe di mio padre le fanno da culla, si adagia sul petto di suo marito e sistema meglio la trapunta che ci copre. Sorseggiamo il tea caldo mentre mangiucchiamo biscotti e guardiamo un film natalizio sulle renne di Babbo Natale.
Di momenti come questo, ne viviamo tanti ogni giorno. Ho smesso di dare per scontate le cose: ho ricominciato a baciare mia madre tutte le volte che ne ho voglia, di passare del tempo con lei anche solo per guardare un film in televisione. Ho iniziato a cucinare con lei, imparando giorno dopo giorno qualcosa di nuovo, mi ha insegnato a fare i biscotti, il sugo per la pasta che mio padre adora e il roast beef di cui va matto Emmett. Finito di cucinare riordiniamo la cucina insieme e poi ci sediamo sul divano, lei da una parte, io dall’altra e mio padre dietro di lei.
Ogni giorno ringrazio Dio, gli angeli, i medici e chiunque di avere mia madre ancora al mio fianco, di vederla ridere, amare, di sentirla rimproverarci per il disordine delle nostre camere. Ho smesso di odiare la sua parte rigida e inflessibile, le sue regole e le sue raccomandazioni; ora quando mi rimprovera sorrido appena e le lancio un bacio volante. Lei si infuria e poi sorride ricambiando quel bacio. È una nuova routine, una nuova vita. È il cambiamento che segue una brutta notizia, dei brutti momenti, la paura, il timore, l’angoscia. È inevitabile. Hai un occhio di riguardo per qualsiasi cosa. Fai attenzione che sia sempre al caldo, che abbia il cappello ben calato sulla testa, che non si affatichi troppo e che tutto vada per il meglio. E, cosa più importante, ti assicuri di passare più tempo possibile con lei, perché sai che sei fortunata ad averla ancora al tuo fianco.
“Tesoro, cosa ne dici se come proposito per l’anno nuovo fai un voto di tenere i capelli lunghi? Mi piacevano le onde che ti si disegnavano attorno al viso…” Guardo mia madre e sorrido. Quando ha perso i capelli durante i cicli di chemioterapia, ho deciso di dare un taglio netto ai miei capelli, di farli cortissimi, in modo che non sentisse il peso di quella perdita. Ha sempre amato i capelli lunghi, così come mio padre. Quando vedeva i boccoli che mi arrivavano alle spalle, mi sorrideva mestamente e si divertiva a passare il tempo a toccarli, con invidia. Li ho tagliati dopo qualche settimana, ero stanca di vedere quello sguardo affranto e invidioso. I suoi capelli non erano importanti, i miei neppure. La testa pelata che l’ha accompagnata per mesi e mesi era solo un chiaro segno della sua battaglia, che sembra aver vinto alla grande. I suoi capelli ci mettono molto a crescere e sono deboli, ma lei regolarmente li spunta appena e il taglio corto e sbarazzino fa inorgoglire mio padre come non mai.
“Dipende.”
“Da cosa?”
“Terrò i capelli lunghi se andrai dal chirurgo a prendere appuntamento per la plastica al seno.” Mio padre ridacchia dietro di lei, mentre mia madre arriccia le labbra e torna a dare attenzione alla televisione, ignorandomi. Dopo l’intervento che le ha asportato anche l’altro seno, mia madre si è buttata giù e non ha voluto sentire ragione. Non ha voluto parlare con il chirurgo né con noi per la ricostruzione del seno. Ora è possibile farlo, la dottoressa le ha dato l’okay, ma ha il timore di tornare in ospedale e sotto i ferri. La capisco, da una parte, ma questa volta è solo una plastica, un intervento di routine. So che odia guardarsi allo specchio, quando ci passa davanti guarda da un’altra parte e quando andiamo a fare compere cerca di nascondersi dietro le colonne per non osservarsi. Non so da quanto non compra qualcosa per sé stessa, credo siano anni. La guardo per un altro momento, poi giro lo sguardo anche io. Quasi alla fine del film, dopo un eterno silenzio mia madre mormora debolmente.
“Eviterò di pensare che mi hai ricattato in questo modo e prenderò appuntamento subito dopo le feste di Natale. D’accordo?”
“Io non taglierò più i capelli d’ora in avanti.” Le sorrido e poi mi alzo per andare in camera mia a disegnare per un po’, lasciando mio padre e mia madre qualche momento da soli.
Salgo le scale e recupero in camera il blocco da disegno e le matite, poi torno giù, come ho imparato a fare anni fa, nel buio delle scale mi siedo sul quarto scalino prima del corridoio e resto ad osservarli. Si baciano, si accarezzano, alle volte mi sento una guardona, ma momenti come questi sono speciali e importanti, non voglio perdermeli.
“Tua figlia mi ha ricattata, le hai insegnato tu, lo sai vero?” Mio padre ridacchia tra un bacio e l’altro.
“Ho fatto un buon lavoro allora!” Dopo qualche altro bacio rumoroso, mia madre parla ancora.
“Vuoi che vada dal chirurgo plastico perché così non ti piaccio più, vero?” Sento la risata sommessa di mio padre e un lamento da parte di mia madre, probabilmente le avrà pizzicato il sedere come fa spesso.
“Sei pazza? Come puoi dire una cosa del genere? Ti amo immensamente Bella, ti amo più della mia stessa vita. Sono solo due tette nuove.”
“E allora perché insistete così tanto?”
“Perché interessa a te, non a noi. Non indossi più maglie attillate, vestiti scollati, completini sexy… ti nascondi Bella. Se un paio di tette possono farti tornare il sorriso ogni giorno e in ogni momento della giornata, viva un paio di tette nuove. Non credi?” Sorrido, mio padre ha un modo tutto suo di spiegare le cose, ma efficace.
“Non so, ho paura di non piacerti più come prima, ancora mi chiedo come fai a essere qui con me, a sopportarmi, a fare l’amore con me ogni notte nonostante sia deturpata e…” Mia madre si lamenta ancora e il vocione di mio padre è chiaro e forte.
“Se ripeti un’altra volta questa cosa giuro su Dio che stanotte ti inginocchierai e me lo succhierai finché non resti senza fiato e poi ti lascio insoddisfatta fino a dopodomani!”
“Ehi sei crudele!”
“No, sono arrabbiato. Non sei deturpata, e ti amo, razza di scema! Faccio l’amore con te ogni notte perché ti amo e sei bellissima e sei mia moglie. Due tette non mi cambiano la vita. Ma tu mi hai cambiato la vita anni fa e continui a farlo giorno dopo giorno. Questo è importante. Non un paio di tette. Con o senza ti amo lo stesso.”
“Sei davvero tanto arrabbiato?”
“Sì.”
“Andiamo in camera, così vedrò di farmi perdonare!” Li sento ridacchiare e poi vedo mio padre prenderla in braccio e attraversare il salone fino alla camera sul retro. Salgo gli scalini che mi separano dal corridoio ed entro in camera mia, collego le cuffie al pc e faccio partire la musica a random. Una volta mi imbarazzavano talmente tanto, questi discorsi, che scappavo sotto le coperte con la musica a palla, ora li trovo persino divertenti. Mando un messaggio a Jacob, il mio ragazzo che sta lavorando al supermercato all’angolo e gli dico che lo amo, poi mi metto a disegnare.
Quando sono soddisfatta di me strappo il foglio dall’album e nell’angolo in basso firmo con il mio nome, questo sarà il mio speciale regalo di Natale per i miei genitori.
Sono loro, seduti vicini sul divano, le teste incollate tra loro. Si baciano ad occhi chiusi, le mani intrecciate uno nei capelli dell’altra, la coperta sulle spalle di mia madre. Il camino è acceso e la fiamma sembra davvero muoversi, la televisione trasmette qualche immagine che i protagonisti del disegno non degnano di uno sguardo. L’albero di Natale che è rappresentato acceso, illumina, insieme al camino, la scena. L’amore dei miei genitori vivrà per sempre, qualsiasi cosa accada lungo il loro percorso.
È una fotografia che mi porterò nel cuore per sempre. Un ricordo che si è insinuato dentro di me, ha fatto breccia nel mio cuore e si è stabilito nel mezzo. Quando chiudo gli occhi e penso a qualcosa di bello… vedrò per sempre questa immagine. È un emozione unica che mi scalda e mi consola, mi tiene compagnia e mi riempie d’amore.
E allora vorrei davvero dire: grazie Papà, grazie Mamma, questo è il regalo di Natale più bello del mondo.
Sto mangiucchiando un biscotto alla cannella quando sento la chiave nella toppa e alzo la testa per vedere chi è. Mio padre entra scrollandosi la neve fresca sul tappeto all’ingresso, appoggia il cappotto all’appendi abiti e toglie gli scarponcini camminando sul parquet solo con le calze. Mia madre entra dopo di lui, il cappotto ricoperto di neve fresca, il cappello e la sciarpa completamente zuppi. Segue l’esempio di mio padre, ma cammina fino al divano, di fianco a me. Si siede, infilando i suoi piedi gelidi sotto la mia coperta e intrecciando i suoi piedi ai miei.
“Avete fatto compere?” Chiedo spostandomi per dare un bacio sulla guancia gelida e pallida di mia madre.
“Solo i regali che mancavano. Tuo padre ha insistito per prendere un altro regalo per Callie, sai quanto adora quella bimba.” Annuisco sorridendo, mia cugina è viziatissima dallo zio Edward.
“Come sono i biscotti?” Alzo il sopracciglio lanciandole un’occhiataccia e lei ridacchia. Amo la sua risata, nei mesi della malattia l’ho sentita così poco che quando si è ripresa ho fatto di tutto, ma proprio di tutto, per sentirla ridere infinite volte al giorno.
Le passo il vassoio e, proprio in quel momento, mio padre ci raggiunge con tre tazze colorate che sprigionano un profumo celestiale. Tea agli agrumi, il preferito di mamma.
“Ehi donzelle, fatemi un po’ di posto sotto la coperta. Sto gelando!” Mi siedo portando i piedi sotto il sedere e appiccicandomi al bracciolo del divano, mia madre si mette nel mezzo, mettendo i suoi piedi, ancora ghiacciati, sotto il mio sedere, guadagnandosi una finta occhiataccia. Mio padre si appoggia al bracciolo con la schiena, porta le gambe sul divano e mia madre si posiziona nel mezzo. Le gambe di mio padre le fanno da culla, si adagia sul petto di suo marito e sistema meglio la trapunta che ci copre. Sorseggiamo il tea caldo mentre mangiucchiamo biscotti e guardiamo un film natalizio sulle renne di Babbo Natale.
Di momenti come questo, ne viviamo tanti ogni giorno. Ho smesso di dare per scontate le cose: ho ricominciato a baciare mia madre tutte le volte che ne ho voglia, di passare del tempo con lei anche solo per guardare un film in televisione. Ho iniziato a cucinare con lei, imparando giorno dopo giorno qualcosa di nuovo, mi ha insegnato a fare i biscotti, il sugo per la pasta che mio padre adora e il roast beef di cui va matto Emmett. Finito di cucinare riordiniamo la cucina insieme e poi ci sediamo sul divano, lei da una parte, io dall’altra e mio padre dietro di lei.
Ogni giorno ringrazio Dio, gli angeli, i medici e chiunque di avere mia madre ancora al mio fianco, di vederla ridere, amare, di sentirla rimproverarci per il disordine delle nostre camere. Ho smesso di odiare la sua parte rigida e inflessibile, le sue regole e le sue raccomandazioni; ora quando mi rimprovera sorrido appena e le lancio un bacio volante. Lei si infuria e poi sorride ricambiando quel bacio. È una nuova routine, una nuova vita. È il cambiamento che segue una brutta notizia, dei brutti momenti, la paura, il timore, l’angoscia. È inevitabile. Hai un occhio di riguardo per qualsiasi cosa. Fai attenzione che sia sempre al caldo, che abbia il cappello ben calato sulla testa, che non si affatichi troppo e che tutto vada per il meglio. E, cosa più importante, ti assicuri di passare più tempo possibile con lei, perché sai che sei fortunata ad averla ancora al tuo fianco.
“Tesoro, cosa ne dici se come proposito per l’anno nuovo fai un voto di tenere i capelli lunghi? Mi piacevano le onde che ti si disegnavano attorno al viso…” Guardo mia madre e sorrido. Quando ha perso i capelli durante i cicli di chemioterapia, ho deciso di dare un taglio netto ai miei capelli, di farli cortissimi, in modo che non sentisse il peso di quella perdita. Ha sempre amato i capelli lunghi, così come mio padre. Quando vedeva i boccoli che mi arrivavano alle spalle, mi sorrideva mestamente e si divertiva a passare il tempo a toccarli, con invidia. Li ho tagliati dopo qualche settimana, ero stanca di vedere quello sguardo affranto e invidioso. I suoi capelli non erano importanti, i miei neppure. La testa pelata che l’ha accompagnata per mesi e mesi era solo un chiaro segno della sua battaglia, che sembra aver vinto alla grande. I suoi capelli ci mettono molto a crescere e sono deboli, ma lei regolarmente li spunta appena e il taglio corto e sbarazzino fa inorgoglire mio padre come non mai.
“Dipende.”
“Da cosa?”
“Terrò i capelli lunghi se andrai dal chirurgo a prendere appuntamento per la plastica al seno.” Mio padre ridacchia dietro di lei, mentre mia madre arriccia le labbra e torna a dare attenzione alla televisione, ignorandomi. Dopo l’intervento che le ha asportato anche l’altro seno, mia madre si è buttata giù e non ha voluto sentire ragione. Non ha voluto parlare con il chirurgo né con noi per la ricostruzione del seno. Ora è possibile farlo, la dottoressa le ha dato l’okay, ma ha il timore di tornare in ospedale e sotto i ferri. La capisco, da una parte, ma questa volta è solo una plastica, un intervento di routine. So che odia guardarsi allo specchio, quando ci passa davanti guarda da un’altra parte e quando andiamo a fare compere cerca di nascondersi dietro le colonne per non osservarsi. Non so da quanto non compra qualcosa per sé stessa, credo siano anni. La guardo per un altro momento, poi giro lo sguardo anche io. Quasi alla fine del film, dopo un eterno silenzio mia madre mormora debolmente.
“Eviterò di pensare che mi hai ricattato in questo modo e prenderò appuntamento subito dopo le feste di Natale. D’accordo?”
“Io non taglierò più i capelli d’ora in avanti.” Le sorrido e poi mi alzo per andare in camera mia a disegnare per un po’, lasciando mio padre e mia madre qualche momento da soli.
Salgo le scale e recupero in camera il blocco da disegno e le matite, poi torno giù, come ho imparato a fare anni fa, nel buio delle scale mi siedo sul quarto scalino prima del corridoio e resto ad osservarli. Si baciano, si accarezzano, alle volte mi sento una guardona, ma momenti come questi sono speciali e importanti, non voglio perdermeli.
“Tua figlia mi ha ricattata, le hai insegnato tu, lo sai vero?” Mio padre ridacchia tra un bacio e l’altro.
“Ho fatto un buon lavoro allora!” Dopo qualche altro bacio rumoroso, mia madre parla ancora.
“Vuoi che vada dal chirurgo plastico perché così non ti piaccio più, vero?” Sento la risata sommessa di mio padre e un lamento da parte di mia madre, probabilmente le avrà pizzicato il sedere come fa spesso.
“Sei pazza? Come puoi dire una cosa del genere? Ti amo immensamente Bella, ti amo più della mia stessa vita. Sono solo due tette nuove.”
“E allora perché insistete così tanto?”
“Perché interessa a te, non a noi. Non indossi più maglie attillate, vestiti scollati, completini sexy… ti nascondi Bella. Se un paio di tette possono farti tornare il sorriso ogni giorno e in ogni momento della giornata, viva un paio di tette nuove. Non credi?” Sorrido, mio padre ha un modo tutto suo di spiegare le cose, ma efficace.
“Non so, ho paura di non piacerti più come prima, ancora mi chiedo come fai a essere qui con me, a sopportarmi, a fare l’amore con me ogni notte nonostante sia deturpata e…” Mia madre si lamenta ancora e il vocione di mio padre è chiaro e forte.
“Se ripeti un’altra volta questa cosa giuro su Dio che stanotte ti inginocchierai e me lo succhierai finché non resti senza fiato e poi ti lascio insoddisfatta fino a dopodomani!”
“Ehi sei crudele!”
“No, sono arrabbiato. Non sei deturpata, e ti amo, razza di scema! Faccio l’amore con te ogni notte perché ti amo e sei bellissima e sei mia moglie. Due tette non mi cambiano la vita. Ma tu mi hai cambiato la vita anni fa e continui a farlo giorno dopo giorno. Questo è importante. Non un paio di tette. Con o senza ti amo lo stesso.”
“Sei davvero tanto arrabbiato?”
“Sì.”
“Andiamo in camera, così vedrò di farmi perdonare!” Li sento ridacchiare e poi vedo mio padre prenderla in braccio e attraversare il salone fino alla camera sul retro. Salgo gli scalini che mi separano dal corridoio ed entro in camera mia, collego le cuffie al pc e faccio partire la musica a random. Una volta mi imbarazzavano talmente tanto, questi discorsi, che scappavo sotto le coperte con la musica a palla, ora li trovo persino divertenti. Mando un messaggio a Jacob, il mio ragazzo che sta lavorando al supermercato all’angolo e gli dico che lo amo, poi mi metto a disegnare.
Quando sono soddisfatta di me strappo il foglio dall’album e nell’angolo in basso firmo con il mio nome, questo sarà il mio speciale regalo di Natale per i miei genitori.
Sono loro, seduti vicini sul divano, le teste incollate tra loro. Si baciano ad occhi chiusi, le mani intrecciate uno nei capelli dell’altra, la coperta sulle spalle di mia madre. Il camino è acceso e la fiamma sembra davvero muoversi, la televisione trasmette qualche immagine che i protagonisti del disegno non degnano di uno sguardo. L’albero di Natale che è rappresentato acceso, illumina, insieme al camino, la scena. L’amore dei miei genitori vivrà per sempre, qualsiasi cosa accada lungo il loro percorso.
È una fotografia che mi porterò nel cuore per sempre. Un ricordo che si è insinuato dentro di me, ha fatto breccia nel mio cuore e si è stabilito nel mezzo. Quando chiudo gli occhi e penso a qualcosa di bello… vedrò per sempre questa immagine. È un emozione unica che mi scalda e mi consola, mi tiene compagnia e mi riempie d’amore.
E allora vorrei davvero dire: grazie Papà, grazie Mamma, questo è il regalo di Natale più bello del mondo.
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Ahhh... è difficile commentare questa storia. Non per il tumore in sè, ma per tutta un'altra serie di ragioni. Sicuramente non ci si aspetta una storia natalizia del genere, ma ci può anche stare perchè è uno spaccato di vita normale. Però sono rimasta sconcertata dalla nota all'inizio perchè in una storia, a meno che non si parli di unicorni, non ci si può distaccare dalle morali o da un confronto con la vita vera, professionale anche. Ti vengono spontanei ed è giusto così, altrimenti leggerle non avrebbe alcun senso. Quello che hai raccontato tu è molto doloroso, troppo, perchè i tumori sono all'ordine del giorno e tutti hanno avuto a che fare con questo tipo di impatto in famiglia e le reazioni sono molto diverse a seconda dei casi e delle persone. E' un argomento troppo difficile da affrontare e rischioso anche, perchè troppo coinvolgente e troppo delicato, si rischia di andare a parare in zone fastidiose. E' ben scritta e scorrevole e i personaggi sono tutti caratterizzati in maniera originale, ma... Abbella è innamorata di suo padre! Dovrebbero gentilmente portarla da un dottore! :D
RispondiEliminaGrazie per aver partecipato!
-Sparv-
Non dico nulla sul tuo commento, perchè ci sta tutto, dall'inizio alla fine. E' un argomento che forse non andava trattato in una FF natalizia, ma è uscita così, di getto. Faccio fatica a capire quale sia il tuo punto di vista sulla storia, lo ammetto. Cioè... Ti è piaciuta? Ti ha dato fastidio il mio punto di vista? Ti ha dato fastidio la superficialità con cui ho trattato l'argomento? Ecco, questo alla fine non l'ho capito, ma sono sicura che mi spiegherai ben volentieri! :D
EliminaAlla fine rispondo solamente per dirti che quella che parla è Renesme, non Bella e che pensavo si potesse intuire che i genitori, invece, erano Edward e Bella. Mi sono spiegata un po' male, forse.
Autrice.
Scitta molto bene, scorrevole alla lettura, tralascio commenti sul tema della storia, trovo molto bella l'idea di fare descrivere il tutto dalla figlia, vedere lei che osserva i suoi genitori, complimenti
RispondiEliminagrazie :) della positività.
EliminaNon avrei mai pensato di leggere una storia del genere all'interno del contest di Natale. Ci sono rimasta un po' di sasso, lo ammetto. Tema molto delicato, preferisco astenermi dai commenti come Chiara Amadori, per molti motivi. Sono abbastanza titubante e non so come pormi a riguardo. Perchè è carina, soprattutto la nota di speranza alla fine, mi piace anche l'idea di una visione esterna del tutto. Forse però avrei preferito che i protagonisti fossero Edward e Bella.
RispondiEliminaSpero che prenderai le mie parole con le pinze e come una critica costruttiva, non come un modo per impedirti di continuare su questa strada, alla fine è solo un mio pensiero personale.
Comunque complimenti e brava, grazie per aver partecipato.
Aly
Sono sfortunata: parto a leggere dal basso e mi capita la storia supertriste!!! Pazienza.
RispondiEliminaCi vuole coraggio ad affrontare il tema tumore al seno, anche perchè purtroppo è una realtà ancora molto diffusa, troppo, e quindi direttamente o indirettamente è facile che i lettori siano venuti a contatto con storie simili. E sono ferite che non si rimarginano facilmente.
L'aspetto interessante è il punto di vista della ragazzina sul problema. All'inizio della storia Renesme è abbastanza insopportabile (anche se del tutto credibile). E' un'adolescente insofferente al rigore della madre, percepita come eccessivamente e immotivatamente severa, e con un rapporto complice col padre più disposto a chiudere un occhio sulle sue intemperanze; detesta svolgere piccole incombenze domestiche e considera imperituro e garantito il proprio mondo affettivo e relazionale. Quando la sua realtà si sgretola per la malattia che rende la madre incapace di fare da collante per la famiglia e il padre troppo preso ad affiancare la sua compagna nella lotta per la vita, la ragazzina è costretta a crescere, a maturare, non tanto nell'accollarsi la routine della gestione della casa, quanto nel comprendere che cosa significhi farsi carico del dolore, delle paure, della disperazione, del senso di impotenza delle persone che ami, quelle che vorresti proteggere. Vede per la prima volta la debolezza degli adulti, capisce che non sono invincibili e che è anche compito suo sostenerli affinchè la marea dello sconforto non li travolga facendoli soffocare.
La storia ha un lieto fine e l'adolescente rompipalle si trasforma in una donna che ha imparato a non sottovalutare l'invalutabile fortuna di essere circondata da persone che le vogliono bene.
Unico neo: scelte lessicali non sempre appropriate che un'attenta rilettura avrebbe forse potuto evitare, anche se mi rendo conto che spesso il tempo della scrittura è sottratto a una marea di altre incombenze.
Seconda storia che leggo... che mazzata! Anche io faccio fatica a commentare una storia dal tema così delicato, forse perché mi tocca molto da vicino e da un po' di tempo. Mi limito a dire che mi è piaciuto il modo in cui è stata scritta, il fatto che finisca in modo positivo e che racconti la crescita psicologica della protagonista. È verissimo che eventi del genere ci cambiano e che si impara a non dare più nulla per scontato, è vero che si cambia un pochino durante e dopo. Unico neo, ma questo è un fattore molto personale, non mi ha coinvolta in modo profondo. La rileggerò per capirne la ragione. Ho letto una storia molto bella (una ex fanfiction che si intitolava Dead on my feet, diventata libro dal titolo Wide Awake) che trattava lo stesso tema (a dire il vero il malato era un giovane Edward e il suo punto di vista mi ha davvero presa in modo incredibile). Il debole coinvolgimento che ho sentito forse può essere attribuito al fatto che la storia è narrata dal punto di vista di un osservatore (per quanto molto dentro la situazione) e non dalla protagonista stessa e quindi in qualche modo filtrato e razionalizzato. Ti faccio comunque i complimenti perché sei stata coraggiosa e hai affrontato un tema difficile con realismo e delicatezza. Cristina.
RispondiEliminaLa storia in sé mi è piaciuta e il tema è stato trattato in maniera delicata. Mi è piaciuto il fatto che la storia sia narrata dalla figlia e non da uno dei due protagonisti. Non mi sono sentita particolarmente coinvolta, ma forse è solo un problema mio, che con vari argomenti ho qualche difficoltà e mi "chiudo" emotivamente...
RispondiEliminaMi ha spiazzata la nota iniziale, mi aspettavo qualcosa di... Come dire... Poco lecito e invece è una storia normale, quindi non capisco come mai l'hai messa.
Grazie mille per aver partecipato e aver condiviso con noi la tua storia
Storia indubbiamente pesante che mi colpisce in maniera particolare, avendo vissuto una situazione uguale alla tua protagonista, dato che mia madre ha subito lo stesso iter di Bella. L'angoscia provata da tutti i personaggi è molto ben descritta e devo dire che in Edward ritrovo mio padre al 100%. Perdonami però per aver letto tutto con molto distacco e non trovando un coinvolgimento tale come invece mi succede di solito. Sarà senz'altro dovuto ad una sorta di difesa visto che la mia realtà è stata molto lontana dal lieto fine... o quanto meno dalla speranza che viene lasciata al termine della storia.
RispondiEliminaTi do atto comunque che hai avuto il coraggio di trattare un argomento decisamente ostico e che può colpire nel profondo oguno di noi, dato che non credo ci sia nessuno ormai che non abbia avuto esperienze simili nella realtà. La storia è comunque scorrevole e ben scritta. Brava e grazie.
Devo ammettere che ho dovuto sospendere a tratti la lettura, ma perché la scomparsa di una persona molto cara per questo problema ha reso tutto molto "forte" e doloroso.
RispondiEliminaDetto ciò c'è da dire che la storia è scritta bene e dà un punto di vista un po' diverso dal solito avendola narrata con gli occhi e i pensieri di una figlia.
Grazie per averla condivisa.
la storia purtroppo mi colpisce da vicino :) molto da vicino e avrei tanto voluto che nella vita reale, la mia vita reale, fosse finita così :) invece è andata diversamente ma questo fa parte della vita. ti do 3 perché è stato forte leggerla, non è stata una storia leggera.
RispondiEliminaUna storia che infonde speranza,ed essendo periodo natalizio ci sta, anche se sappiamo che purtroppo nella realtà le cose non vanno sempre così. La ragazza almeno all'inizio si è dimostrata viziata e più immatura dei fratelli minori.
RispondiEliminaMi sembrava strano non aver trovato nessuna tragedia in questo contesto.... Ma non ne sentivo la mancanza eh.
RispondiEliminaChe dire.... Argomento pesante ma raccontato delicatamente.
Mi sono sembrate più reali le reazioni dei due fratelli minori che quelle di Reneesme quando i genitori hanno dato la notizia.... Sicuramente la paura ti fa agire in modi diversi ma se non sbaglio Reneesme è già grandicella non la vedo come un adolescente... Sicuramente la malattia di Bella le ha fatto capire più cose ma quale situazione del genere non lo fa?
Grazie
JB
Ho apprezzato molto come hai trattato in maniera molto delicata un tema così spinoso. Lo scorso contest un mio personaggio affrontava la stessa malattia, percui so cosa vuol dire pesare ogni parola col bilancino per non andare troppo sul patetico. Inoltre mi e piaciuto molto il personaggio di Renesmee, all'inizio troppo immatura, poi sempre più adulta.
RispondiEliminaBrava!!!
Aleuname.
Ciao, bella storia, scritta molto bene. Mi hai fatto piangere.
RispondiEliminaVOTO 2
Questa me la sono conservata per il finale...alcuni passaggi iniziali mi hanno lasciato un po' interdetta, forse perchè ragiono da genitore, non so. L'argomento mi mette seriamente in difficoltà e toglie un po' di lucidità nel giudizio. La paura e il freddo...si decisamente.
RispondiEliminaNon so cos'altro dire... VOTO 2
Georgia
Ho letto la tua storia due volte, l'ho fatto solo con la tua ma devo ammettere che non l'ho fatto perchè è quella che mi è piaciuta di più. L'ho ritenuto necessario perchè, nonostante l'argomento mi tocchi molto profondamente mi è sembrato strano non restarne turbata. Ho pensato di averla letta con superficialità, forse nel tentativo di non farmi coinvolgere in maniera eccessiva, quindi mi è sembrato corretto rileggerla e darle il giusto credito, ma anche la seconda volta ho sentito poco.
RispondiEliminaLa storia è scritta benissimo, scorre bene e non ho trovato tratti meno precisi di altri, eppure l'ho trovata quasi... sterile.
Credimi non capisco neanche io cosa non mi abbia convinta pienamente, ma è così.
Ho trovato molto strano il comportamento di Renesmee, dice di allontanarsi per lasciare ai suoi genitori la privacy che meritano per poi starsene nell'ombra ad ascoltare i loro discorsi privati, l'ho trovato quasi morboso.
Ti faccio i miei complimenti comunque perchè hai avuto molto coraggio ad affrontare un discorso tanto delicato e perchè l'hai fatto con immensa delicatezza.
Complimenti per il coraggio di affrontare un argomento simile e complimenti per il modo delicato in cui l'hai trattato.
RispondiEliminaMi sono commossa, era impossibile non farlo leggendo tanto dolore, tanto amore e tanta speranza.